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Fanon, il filosofo delle barricate - [IFE Italia]
IFE Italia

Fanon, il filosofo delle barricate

di Peter Hudis*
lunedì 18 gennaio 2021

"(....)Alla luce del fallimento e dell’incompletezza delle rivoluzioni del secolo scorso, rimane centrale l’idea di Fanon che ribaltare con successo le strutture economiche e politiche richiede anche la trasformazione delle più intime relazioni umane, a cominciare dal modo in cui ci percepiamo l’un l’altro in una società razzializzata. Per dirla con le parole di Raya Dunayevskaya: «Non sono i mezzi di produzione a creare un’umanità nuova, è l’umanità nuova a creare nuovi mezzi di produzione».

Fonte: https://jacobinitalia.it/fanon-il-f...

Immagine: Ritratto di Franz Fanon

(...) Fanon conobbe direttamente il dominio coloniale francese, sia nei Caraibi che in Nord Africa, e traspose quell’esperienza nel suo lavoro intellettuale. Giocò un ruolo attivo nel movimento rivoluzionario algerino lottando per l’indipendenza negli anni Cinquanta, ma avvertì gli stati indipendenti africani che, senza una rivoluzione sociale, avrebbero corso il pericolo di rimpiazzare semplicemente il sistema coloniale con la borghesia nazionale.

Alcuni lavori chiave di Fanon sono disponibili da diverso tempo. Tuttavia, la recente pubblicazione di oltre seicento pagine di studi di Fanon su letteratura, psichiatria e politica, finora inediti in lingua inglese, offre un’ottimo pretesto per rileggere il suo pensiero sotto una nuova luce.

Denaturalizzare il razzismo

Nato nel 1925, Fanon crebbe nelle Piccole Antille, nella Martinica del dominio francese. Era abituato a pensare a sé stesso – come molti altri all’epoca – soprattutto come a un francese, non come a un «nero». Una percezione che iniziò a cambiare quando si arruolò come soldato nel movimento della France libre durante la Seconda guerra mondiale. Da quell’esperienza dolorosa portò a casa il razzismo della «civiltà» francese.

Ritornato in Francia nei tardi anni Quaranta, Fanon si immerse nella letteratura della Négritude, un movimento di rivendicazione dei Neri francofoni. Contemporaneamente assorbì gli ultimi sviluppi delle correnti culturali europee, come la fenomenologia, l’esistenzialismo, la psicoanalisi e il marxismo. Tutto questo portò alla pubblicazione del suo primo libro, nel 1952, quando Fanon aveva appena ventisei anni: Pelle nera, maschere bianche.

La grande intuizione di Fanon in Pelle nera, maschere bianche fu di analizzare il razzismo in termini «sociogenici», negandone qualsiasi origine naturale. Il colore della pelle potrà anche essere determinato biologicamente, ma il modo in cui lo vediamo e interpretiamo è condizionato da forze sociali che sono al di là del nostro controllo. Questo fenomeno è così pervasivo che la razza e il razzismo sembrano fenomeni «naturali», transtorici. Per Fanon, per sgomberare il campo da una simile mistificazione il mero esercizio critico non può bastare: essendo profondamente radicata nelle realtà sociali oggettive è su quel piano che dev’essere combattuta.

Negli ultimi decenni, la «costruzione sociale della razza» è diventato un tale cliché da far passare spesso inosservate le implicazioni radicali della scoperta teoretica di Fanon. Se la razza è un costrutto sociale, ne consegue che a essere responsabili della sua nascita e della sua prosecuzione sono specifiche relazioni sociali. E quali potrebbero essere queste relazioni? Fanon insiste nel dire che sono economiche:

Una disalienazione completa dell’uomo nero implica la consapevolezza brutale delle realtà sociali ed economiche […] il problema nero non riguarda solo la vita dei Neri tra i bianchi, ma riguarda lo sfruttamento dei Neri, il loro essere ridotti in schiavitù e disprezzati dalla società coloniale e capitalistica, che si dà il caso sia bianca.

Tuttavia, questo non significa che la razza sia secondaria rispetto alla classe, o che la lotta contro il razzismo sia subordinata alla lotta contro il capitalismo. Un fenomeno non è definito esclusivamente dalle sue origini. Il razzismo ha avuto un suo sviluppo indipendente e ha definito gli orizzonti mentali degli individui anche dopo l’uscita di scena di alcuni dei suoi imperativi economici. Fanon insiste dunque che «l’uomo nero deve lottare su due piani», oggettivo e soggettivo. Qualsiasi «liberazione unilaterale è fallata, e il peggior errore sarebbe pensare che la loro mutua dipendenza sia automatica».

