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Segui i soldi, troverai il patriarcato - [IFE Italia]
IFE Italia

Segui i soldi, troverai il patriarcato

di Rebecca Rovoletto
giovedì 11 aprile 2019

Lo diceva Giovanni Falcone e ce ne scordiamo troppo spesso: per lui, il sentiero disseminato di denari conduceva alla comprensione e allo svelamento dei meccanismi mafiosi incistati nelle strutture, schemi di potere applicati a tutto ciò che regola i rapporti politici, economici e sociali. “Segui i soldi…” è la bussola, anche quando si tratta di misoginia, omofobia, xenofobia.

Che l’erosione dei diritti sociali conquistati nel secolo scorso sia andata avanti per trent’anni col metodo della rana bollita è insindacabile, ma che si assista a una recente rapida impennata è altrettanto conclamato. Ciascuno di noi può valutare sulla propria pelle di lavoratore, contribuente, disabile, anziano, donna, genitore, malato, straniero… quanto destrutturazione delle protezioni sociali sia stata potente. L’attacco alle fasce deboli o indebolite, alle strutture sociali, alla coesione di comunità e gruppi è tanto più spinto quanto più è in crisi il sistema economico-finanziario dominante che, piaccia o no, si chiama capitalismo neoliberista, nella sua fase estrattivista. La spia rossa si è accesa sul cruscotto della locomotiva del sistema e le sue strutture rispondono. Lo hanno sempre fatto.

Ma ciò che sta accadendo ai diritti e ai corpi delle donne – che non si limita all’Italia, ma sta crescendo esponenzialmente in tutto il mondo – è il più emblematico segnale della portata della trasformazione in atto. E, come sempre, per leggere il presente al di sotto degli slogan serve interrogare la storia e, per orientare la prua, serve la bussola di Falcone. Segui i soldi, i mercati e il potere che non è solo dato dai soldi, ma da un più articolato apparato bisognoso di controllo. Segui i soldi non soltanto nel cercare di capire quali forze (lobby, potentati, massonerie) stanno operando una riorganizzazione sociale mediante la sottrazione di diritti di autodeterminazione ed equità, ma anche per comprendere quali macro-dinamiche sono in atto a livello transnazionale che determinano ciò che emerge nel quotidiano. Il capitalismo che abbiamo si qui conosciuto sta vacillando sotto il peso della sua stessa voracità e sta succedendo dappertutto, dato che alla globalizzazione non c’è scampo, nemmeno per lui.

E allora, nel seguire la storia e il denaro, non si può fare a meno di richiamare quanto detto e scritto da studiose come Silvia Federici (nella pietra miliare del suo Calibano e la Strega che in questi giorni non ho sentito nominare abbastanza, nonostante l’evocazione della caccia alle streghe e di una farlocca idea di Medioevo – epoca luminosa a dispetto di quanto la storiografia vincente ci ha trasmesso, infatti la caccia alle streghe ha il suo culmine nella prosopopea dell’Umanesimo Rinascimentale). Federici descrive ‘le caccie alle streghe’ (in Europa e nelle colonie delle Americhe e dell’Africa) seguendo ‘i soldi’, o meglio il filo dell’accumulazione di capitale (compresa quella originaria marxista da una prospettiva femminista). Analizza le trasformazioni del sistema economico nel passaggio dal feudalesimo al capitalismo, le quali trasformazioni nascono sempre da una crisi multipla e da diffuse situazioni di conflitto sociale, particolarmente vive in epoca medievale ad esempio.

Sulle crisi il sistema si riassesta, e questo lo sappiamo, ma lo straordinario contributo di Silvia Federici ci informa di come queste riorganizzazioni siano sempre e direttamente agite attraverso il corpo delle donne (vedi lo sterminio dei roghi, appunto) e il contemporaneo nuovo regime dei suoli (l’accaparramento delle terre in Europa, a partire dalla fine del XV secolo, ha visto ad esempio il fenomeno delle enclosures inglesi – l’inizio della privatizzazione dei terreni collettivi con l’espulsione dei contadini – e la cosiddetta rivoluzione dei prezzi, la definitiva monetizzazione dei rapporti con l’invenzione dei salari). Estromissione dalle terre e dai mezzi di sussistenza, scissione dell’uomo dalla natura, creazione della scarsità e della povertà, meccanicismo e dissacrazione dei corpi viventi sono andati di pari passo a due secoli di feroce persecuzione mirata delle donne, che hanno profondamente stravolto i connotati psico-sociali della componente femminile europea, almeno fino ai primi del Novecento.

Questo non esclude, ovviamente, la lesione ai corpi e ai diritti di uomini ed lgbtq, dato che si tratta di una questione di controllo pervasivo del sistema produttivo e riproduttivo che ha percorso a ondate di varia portata la storia dell’umanità e le cui radici patriarcali si potenziarono storicamente con la scimitarra del capitalismo, compreso quello coloniale.

Tuttavia, la chiave donna-territorio è di primaria importanza, nell’ossessione capitalista, per due motivi. Innanzitutto, quello più intuitivo che vede in questo super-organismo il depositario della vis riproduttiva della vita tutta (e della forza-lavoro e della forza-consumo nella distorsione capitalista). Il secondo, ricordando Paulo Freire, per quella che possiamo chiamare la pedagogia dell’oppressione: colpire (disumanizzandolo) e controllare il corpo sociale attraverso la violenza (fisica, se pensiamo ai femminicidi, ma anche legislativa, narrativa e simbolica, quindi culturale) e attraverso processi di vittimizzazione/vulnerabilizzazione/marginalizzazione della parte generativa e potenzialmente più ‘sovversiva’ dell’intero corpo sociale. Il controllo sociale e riproduttivo è necessario al modello capitalista per la sua autopoiesi e quando, come ora, si prepara ad una trasformazione ciclica epocale (benché la crisi stessa sia uno dei suoi strumenti), deve ristabilire l’’ordine’, il suo, riconquistando gli ambiti della vita individuale e sociale che le lotte civili gli avevano faticosamente sottratto.

(...)

Lo smantellamento dei diritti occupazionali e dei settori lavorativi è compiuto, il disciplinamento frenetico alla corsa ai consumi e alle distrazioni di massa, compresa quella elettorale, è ormai consolidato. Resta da ultimare l’accaparramento delle risorse e delle terre, già in stato avanzato, e l’annichilimento definitivo dei corpi, in particolare quello femminile. La pressione a cui oggi il capitalismo sta reagendo non deriva soltanto dalla re-individuazione ciclica degli asset di cui cibarsi, non soltanto dalle forze sociali organizzate che gli resistono: a queste vanno aggiunti il collasso degli ecosistemi e una popolazione mondiale di 7 miliardi di persone, per i due terzi disperate.

Servono battaglie capillari sui territori, nelle strade e nelle cucine, non c’è altro modo, ciascuna persona sul proprio fronte, nei propri modi e tempi. Ma non dimentichiamoci il quadro storicizzato, generale e complesso, dentro il quale ogni singola battaglia si colloca. Non lasciamoci fuorviare dalle bandiere frammentarie, astratte, specialistiche: l’unica ideologia che sta dietro a tutto questo si chiama patriarcato e si fonda su rapporti gerarchici, discriminatori e di dominio sui quali crea e polarizza le questioni di genere, di razza e di classe.

Non sorprende che il protagonismo femminile nella difesa dei territori e dei beni collettivi stia diventando sempre più evidente: donne e terra sono intimamente legate, storicamente, ‘economicamente’, al di fuori di simbolismi e retorica.


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