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L’intervento pubblico non è garanzia di redistribuzione - [IFE Italia]
IFE Italia

L’intervento pubblico non è garanzia di redistribuzione

di Ingar Solty
sabato 4 aprile 2020

La crisi finanziaria del 2007-2008 – che è poi diventata un crollo globale e avrebbe dovuto essere la crisi del big bang – doveva essere un evento irripetibile. Eppure eccoci di nuovo qui. La scorsa settimana, economisti mainstream di Harvard come Kenneth Rogoff e Pankaj Mishra erano convinti che il mondo fosse già entrato in una nuova crisi economica globale. Interrompendo in modo massiccio le catene di approvvigionamento internazionali, la globalizzazione del Covid-19 ha chiaramente accelerato la recessione. Bisogna sottolineare la parola «accelerato». Già alla fine del 2019 gli indicatori – dalla crescita del Pil alla redditività del capitale fino al volume delle ore di lavoro – indicavano che stava arrivando la recessione. In Germania lo scorso anno c’è stata la crescita più bassa dal 2009. I licenziamenti di massa nell’industria automobilistica globale non erano più solo risultati dell’automatizzazione o della transizione alla mobilità elettrica, erano collegati a un più ampio crollo dell’attività economica. La chiusura a causa del Coronavirus ha fatto capire che il mondo è tornato nel tipo di situazione che ha dovuto affrontare nel 2008. Nella seconda settimana di marzo, i mercati azionari sono crollati: dal 4 al 18 marzo, l’indice Dow Jones è sceso da 27.091 a 19.899 punti e il Dax tedesco da 12.128 a 8.442. Mentre economisti pro-labour come Stephan Kaufmann hanno chiesto la chiusura delle borse per arrestare la volatilità e la spirale al ribasso indotta dal panico (simile alla crisi asiatica del 1997 o allo schianto dell’11 settembre 2001), Wall Street ha richiesto subito «iniezioni shock» per arrestare l’impatto economico. Proprio come dopo la crisi finanziaria globale del 2008 ci sono state grandi lotte per gli effetti sociali della crisi, lo stesso è prevedibile per gli anni a venire. Le soluzioni, inoltre, dovranno tenere conto delle crisi che riguardano l’economia, la riproduzione sociale, la coesione sociale, la democrazia, l’ordine mondiale e il clima. Quindi cosa succederà dipende molto da se i movimenti dei lavoratori in tutto il mondo saranno in grado di trasformare questa crisi in un’opportunità di radicali cambiamenti sociali ed ecologici. Come ogni crisi del capitalismo grande e organica, quella attuale presenta molti pericoli e non è solo un’«opportunità». La borghesia si è dimostrata in grado di usare la crisi del 2008 per rafforzare il neoliberismo – non solo spogliando lo Stato, ma usandolo per incrementare il proprio potere. La breve rinascita keynesiana del 2008-2009 venne sostituita da una svolta di austerità quasi globale, spostando ulteriormente i rapporti di forza tra capitale e lavoro a favore del capitale. Tornando al 2020, l’interruzione delle catene di approvvigionamento internazionali a causa del blocco in Cina ha già creato gravi problemi nella sfera della produzione, data la vulnerabilità della produzione just-in-time agli shock esterni. Le aziende del settore logistico del capitalismo globale sono entrate in una crisi profonda: il trasporto marittimo e le compagnie aeree sono sull’orlo della bancarotta e hanno già richiesto salvataggi statali. La chiusura a causa del Coronavirus sta spingendo verso il fallimento anche le società di vendita al dettaglio e commerciali. Stefan Genth, Ceo della Federal Retail Association tedesca, fa sapere di aver calcolato le perdite causate dalla chiusura del settore a 1,15 miliardi di euro. Ha annunciato un’ondata di fallimenti entro le prossime quattro settimane, in particolare nel settore tessile e dei beni commerciali durevoli. La domanda, quindi, è chi pagherà questa crisi: se assisteremo al salvataggio della classe operaia o a quello di industrie e società finanziarie in difficoltà. All’indomani della crisi finanziaria globale del 2007-2008, divenne chiaro che i lavoratori avrebbero pagato, sotto forma di austerità. I costi economici della crisi avevano assunto la forma di «svalutazione interna», tagliando costi e salari in nome della «competitività». In molti luoghi, ciò ha comportato la revisione degli accordi di contrattazione collettiva e dei salari minimi, nonché tagli alle pensioni pubbliche, alle prestazioni sociali, all’istruzione pubblica e alle prestazioni sanitarie. Ciò ha implicato anche la riduzione del numero di letti di terapia intensiva negli ospedali pubblici, cosa che stiamo pagando mentre si sviluppa la crisi Covid-19 con migliaia di persone vulnerabili e anziane che muoiono.