Sfortunatamente, questo «errore» caratterizzava le forme dominanti del marxismo dell’epoca di Fanon: vedevano il razzismo come (nei casi migliori) un aspetto secondario, mentre fallivano nel compito di produrre una teoria marxista credibile della razzializzazione. Per questa ragione, malgrado la sua ferma opposizione al capitalismo, Fanon non si associò mai a nessuna delle correnti marxiste della sua epoca. Per riprendere le parole con cui Sylvia Wynter riassunse la nota posizione di Fanon: «Una soluzione doveva essere supportata sia sul piano oggettivo socioeconomico, sia a livello dell’esperienza soggettiva, di coscienza e, dunque, d’identità».

Dall’oggettivo al soggettivo

Per Fanon, l’affermazione positiva della propria identità è un momento cruciale nello sviluppo dell’autocoscienza. La liberazione dei Neri e delle Nere come soggetti dipendeva dal recupero del senso della propria individualità e dignità che gli era stato strappato dallo «sguardo bianco». Provare orgoglio per gli attributi razziali denigrati dalla società in persone di colore era un passo fondamentale per sfidare la naturalizzazione delle relazioni sociali alla base del razzismo.

Fanon ha sviluppato questa prospettiva grazie a un confronto critico con la Fenomenologia dello Spirito di Hegel. Fanon sosteneva che il riconoscimento reciproco era impossibile in una società definita dallo sguardo razziale, in cui le persone di colore erano viste come cose: «Ho scoperto di essere un oggetto in mezzo ad altri oggetti». Questo è stato un problema centrale per Fanon: il razzismo non si limita semplicemente a deprivare le sue vittime delle loro risorse economiche e del loro status sociale. Le deumanizza e le depersonalizza, lasciando i Neri ad abitare in una «zona di non-essere, una regione straordinariamente sterile e arida, una rampa essenzialmente spoglia, da cui può sorgere un nuovo inizio». Tutto ciò ha prodotto un complesso di inferiorità, la sensazione di valere meno come esseri umani. Quelli che lui chiama «i dannati della terra» possono trascendere questo stato solo riconoscendo con forza la propria umanità, sulla base dell’affermazione positiva delle loro caratteristiche razziali o nazionali.

Riconoscimento è un termine spesso frainteso dell’opera di Fanon. Nel pensiero politico moderno la frase «politiche del riconoscimento» rimanda alla mutua accettazione degli «eguali diritti» dei cittadini. Tutte le relazioni contrattuali, sia in politica che in economia, includono il riconoscimento dei diritti della controparte. Ma Fanon non parlava di riconoscimento in questi termini. Fanon non nutriva alcuna speranza di poter superare il razzismo con dichiarazioni di uguaglianza formale poiché, per lui, le persone di colore non erano percepite come integralmente umane ed erano dunque escluse dal contratto sociale. Criticava quanti cercavano il riconoscimento della società già esistente, in quello che secondo lui era uno sforzo per «diventare bianchi», rimanendo comunque dentro un complesso di inferiorità. Fanon puntava a un tipo di riconoscimento molto più profondo, capace di ammettere la piena umanità, in termini di desideri e dignità, dei marginalizzati e degli oppressi. Raggiungere questo obiettivo «implica ristrutturare il mondo», come disse una volta.

L’approccio di Fanon offre dunque un’alternativa al modo in cui di solito nella sinistra odierna si tende a discutere di razza, classe e identità. Si opponeva a quella sorta di rivoluzionesimo astratto che concepisce il proletariato come garante della liberazione e al contempo sminuisce l’importanza delle lotte contro il razzismo. Rigettava anche quel genere di politiche identitarie che mirano unicamente all’espressione di sé e a una soddisfazione integrata nella struttura delle relazioni capitalistiche esistenti, una posizione particolarmente evidente nei suoi lavori come psichiatra.

