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Le rivolte arabe erano anche contro di lui - [IFE Italia]
IFE Italia

Le rivolte arabe erano anche contro di lui

di Lucia Annunziata
martedì 3 maggio 2011

da "La Stampa" martedì 3 maggio 2011

L’uccisione di Osama Bin Laden e le rivolte delle strade arabe riscrivono il futuro del Medio Oriente. Due avvenimenti senza alcun legame, lontanissimi fra loro, almeno in apparenza. In realtà intrecciati dalla ferrea logica dello stato delle cose reali. Dieci anni fa esatti Al Qaeda con i suoi attacchi ai nemici americani, agli Infedeli, all’Occidente, attraverso le due Torri, lanciava in realtà una campagna politica di dominio del mondo arabo.

La sua era una proposta inedita negli strumenti scelti (la ipermediatizzazione e il gigantismo terroristico) ma non negli scopi. Bin Laden rilanciava in effetti l’ideologia panarabista, si proponeva la conquista dell’intero mondo arabo, l’abbattimento dunque dei vari governi autoritari/pro occidentali. La conquista dell’egemonia su tutto il mondo islamico è una vecchia chimera alla cui seduzione hanno ceduto periodicamente negli anni, fin dalla fine dell’Impero Ottomano, cioè da dopo la Prima Guerra Mondiale, vari re ed emiri – e a cui ancora oggi lavorano attivamente quasi tutti gli Stati mediorientali. Di questa chimera fu vittima Saddam Hussein quando, dopo la fine dell’influenza sovietica, avviò nel 1990 l’invasione del Kuwait (e la prima Guerra del Golfo). Questa chimera insegue oggi l’Iran con le sue pedine religiose sparse nella regione, come Hamas ed Hezbollah. Sicuramente questa chimera agita da sempre le ambizioni dell’Arabia Saudita, di cui Osama bin Laden era, e non a caso, figlio. Il panarabismo terrorista di Al Qaeda era una soluzione a quella esplosione demografica che da venti anni a questa parte ha gonfiato le città arabe di giovani uomini (e donne) inquieti, disoccupati, e stanchi di un destino di passiva accettazione in un mondo pieno di tentazioni, denaro, corruzione, ed energia. Chi volesse oggi ricordare queste radici dovrebbe rileggersi i migliori libri mai usciti sulle ragioni sociali del terrorismo islamico, e sulla lotta interna all’Islam: Jihad. Ascesa e declino. Storia del fondamentalismo islamico, e Fitna. Guerra nel cuore dell’Islam, di Gilles Kepel.

Il modello lanciato da Osama era la combinazione di un ritorno alla purezza religiosa del passato – rappresentato dall’arroccamento in una caverna, luogo mitologico della fuga del leader – e l’uso antagonistico della modernità offerta dalla cultura occidentale: internet come simbolo del tutto.

Per qualche anno è stata una combinazione letale, che ha fatto proseliti ovunque, incluso nel cuore della grandi città del nemico. Che ha diffuso nelle vene del pianeta il rancore e l’odio della guerra religiosa. Poi qualcosa è successo. Qualcosa di cui non sappiamo ancora molto, ma di cui abbiamo misurato gli effetti. Quella massa di popolazione giovane, insoddisfatta, acculturata, nutrita da un forte sentimento di esclusione, ha cominciato ad esprimere questa matassa di sentimenti e domande in maniera diversa: chiedendo cambi politici e sociali, e non dall’Occidente, ma dai propri governi; usando Internet ma non per diffondere ricette su come fabbricare bombe bensì per convocare manifestazioni pubbliche; domandando libertà e riconoscimento di identità ma non attraverso le armi bensì attraverso la politica. «The awakening», il risveglio, come lo chiama il suo principale cantore, la tv al-Jazeera, non è panarabo, anzi sventola le proprie bandiere nazionali; non è antimperialista, anzi incolpa i propri governanti; e nella modernità non vede l’incarnazione del vizio, ma un passaporto per un mondo più grande.

Curiosamente, il fine di questi movimenti è lo stesso di Osama, cioè abbattere i vari governi, ma dentro non vi agisce alcuna chimera imperiale e nemmeno religiosa. Il rapporto fra l’uccisione di Bin Laden e questa nuova realtà è proprio in questa somiglianza/differenza. Sarebbe mai stato raggiunto e ucciso il capo di al Qaeda se il mondo arabo non fosse cambiato? Se non fosse saltata intorno a lui la cintura difensiva di masse fanatiche e radicalizzate? La morte di Bin Laden è la prova provata che la sua ricetta di sangue ed odio per i giovani arabi non ha funzionato. E con questo fallimento una fase è finita. In altri tempi e in altri luoghi, nella nostra vecchia Europa, si sarebbe gridato: è morto il re, viva il re.


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