Misure di stimolo, ma di che tipo?

Come hanno risposto i governi finora? Temendo, come il governo degli Stati uniti, che la disoccupazione salirà alle stelle fino al 20% – e con l’Organizzazione internazionale del lavoro che avverte che la disoccupazione globale aumenterà di altri 24,7 milioni – i governi hanno risposto rapidamente con misure di salvataggio. Proprio come nel 2008, molti a sinistra hanno accolto con favore queste azioni per porre fine al neoliberismo, semplicemente perché le regole sul «pareggio di bilancio» sono state messe da parte. Il solo fatto che gli Stati stiano muovendo denaro per fronteggiare la crisi non significa che il neoliberismo sia finito. Nel 2008, l’Economist ha affermato che durante la crisi non bisogna essere «spilorci», ma a questa dovrebbe seguire una rigorosa austerità una volta che «sarà finita». In altre parole, prima lo Stato dovrebbe socializzare le perdite, poi si tratterebbe di passare a far pagare la classe lavoratrice per il debito delle imprese e i salvataggi bancari. Finora, le risposte degli Stati alla crisi attuale hanno ampiamente seguito il modello del 2008. L’azione dello Stato è stata particolarmente rapida nella politica monetaria. Di solito, ciò ha implicato abbassare i tassi di interesse al fine di stimolare gli investimenti e la crescita, in base alla saggezza neoliberista che i capitalisti investiranno finché il denaro avrà bassi tassi d’interesse e la liquidità verrà preservata. Da qui la serie di misure di quantitative easing. Tuttavia, gli Stati non si limitano a seguire il modello del 2008, ma utilizzano meccanismi specifici derivanti da quella crisi. Lo vediamo nel meccanismo implementato dalla Federal Reserve, che ora può elargire direttamente prestiti alle imprese capitaliste. Nel 2008, la Fed ha abbassato i tassi di interesse vicini allo zero per stimolare l’attività economica. Tuttavia, sulla base delle stime razionali del rischio di prestito a fronte di crescita stagnante, bassa redditività e volatilità economica, le banche commerciali non hanno trasmesso questi bassi tassi di interesse alle imprese, provocando una stretta creditizia e una crisi di liquidità. Per evitare che ciò accada ancora, il nuovo sistema elude le banche commerciali. Ma un meccanismo simile, con la Fed che dispone di linee di credito dirette verso le imprese, ha anche un forte orientamento di classe. Fornisce denaro a basso costo per le grandi imprese, mentre le linee di credito si bloccano per i lavoratori, i lavoratori autonomi e i proprietari di piccole imprese che devono ancora cercare credito dalle banche commerciali avverse al rischio. In altre parole, la Fed sta perseguendo una politica di salvataggio per Wall Street a spese di Main Street. E questo salvataggio, risuonato in Gran Bretagna con un programma di garanzie di prestito di 300 miliardi di sterline per le imprese, è costoso. Il volume di questa massa di prestiti della Federal Reserve è stimato tra 700 miliardi e 1,5 trilioni di dollari. Inoltre, il segretario al tesoro Steve Mnuchin, ex gestore di hedge fund di Wall Street e noto come il «re dei pignoramenti», ha annunciato il 17 marzo che il governo degli Stati uniti avrebbe ripristinato il Primary Dealer Credit Facility (Pdcf). Prima di lui, Earlier, gli ex capi della Fed Ben Bernanke