Socioterapia

Fanon iniziò a studiare psichiatria a Lione nei tardi anni Quaranta, e presentò il testo di "Pelle nera, maschere bianche" come tesi di dottorato nel 1951. Il suo supervisor universitario rifiutò il lavoro per via del suo contenuto non convenzionale. Fanon rispose ripiegando su uno studio tecnico sulle implicazioni psichiatriche della atassia di Friedreich – una forma di degenerazione neurologica della colonna vertebrale. La tesi, pubblicata in inglese solo in anni recenti, è l’ultimo posto dove ci si aspetterebbe di trovare un’analisi delle relazioni sociali. Eppure l’intuizione di Fanon sul carattere sociogenico del razzismo traspare anche in questo scritto. Fanon insisteva sul fatto che le malattie mentali, anche se potevano avere origine organica, erano «sempre psichiche nella loro patologia». Rifiutava di ridurre persino le malattie neurologiche ai loro aspetti biologici. Era interessato al crollo psicologico subito dal singolo individuo, guidato in quest’approccio da un implacabile umanesimo:

"Il [singolo] essere umano smette di essere un fenomeno nel momento in cui lui o lei incontra il volto di un altro. Perché l’altro rivela me a me stesso. E la psicoanalisi, proponendosi di reintegrare l’individuo folle all’interno del gruppo, si stabilisce come la scienza della collettività par excellence. Questo significa che l’essere umano sano è un essere sociale: o altrimenti, che la misura della sanità umana, da un punto di vista psicologico, sarà data dall’integrazione più o meno perfetta nel socius."

Questa prospettiva avrebbe guidato Fanon nei successivi otto anni, passati a lavorare in una serie di cliniche psichiatriche, prima in Francia, poi in Algeria e in Tunisia, dove praticò – inizialmente sotto la tutela di François Toquelles – la «socioterapia». Significava liberare i pazienti da condizioni prossime alla prigione e provare a integrarli nella società. Fanon e i suoi colleghi utilizzavano tecniche come quella della terapia occupazionale, mettendo i pazienti a lavoro su giornali e opere teatrali, e permettendo loro di aggregarsi liberamente gli uni agli altri nell’istituto. Nel corso del suo lavoro Fanon somministrava psicofarmaci, e impiegò persino l’elettroshock. Ma lo fece provando contemporaneamente a creare un ambiente umanista in grado di trattare il paziente come persona.

L’apertura alle possibilità umane era la pietra angolare di questo approccio, sia nel lavoro di Fanon come psichiatra, sia nel suo successivo ruolo di attivista rivoluzionario. La sua tesi citava un passo di Jacques Lacan:

"C’è una discordanza essenziale all’interno della realtà umana. Ma anche se dovessero prevalere condizioni organiche dell’intossicazione, il consenso della libertà sarebbe comunque necessario."

Se la «discordanza essenziale» definisce la nostra natura, non può essere superata; secondo questa prospettiva l’alienazione sarebbe parte integrante dell’esistenza umana. Fanon rispose con una domanda: «Non sarebbe meglio lasciare aperta la discussione sui limiti stessi della libertà – sarebbe a dire, della responsabilità umana?». Le pagine iniziali di "Pelle nera, maschere bianche" contengono una dichiarazione vivida: «L’uomo è un sì che si propaga dalle armonie del cosmo». Fanon concepiva la libertà come «un mondo di mutui riconoscimenti», insistendo che il desiderio di «toccare l’altro, sentire l’altro, scoprire l’altro» era una parte essenziale dell’essere umano.

La rivoluzione algerina

Dopo aver praticato la psichiatria per diversi anni in Francia, Fanon si trasferì in Algeria nel 1953, dove venne assunto all’ospedale Blida-Joinville, fuori Algeri. Non fece questa scelta per ragioni politiche, poiché all’epoca sapeva poco dell’Algeria e non aveva avuto quasi nessun contatto con i movimenti di liberazione africani. Scoprì rapidamente una società manichea, dove i coloni francesi, circa il 10 percento della popolazione algerina, vivevano in un altro mondo rispetto alle masse arabe e cabillie. Queste ultime erano soggette a una discriminazione assai più brutale di qualunque cosa avesse sperimentato nelle Antille. Quando la rivoluzione algerina scoppiò nel novembre del 1954, guidata dal neonato Fronte di Liberazione Nazionale (Fln), Fanon sposò gli obiettivi del movimento e la sua chiamata alla lotta armata.

