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“Il femminismo non può che essere rivoluzionario.”

Intervista di Latifa Madani (giornalista de “L’Humanitè”) a Nicole Edith Thevenin filosofa marxista e componente di FAE (Feministes pour una Autre Europe)
mercoledì 11 marzo 2015

Malgrado le vittorie degli anni ’70 e la capacità d’avere contestato tutte le forme di sfruttamento e di dominazione, il movimento femminista è oggi in panne. Occorre ricostruirlo all’interno di una prospettiva rivoluzionaria spiega Nicole Edith Thevenin.

D.Perché si dice che il femminismo giri a vuoto?

R.C’è un reflusso generale della lotta di classe e un riflusso ideologico e teorico dei partiti e dei movimenti sociali. Il femminismo ha beneficiato del ’68 ma si è poi ritrovato senza partner. Ha quindi dissociato la rivendicazione dei diritti dalla lotta per una piena emancipazione. Ma non ci si può emancipare lasciando intatte le strutte della dominazione. Malgrado gli avanzamenti, il diritto resta legato al sistema. Fermarsi alla parità e reclamare la propria fetta di potere non risolverà il problema né dell’eguaglianza né dell’emancipazione. E siccome la storia non si ripete serve uscire dal cerchio malefico della difesa di quanto si è conquistato o della richiesta di un riconoscimento per provare ad essere una forza capace di aprire conflitti ed agire rotture.

D.Quali sono secondo lei le ragioni di questa incapacità a compiere il salto necessario?

R. In questo momento della nostra storia, le lotte sociali e quelle politiche subiscono un arresto. Partiti e sindacati, al di là di quanto dicono, non si collocano più in una prospettiva rivoluzionaria. Sono strutturati sull’ideologia patriarcale e su una gerarchizzazione piramidale uguale a quella della Stato. Per le donne è ancora più difficile perché nell’angolo in cui si trovano non possono inventare granchè. Mentre il peso del ssstema patriarcale e di quello capitalista sono sempre più radicali e violenti, come ci si può accontentare della ridistribuzione di posti nelle istituzioni senza mettere in discussione la struttura stessa dello Stato?

D. Sta dicendo che questa lotta non può che radicarsi all’interno della lotta di classe?

R. La lotta delle donne deve assumere la necessaria analisi della riproduzione del potere. Senza fare ciò si finisce con il sostenere il riformismo della sinistra che ha “ammorbidito” la lotta di classe attraverso un’ integrazione giuridica in nome della democrazia. E’ per questa ragione che io considero illusorio pensare, come gran parte delle femministe , che per “vincere” sia sufficiente ottenere il riconoscimento di un diritto da parte della Stato. Come il movimento comunista anche quello femminista è rivoluzionario nella sua stessa natura. Ma deve saper comprendere e spiegare come si riproduce la struttura patriarcale e come sia possibile spezzarla. Questa struttura è alla base di qualsiasi forma di dominazione la prima delle quali è stata l’appropriazione del corpo sessuato. Questa divisione sessuale , intesa come modalità specifica di produzione, attraversa tutte le altre modalità di produzione ( apparati dello Stato, partiti, sindacati, istituzioni, ..). Il capitalismo dunque per riprodursi integra la struttura patriarcale che esiste da molto prima di lui.

D. Nella riflessione che state portando avanti nel vostro gruppo di lavoro che cosa viene prima di tutto?

R. Mantenere la prospettiva rivoluzionaria e mostrare perché sia necessaria. Il nostro ambizioso obiettivo è quello di dare vita ad un movimento femminista indipendente da partiti, sindacati, Unione Europea, … Con FAE (Feministe pour une Autre Europe) noi dobbiamo accettare la sfida di un lavoro teorico e ideologico insieme a quella di una piena autonomia finanziaria. Non facile né scontato. Ma se il movimento femminista non ritrova la sua radicalità e la sua autonomia, se non si prova a condurre una lotta anche sul piano ideologico allora si ripeteranno i soliti ritornelli per anni e anni. E questo vale anche per i movimenti rivoluzionari in genere.



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