e Janet Yellen hanno unito le forze in un editoriale pubblicato sul Financial Times e sollecitato l’amministrazione Trump e il presidente della Fed Jerome Powell a proseguire tale azione. Nel 2008, il Pdcf ha visto il governo acquistare beni tossici da banche di investimento private e a scopo di lucro, che i banchieri di Wall Street hanno imparato ad apprezzare sotto la formula «Soldi in cambio di spazzatura». Questa volta, Bernanke e Yellen hanno sostenuto che lo Stato dovrebbe acquistare «debiti societari classificati come investment grade» al fine di «aiutare a far ripartire la parte del mercato del debito societario sottoposta a tensioni rilevanti». Nel 2008, il governo ha sostenuto che tali acquisizioni fossero prestiti temporanei. I beni dovevano essere restituiti alle aziende di Wall Street una volta passata la buriana. L’argomento era che questi prestiti, emessi per un ammontare di 8,95 trilioni di dollari, avrebbero favorito i lavoratori e le compagnie americane. Tuttavia, in realtà, almeno il 64% di quella somma (5,7 trilioni di dollari) è andato alle maggiori banche di Wall Street, come Citigroup, Morgan Stanley e Merrill Lynch, che avevano sfruttato le deregolamentazioni finanziarie per operazioni ad alto rischio e per il trading di derivati, per poi ricattare lo Stato chiedendo salvataggi bancari in quanto «Too big to fail». La maggior parte del denaro è stato utilizzato non per stimolare, ma piuttosto per aumentare la centralizzazione e la concentrazione del capitale attraverso fusioni e acquisizioni di vendite al fuoco di banche più piccole, nonché pagamenti di bonus che giustamente oltraggiano il pubblico. Gli economisti neoclassici e i liberali di destra – come Ron «Basta con la Fed» Paul – suggerirono che queste banche dovevano essere lasciate morire. Ma erano davvero diventate «troppo grandi per fallire» – e lasciarle crollare avrebbe provocato un tracollo finanziario con conseguenze orribili. Tuttavia, le azioni dello Stato hanno aiutato le banche a diventare ancora più grandi, garantendo che, dopo questo ricatto riuscito, da ora in poi avrebbero potuto contare su futuri salvataggi. Qui, vediamo che le banche che sono «troppo grandi per fallire» sono anche «troppo grandi per essere privatizzate». L’attuale crisi dimostra in modo sorprendente che queste banche fossero state pubbliche avrebbero consentito agli Stati di dirigere gli investimenti verso finalità di pubblico interesse, ad esempio finanziando conversioni industriali e trasformazioni socio-ecologiche. Ora, l’amministrazione Trump ha presentato un pacchetto di 1 trilione di dollari, oltre 200 miliardi in più rispetto all’American Recovery and Reinvestment Act del gennaio 2009 che era stato il più grande piano di investimenti nella storia degli Stati uniti dal dopoguerra. Allo stesso modo, il governo tedesco ha annunciato che avvierà un programma di investimenti fino a 500 miliardi di euro attraverso la sua banca statale KfW. La Banca centrale europea (Bce) ha annunciato il 19 marzo che comprerà titoli sul mercato per un valore di 750 miliardi di euro entro la fine del 2020 alla fine di fermare il tracollo finanziario – anzi, investendo «quante (risorse) richieste, per tutto il tempo necessario». Christine Lagarde, presidente della Bce, ha aggiunto su Twitter: «Tempi straordinari chiedono attenzione straordinaria. Non ci sono limiti al nostro impegno nei confronti dell’euro. Siamo concentrati a mettere in campo tutto il potenziale dei nostri strumenti». I bei vecchi tempi dell’immissione di economie tossiche nei bilanci delle banche centrali sono tornati. In generale, nel 2008 e di nuovo nel 2020, il mondo ha imparato la lezione della Grande Depressione. All’epoca l’amministrazione Hoover negli Stati uniti, come il gabinetto di Heinrich Brüning in Germania, avevano risposto al crollo globalizzato di Wall Street implementando dure misure di austerità. Questo simultaneo taglio degli investimenti sia privati ​​che pubblici provocò una spirale deflazionistica al ribasso che portò a licenziamenti di massa, seguiti da un’ulteriore riduzione della domanda aggregata, cui seguirono ulteriori licenziamenti di massa, con la disoccupazione negli Stati uniti che colpì il 24,9% della popolazione nel 1933. Come diceva il titolo del romanzo di John Fante, il 1933 fu Un anno terribile: l’austerità eliminò la maggior parte dei governi liberali al di fuori degli Stati uniti e della Gran Bretagna e portò Hitler al potere. Ma se la lezione di non tagliare la spesa pubblica al momento della crisi è ormai appresa, ciò lascia aperte le domande su come vengono spesi i soldi e chi ne trarrà beneficio. L’amministrazione Trump ha finora rivelato solo alcune cose contenute nel suo programma di investimenti. Prevede di includere un salvataggio di 50 miliardi di dollari del settore aereo in sofferenza e ulteriori 150 miliardi in prestiti garantiti ad altre industrie in difficoltà, nonché tagli fiscali per le grandi imprese. Inoltre, a partire da aprile, il governo degli Stati uniti intende emettere pagamenti diretti alle famiglie americane, nonché prestiti destinati ai datori di lavoro con meno di cinquecento lavoratori per coprire sei settimane dei costi del personale, purché garantiscano di non licenziare nessuno per otto settimane. Gli obiettivi specifici di tali pacchetti sono decisivi in ​​termini di effetti sugli standard di vita della classe operaia e, in effetti, sul clima. Come ho già sostenuto, il pacchetto di stimolo di Obama del 2009 era caratterizzato da tre principali contraddizioni che lo distinguevano dalle misure keynesiane progressiste come quelle perseguite dal New Deal di Roosevelt, a cui pure spesso veniva paragonato. In generale, nonostante i proclami dell’amministrazione Obama di una svolta verso il capitalismo verde e una «economia post-bolla», non fu affatto green (solo il 3,5% del totale di 787 miliardi di dollari è stato speso in ricerca e sviluppo nelle tecnologie verdi). Inoltre, non era abbastanza ambizioso (dato si è limitato a prevenire il tracollo finanziario e la conseguente esplosione della disoccupazione di massa ai livelli degli anni Trenta, ma non ha assicurato che la «ripresa» evitasse il dilagare del contagio «part-time / a basso salario»). Questo pacchetto differiva fortemente dalle politiche di Roosevelt perché non conteneva programmi pubblici di occupazione per i disoccupati. Aveva una grande componente di riduzioni fiscali per il capitale, basata sull’ideologia neoliberista imperfetta secondo cui tagliare le tasse per il capitale e i ricchi porta a investimenti, occupazione e prosperità.