Fanon ora univa il suo lavoro psichiatrico al coinvolgimento in un movimento rivoluzionario. Nascose i militanti dell’Fln nel suo ospedale e curò le vittime di stupro e tortura. Divenne inoltre sempre più attivo nei dibattiti politici interni all’Fln. Tuttavia, i legami tra la psichiatria di Fanon e la sua visione politica erano molto più profondi. Come ha osservato Robert Young, Fanon dipinse un’analogia tra le società sotto il dominio coloniale e i pazienti psichiatrici che necessitavano di cure:

"La rivoluzione fu lo shock necessario che permise la ricostruzione della società colonizzata […] Le politiche di libertà di Fanon furono attentamente modellate su, e derivate da, la sua pratica terapeutica."

Fanon condusse una serie di studi dettagliati sulla società e la cultura algerine negli anni Cinquanta, discutendo il ruolo giocato dalla religione nelle nazioni musulmane, il senso radicalmente differente del tempo che separava i nordafricani dagli europei, e il modo in cui la famiglia e le comunità di clan in Algeria definivano loro stesse sempre più spesso in relazione a una vasta comunità nazionale. Guardò soprattutto al frequente rifiuto dei colonizzati di confessare i crimini, anche di fronte a palesi prove di colpevolezza:

"Possiamo approcciare questo sistema ontologico così sfuggente chiedendoci se i musulmani indigeni pensano davvero a loro stessi come parte in causa di accordi contrattuali con il gruppo sociale che oggi esercita il proprio potere su di loro. Si sentono legati al contratto sociale?… che significato avrebbero per loro il crimine, il processo e la sentenza se così non fosse?"

Come sottolinea Fanon, la confessione dipende da un riconoscimento precedente, una cosa che nel contesto coloniale mancava: «Non può esserci reintegrazione se non c’è mai stata integrazione». Dal momento che il contratto sociale escludeva la popolazione coloniale, questa sentiva di non avere l’obbligo di obbedire alle norme giuridiche o legali. Il rifiuto della confessione, concludeva Fanon, era un atto di rivolta. Il fallimento del sistema nel riconoscere l’umanità delle persone colonizzate le costringeva a spingere per un sovvertimento completo delle istituzioni esistenti, non verso semplici riforme. Secondo Fanon il soggetto colonizzato – dagli arabi ai cabilli in Algeria fino ai Neri dell’Africa sub sahariana o agli afroamericani negli Stati uniti – potrebbe dunque essere la forza d’avanguardia nelle lotte per la trasformazione sociale.

Distendere il marxismo

Fanon opponeva la prassi rivoluzionaria dei colonizzati alla passività e ai tradimenti della sinistra europea. I partiti francesi socialisti e comunisti supportarono la guerra dell’imperialismo francese contro la rivoluzione algerina, che costò più di un milione di morti. Il premier socialista, Guy Mollet, presiedette al violento giro di vite in Algeria, mentre i deputati comunisti nel parlamento francese votarono a favore dei crediti di guerra, malgrado il loro impegno formale nell’anti-colonialismo leninista. Con l’importante eccezione di figure come quella di Jean-Paul Sartre, ci fu poco supporto attivo per la rivoluzione algerina persino nelle sezioni più radicali della sinistra europea. Questo portò Fanon a diventare sempre più critico verso il paradigma che definiva gran parte del pensiero occidentale.

Queste considerazioni furono centrali nell’ultimo e più famoso libro di Fanon, "I dannati della terra". Fanon cominciò a scrivere il libro dopo aver saputo di avere una leucemia incurabile, e morì poco dopo la pubblicazione, nel 1961. Gli studiosi spesso pensano che I dannati della terra volti completamente le spalle all’Europa. Al contrario, Fanon nel libro ripensava criticamente le filosofie europee, incluso il marxismo.

Fanon insisteva sul fatto che l’analisi marxista «dovrebbe sempre essere leggermente distesa ogni volta che si affronta il problema coloniale». Nelle analisi di Marx sull’accumulazione capitalistica in Europa, lo sviluppo del capitalismo aveva strappato i contadini al «lavoro naturale» della terra e li aveva trasformati in proletariato urbano, che a sua volta si era trasformato in una forza di massa, compatta e rivoluzionaria, attraverso la concentrazione e centralizzazione di capitale. Fanon notò che questo processo non era stato ripetuto in Africa. La distruzione delle forme di proprietà comunitaria tradizionali del continente non avevano portato alla creazione di un proletariato di massa e radicalizzato, dal momento che i colonialisti non avevano industrializzato l’Africa, ma al contrario l’avevano sottosviluppata attraverso l’estrazione brutale di forza lavoro e risorse naturali. La gran parte della popolazione era rimasta contadina, mentre la classe lavoratrice delle città e dei villaggi era debole e poco numerosa. Per questi motivi, Fanon suggerì che la principale forza motrice della rivoluzione sarebbe stata composta da contadini e dal mondo del sottoproletariato, e non dalla nascente classe operaia africana.