I limiti della politica monetaria

Insomma, dove ci porterà la crisi questa volta? Da molti punti di vista, il capitalismo globale è in condizioni peggiori rispetto alla crisi finanziaria del 2008. Le catene di approvvigionamento internazionali sono crollate. Se la crisi finanziaria globale aveva sottolineato le inefficienze dei mercati finanziari liberalizzati, questa volta, grazie a Covid-19, la crisi sta sottolineando le inefficienze del capitalismo globale caratterizzato da catene del valore transnazionali. La produzione just-in-time significa che le industrie di tutto il mondo trovano sempre più difficile gestire i propri cicli produttivi transnazionalizzati. Presumibilmente, in un paese come il Sud Africa, anche gli stuzzicadenti – precedentemente importati dalla Cina – stanno esaurendo. La domanda è: come si sostituiscono le forniture in tali condizioni di volatilità internazionale? La crisi del 2007-2008 ha colpito i mercati finanziari, per poi passare al settore manifatturiero e alla fine ha colpito duramente anche i lavoratori. Ciò che rende la crisi più grave questa volta è che sta colpendo le catene internazionali di fornitura – che hanno già subito un colpo a causa del tentativo di Donald Trump di tagliare la Cina dalle catene di approvvigionamento internazionali ad alta tecnologia (in particolare nei microchip utilizzati nella comunicazione mobile 5G ) – e la forza-lavoro a esse collegata. Colpisce anche i sistemi sanitari nazionali, anch’essi resi vulnerabili dalle catene transnazionalizzate. Inoltre, la crisi sta colpendo le società la cui ripresa economica in gran parte si era basata sulla diffusione di posti di lavoro precari e con bassi salari. Ad esempio, negli Stati uniti, la Fed ha stimato che mentre il 21% di tutti i posti di lavoro persi durante la crisi globale erano nel settore dei salari bassi, il 59% di tutti i lavori di nuova creazione sono a basso salario. Questo spiega perché negli Stati uniti il ​​numero di laureati tra i lavoratori a tempo pieno nel settore del fast food ha superato i tre quarti di milione. Queste aziende del settore a basso salario stanno esacerbando la diffusione di Covid-19, nella misura in cui si sono rifiutati di pagare la retribuzione per i loro lavoratori, costringendoli ad andare al lavoro. Le più grandi «aziende che mettono i profitti davanti alla salute pubblica» comprendono McDonald’s, con 517 mila lavoratori, Walmart (347 mila), Kroger (189 mila), Subway (180 mila) e Burger King (165 mila). Tutto ciò si verifica in una situazione in cui, secondo un rapporto della Fed del maggio 2019, il 40% degli statunitensi non poteva sostenere una spesa di emergenza di 400 dollari senza prendere in prestito denaro – in altre parole, quasi la metà della popolazione è a un passo dall’essere senzatetto. Questa crisi minaccia la bancarotta per milioni di famiglie di lavoratori a basso reddito. Lo stesso destino attende milioni di lavoratori autonomi e liberi professionisti, che essenzialmente avranno entrate pari a zero nei prossimi mesi di chiusura. Finora, sembra che solo pochi paesi, come Svezia, Norvegia e Italia, abbiano legiferato un sostegno minimo a questi gruppi vulnerabili di lavoratori; in Svezia, ad esempio, i lavoratori autonomi e quelli che lavorano a progetto possono ricevere un sussidio per malattia finanziato dal governo, sebbene per soli quattordici giorni. Tutto ciò rende la nuova crisi potenzialmente molto peggiore del 2008, dato che il mondo sta affrontando una tripla crisi del debito che colpisce contemporaneamente il settore privato, le famiglie e gli Stati. Allo stesso tempo, i meccanismi e le risorse statali per la gestione della crisi del capitalismo si sono andati riducendo. Innanzitutto, il quantitative easing ha sempre avuto dei limiti come strumento per stimolare investimenti, crescita e occupazione. Mentre ai sensi della regolamentazione keynesiana le banche centrali dovevano ancora salvaguardare la piena occupazione, la politica monetaria neoliberista è stata orientata a contenere l’inflazione e garantire la stabilità del valore del denaro. Ridurre i tassi di interesse delle banche centrali è stato un mezzo di ultima istanza per stimolare la crescita. Il fatto che i tassi di interesse pari allo zero per cento (e inferiori) abbiano scarso effetto sugli investimenti, sull’occupazione e sulla crescita mette in evidenza la debolezza delle banche centrali. Come sottolinea Jeff Spross: «La banca centrale può impedire che il sistema finanziario salti, il che è sicuramente una buona cosa. Ma può fare poco per il sostentamento delle persone. Non solo è una situazione irritante e ingiusta, ma, come tutte le strategie trickle-down, ha un’importanza economica decisamente limitata». Finché la redditività del capitale globale è bassa come lo è oggi – in altre parole, finché il capitale è eccessivamente accumulato, come lo è oggi, e finché i lavoratori non possono far salire la domanda a causa dell’incapacità di fare crescere i salari – gli investimenti di capitale non avranno luogo, indipendentemente da quanto siano bassi i tassi di interesse. Il nuovo meccanismo della Fed della linea di credito diretta per le grandi imprese non cambierà la situazione. In secondo luogo, l’ascesa dell’autoritarismo di destra in tutto il mondo e quattro anni di bilateralismo di Trump hanno gravemente danneggiato le istituzioni multilaterali, la fiducia nella cooperazione è stata sostituita dal passaggio all’unilateralismo e al nazionalismo a somma zero. La svolta dell’austerità competitiva globale ha creato un nuovo capitalismo globale in cui gli Stati hanno cercato di impadronirsi di un pezzo più grande della torta a spese dirette degli altri. Le istituzioni che la sinistra ha giustamente criticato per decenni (come G2, G8 e G20) adesso potrebbero facilitare un coordinamento globale dei programmi nazionali di stimolo, ma sono in crisi. Tale coordinamento è tuttavia un presupposto per un’efficace gestione globale delle crisi. Poiché le idee sull’aumento del debito pubblico al fine di inviare assegni ai lavoratori sono problematiche dal punto di vista dei governi nazionali se ciò significa, ad esempio, che i lavoratori americani finiscono per acquistare prodotti non americani – cinesi o di altro tipo – aumentando l’attività economica e l’occupazione al di fuori degli Stati uniti. In breve, è possibile che i meccanismi di gestione delle crisi durante la crisi finanziaria globale si siano ampiamente esauriti. Nell’Unione europea, il nazionalismo in ripresa ha messo a dura prova la solidarietà: si può vedere, ad esempio, in Germania che all’inizio ha fermato l’esportazione di forniture mediche (già pagate) sia in Italia che in Austria. I limiti di questa solidarietà sono stati visibili quando Angela Merkel ha balenato l’idea degli Eurobond (affettuosamente conosciuti come «Corona-bond») prima di opporsi ad essi, e quando il capo della Bce Christine Lagarde ha inizialmente ipotizzato che l’Italia avrebbe potuto lasciare l’Eurozona invece di ricevere appoggio dalla Bce mediante acquisizioni di titoli di Stato. Nel frattempo, gli Stati membri dell’Ue stanno lasciando morire i rifugiati di guerra nei campi pericolosamente sovrappopolati delle isole greche. Il fatto che siano stati Cina, Cuba e Venezuela a venire in aiuto dell’Italia – con medici, medicine, respiratori, maschere e tutti i tipi di forniture – si aggiunge alla crisi della solidarietà europea e della sua superiorità morale nei confronti del resto del mondo. L’Fmi, tuttavia, ha pensato di ringraziare il Venezuela per il suo sostegno all’Italia negandole un prestito di emergenza di 5 miliardi di dollari necessari proprio per combattere il Coronavirus e sostenendo «la mancanza di certezza sulla legittimità del governo del presidente Nicolas Maduro».