Alcuni scrittori hanno criticato Fanon per aver esagerato il ruolo dei contadini e aver trascurato i momenti in cui il lavoro organizzato giocò un ruolo importante nelle lotte per l’indipendenza africana negli anni Cinquanta e Sessanta. Anche se in queste critiche c’è del vero, vale la pena notare che Fanon concordava con la visione di Marx secondo cui una rivoluzione sociale può avere successo solo se è il prodotto di un «movimento consapevole e indipendente dell’immensa maggioranza». Fanon, come Marx prima di lui, rigettava l’idea che una rivoluzione di successo potesse essere ottenuta da una classe operaia minoritaria guidata – in pratica o almeno in teoria – da un partito d’avanguardia «disciplinato e centralizzato», e provava a immaginare per le rivoluzioni africane una via che fosse lontana dagli errori del passato.

Un nuovo umanesimo

Il contributo più importante dei "Dannati della terra" risiede nel suo avvertimento profetico sul destino che avrebbe aspettato le rivoluzioni africane se la lotta per l’indipendenza non si fosse sviluppata in una rivoluzione sociale, per stabilire ciò che Fanon chiamava «un nuovo umanesimo». Fanon era un sostenitore appassionato della liberazione nazionale attraverso la lotta armata, ma non come fine a sé stessa.

Attraverso la forma di una lotta nazionale, sosteneva, la rivoluzione algerina aveva evitato l’esclusività razziale, riunendo insieme arabi, cabilli e neri africani – come pure quei bianchi algerini disposti a cedere i propri privilegi. Tuttavia, Fanon predisse che queste lotte sarebbero cadute preda delle macchinazioni della borghesia nazionale se non si fossero rapidamente evolute, dopo l’indipendenza, in una fase di trasformazione sociale.

Con queste parole Fanon delineava un’idea di sviluppo opposta tanto al capitalismo occidentale quanto al gerarchico modello di industrializzazione sovietico. Voleva che le masse rivoluzionarie creassero una società decentralizzata in cui avrebbero avuto un controllo reale, e non soltanto nominale, sui processi politici ed economici. Per questa ragione, si oppose alle forme di organizzazione adottate virtualmente in tutte le rivoluzioni africane (inclusa quella algerina): «Il partito unico è la forma moderna di dittatura della borghesia – senza la sua maschera, il make-up e gli scrupoli, cinico sotto ogni aspetto».

Fanon metteva a confronto le ricche nazioni capitaliste, nelle quali «una moltitudine di predicatori, consiglieri, ‘mistificatori’ si frappongono tra gli sfruttati e le autorità» per impedire uno scontro frontale, con gli stati coloniali in cui «l’intervento diretto della borghesia» avrebbe «assicurato che i colonizzati rimanessero sotto stretto controllo, contenuti dai calci dei fucili». L’esperienza degli ultimi anni dimostra che il divario tra il mondo colonizzato di cui scriveva Fanon e le nazioni come gli Stati uniti si è via via assottigliato. Le mediazioni tra le autorità e gli sfruttati negli Stati uniti si stanno rapidamente dissolvendo, mentre lo spirito razzista che ha pervaso ogni momento della storia di questo paese si sta manifestando a un livello che non si era mai visto dal capovolgimento della Black Reconstruction [dal titolo del libro di W.E.B. Du Bois sul contributo di Neri e Nere all’epoca della Ricostruzione americana post-guerra civile, Ndt].

Alla luce del fallimento e dell’incompletezza delle rivoluzioni del secolo scorso, rimane centrale l’idea di Fanon che ribaltare con successo le strutture economiche e politiche richiede anche la trasformazione delle più intime relazioni umane, a cominciare dal modo in cui ci percepiamo l’un l’altro in una società razzializzata. Per dirla con le parole di Raya Dunayevskaya: «Non sono i mezzi di produzione a creare un’umanità nuova, è l’umanità nuova a creare nuovi mezzi di produzione».

*Peter Hudis è professore di filosofia all’Oakton Community College e autore del libro Frantz Fanon: Philosopher of the Barricades. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è di Gaia Benzi.


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