Un’opportunità per la trasformazione

Data la profondità della crisi, non sorprende che gli Stati giochino il loro «all in». E che alcune delle posizioni possano sembrare sorprendenti, soprattutto quando provengono da politici di destra. Quando il ministro tedesco per l’economia cristiano-democratico, Peter Altmaier, ha annunciato che stava prendendo in considerazione le nazionalizzazioni, ha suscitato molta sorpresa e feedback positivi a sinistra. Su Twitter, il presidente della gioventù socialdemocratica Kevin Kühnert, che la scorsa estate aveva dichiarato di sperare di nazionalizzare la Bmw e altre società transnazionali, ha risposto che «bisognerebbe sicuramente discutere del nostro modello di economia e di come lavoriamo». Tuttavia, ha aggiunto, che questo non è «il momento degli ululati di trionfo. Esclamare ora ‘l’avevo detto’ sarebbe segno di mentalità ristretta». La questione delle nazionalizzazioni è ovviamente tornata all’ordine del giorno, anche nell’agenda degli economisti tradizionali. Ma ci sono nazionalizzazioni e nazionalizzazioni. A ben guardare, interventi del genere sono abbastanza comuni come misure statali per proteggere le imprese ogni volta che il capitalismo è in crisi. Non sono queste le nazionalizzazioni che i socialisti propongono (basate sulla gestione dell’economia per il bene pubblico, non sui profitti), per non parlare delle socializzazioni per democratizzare l’economia. Queste nazionalizzazioni seguono il solito schema del capitalismo: «Socializzare le perdite, privatizzare i (guadagni come i) profitti». L’idea alla base di tali nazionalizzazioni è che, con i suoi «fondi illimitati» (ricavati da fondi pensione pubblici e tassando ciò che i lavoratori portano a casa con i salari), lo Stato fornisce garanzie, progettate per impedire agli investitori di capitale di ritirarsi dagli investimenti durante i crolli del mercato azionario come il quelli che abbiamo appena vissuto. L’obiettivo è stabilizzare le società sui mercati finanziari in modo che non entrino in crisi di liquidità, seguite da licenziamenti di massa, poi da una riduzione della domanda aggregata, poi da una contrazione degli investimenti, seguita ancora da licenziamenti. Come riconosce l’economista tedesco Jens Suedekum, il crollo delle entrate mette le aziende davanti alla prospettiva del fallimento, ed è solo in questo momento specifico che le nazionalizzazioni entrano in gioco come ultima risorsa. Inoltre, nel caso di Altmaier, questi suggerimenti sono parte integrante della nuova strategia industriale della Commissione tedesca e dell’Ue – fortemente intrecciata con la militarizzazione dell’Ue – di creare «campioni» nazionali (o europei) in grado di sfidare la Cina emergente e iper-competitiva. Abbiamo visto questo tipo di nazionalizzazione nella crisi finanziaria globale, dopo il 2007. I governi le hanno usate strettamente a favore delle imprese e non dei lavoratori. Solo un esempio: nel 2009, due delle tre grandi case automobilistiche degli Stati uniti erano essenzialmente nazionalizzate perché in difficoltà. Le loro difficoltà furono accentuate dal fatto che avevano spostato la produzione verso i più redditizi Suv, visto che i prezzi della benzina erano bassi. Quando improvvisamente, durante le turbolenze della guerra in Iraq, il prezzo del greggio è salito alle stelle, queste compagnie hanno avuto grossi problemi. Barack Obama ha quindi disposto le nazionalizzazioni, ma le ha perseguite con quello che ha definito un «approccio a mani libere». Ciò significava che, nonostante i proclami ecologisti, sostanzialmente non vi era alcun intervento nelle decisioni di investimento di queste società, sebbene ovviamente non fossero né economicamente né ecologicamente sostenibili. Obama non è intervenuto neanche sulle nomine dei dirigenti, nonostante avessero preso decisioni chiaramente sbagliate. L’unico ad andare via è stato il Ceo di General Motors Rick Wagoner. Obama è intervenuto con forza è in nome della competitività globale. Con l’accordo del sindacato dei lavoratori automobilistici, i salari per tutti i nuovi assunti sono stati dimezzati. Il concetto è uguale al Fiscal Compact dell’Ue e al Memorandum of Understanding con la Grecia: «svalutazione interna» dei costi e dei salari per il capitale al fine di ottenere una quota globale più ampia di un’industria generalmente in sovra-accumulo e guadagnare una via d’uscita dalla crisi globale. Il punto è che queste nazionalizzazioni, se arrivano, sono un’opportunità, poiché ogni crisi è sempre un’opportunità e un pericolo sia per la borghesia che per le classi lavoratrici. Ma perché ne tragga benefici la classe lavoratrice e per aiutare a prevenire l’imminente catastrofe climatica, la sinistra deve spingere in avanti in modo che questi interventi siano resi permanenti e che siano vincolati a vasti programmi di trasformazione socio-ecologica. La crisi del Coronavirus è, in un certo senso, un’opportunità per la sinistra per strappare un’agenda radicale in grado di affrontare contemporaneamente le varie dimensioni della crisi. Dopo la crisi del 2008, le classi economiche e politiche dominanti hanno finito per attuare politiche di svalutazione interna come strategie di uscita. La sinistra, invece, deve spingere per una rivalutazione verso l’alto, che ponga al centro il sostentamento dei lavoratori e la lotta ai cambiamenti climatici e, in particolare, rimetta all’ordine del giorno le nazionalizzazioni progressiste. Il clamoroso fallimento del «mercato autoregolamentato» diventa un disastro quando il capitalismo è «sano». Crea enormi disparità economiche e disparità regionali e conduce alla crisi attuale. Eppure, durante questi momenti di crisi, il mercato distrugge letteralmente la società e minaccia di uccidere vaste aree della classe operaia. Ciò evidenzia che per proteggere il bene comune, il mercato capitalista deve essere superato. E questo è ciò che l’attuale crisi rivela a milioni di persone in tutto il mondo. E siccome le crisi sono opportunità, fu l’influenza spagnola del 1918 a facilitare la creazione dello stato sociale svedese. L’interruzione delle catene di fornitura internazionali dovuta a Covid-19 porta con sé l’opportunità di utilizzare questo piano della globalizzazione per far avanzare modelli più sostenibili, inclusa la ri-localizzazione della produzione in una de-globalizzazione selettiva. La crisi ci sta dimostrando quanto siano vulnerabili i servizi pubblici e come falliscano fintanto che la fornitura di assistenza sanitaria dipende dalle importazioni di tutti i tipi di forniture mediche da tutto il mondo. Inoltre, la necessità di ri-localizzare l’economia al fine di far fronte alle ricadute della crisi Covid-19 ha creato conversioni di emergenza di industrie che potrebbero fare impallidire il caso del riutilizzo degli impianti automobilistici statunitensi per costruire carri armati durante la Seconda guerra mondiale. Oggi queste conversioni ridistribuiranno la produzione per il bene comune, aprendo lo spazio a nuovi dibattiti su come convertire l’industria automobilistica in modi sociali ed ecologici nella nostra lotta contro il cambiamento climatico. Naturalmente, queste misure sono all’opposto del marchio di re-localizzazione strategica del ministro tedesco Altmaier, parte della nuova strategia industriale dell’Ue di autarchia selettiva come mezzo per competere con la Cina. Tuttavia, la crisi ha creato aperture storiche. Il compito della sinistra è vederle, afferrarle e spingerle. E mentre è in gioco la sopravvivenza della razza umana, il superamento del mercato capitalista dovrà includere nazionalizzazioni progressive, incluso il settore finanziario, come requisito minimo per il controllo degli investimenti socio-ecologici. Questa crisi mostra già ciò che è possibile in altre aree. Il governo di sinistra della Spagna ha appena legiferato sull’acquisizione di tutti gli ospedali privati ​​e a scopo di lucro: finora è una richiesta temporanea, non una nazionalizzazione. Ma se queste manovre per far fronte alla crisi diventano permanenti, possono rappresentare un passo verso una società che non assecondi gli interessi del capitale ma faccia il bene della maggioranza dei lavoratori e del clima.

* Ingar Solty è Senior Research Fellow in Politica estera, sicurezza e pace alla Fondazione Rosa Luxemburg per la critica sociale di Berlino. Ha scritto diversi saggi, tra i quali Die Usa unter Obama, Literatur in der neuen Klassengesellschaft e Auf den Schultern von Karl Marx. I suoi scritti possono essere scaricati qui. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è di Giuliano Santoro.


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