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Le armi autonome e la prospettiva femminista - [IFE Italia]
IFE Italia

Le armi autonome e la prospettiva femminista

di Bruna Bianchi
venerdì 19 agosto 2022

Un’ottima riflrssione di Bruna Bianchi, studiosa femminista e pacifista.

Fonte:

https://comune-info.net/le-armi-aut...

Nella guerra attuale i droni, veicoli telecomandati che possono portare armi chimiche, biologiche o nucleari, stanno svolgendo un ruolo decisivo. L’Ucraina sta usando prevalentemente droni di coproduzione turca sulla base di un accordo bilaterale tra i due paesi per lo sviluppo della ricerca e dell’industria militare. Gli Stati Uniti, inoltre, che già si erano impegnati a fornire all’Ucraina “l’accesso alla tecnologia americana” in questo settore hanno inviato cento droni, i cosiddetti “kamikaze killer”, piccoli velivoli monouso che, una volta individuato il bersaglio, si lanciano contro di esso. Benché normalmente l’attacco venga confermato da un operatore, ha affermato Ingvild Bode, docente presso il Center for War Studies, all’Università di Southern Denmark, i loro sistemi operativi sono “tecnicamente in grado di farlo autonomamente. E questa è la grande differenza“.

Poco si conosce delle caratteristiche e dell’uso dei droni usati dall’esercito russo. Si sa, però, che prima dell’invasione la Russia aveva sperimentato droni con elementi di intelligenza artificiale e aveva creato un dipartimento per la ricerca e la produzione di questi nuovi modelli di armi. Già nel 2017 il presidente Putin non aveva celato le sue ambizioni: “Chi diventerà il leader in questo settore – aveva affermato – sarà il dominatore del mondo”. Lo ha ricordato Brendan Walker-Munro, ricercatore dell’Università del Qeensland in un articolo pubblicato il 29 marzo su “The Conversation”.

Sembra, tuttavia, che queste armi non siano state ancora usate. Forse, ha ipotizzato lo studioso australiano, le gerarchie militari non hanno fiducia nelle nuove tecnologie o forse sono tenute in serbo per una fase di ulteriore intensificazione del conflitto.

Molti sono i paesi che hanno investito e investono in queste tecnologie che, scrive sempre Brendan Walker-Munro, “stanno creando un nuovo concetto di potere”. Dal punto di vista militare i vantaggi delle armi dotate di intelligenza artificiale, senza un significativo controllo umano o completamente autonome, sono estremamente rilevanti: esse sono molto meno costose di un carro armato o di un aereo, non mettono a rischio le vite militari; a differenza dei soldati, non hanno paura, non disertano, con loro non si può tentare un dialogo, non hanno remore morali, non osservano il diritto umanitario, creano un vuoto di imputabilità. Infatti, chi potrebbe essere incriminato per un uso illegale? Colui che le ha programmate e sviluppate, o l’autorità militare che ha pianificato l’attacco? Una tale tecnologia inoltre, si teme da più parti, potrebbe scatenare una corsa agli armamenti a livello mondiale.

Se a decidere sulla vita è una macchina

La possibilità che le decisioni sulla vita e sulla morte, sulla distinzione tra civili e combattenti siano affidare a una macchina che, in base a sensori e a logaritmi, identifica e colpisce i bersagli, decide l’intensità degli attacchi, solleva problemi dal punto di vista etico, legale e di sicurezza ed è al centro della campagna “Stop Killer Robots” lanciata pubblicamente nel 2013 per la proibizione di queste armi e per la definizione di norme internazionali a protezione dei civili. Molti i partner della campagna; tra questi Pax Peace e Women’s International League for Peace and Freedom (WILPF).

Nel 2015 oltre 3.000 esperti di intelligenza artificiale e, nel 2017, 116 fondatori di compagnie di robotica e intelligenza artificiale di 26 paesi hanno chiesto all’Onu di intervenire con urgenza per vietare l’uso dei “killer robot”. Venti premi Nobel per la pace nel 2014 hanno rivolto la stessa richiesta. Nel 2018 4.000 dipendenti di Google hanno chiesto e ottenuto la cancellazione del progetto Maven con il Pentagono per “migliorare” la capacità di azione dei droni attraverso l’intelligenza artificiale. La Croce Rossa Internazionale (ICRC), e la Campagna Stop Killer Robots si sono espresse per la loro proibizione; 28 stati hanno dichiarato di essere a favore di una loro proibizione preventiva. Il 25 marzo 2019 il segretario dell’Onu Guterrez ha detto: “Queste armi sono politicamente inaccettabili, moralmente ripugnanti e devono essere proibite dal diritto internazionale”.

Dal 2014 gli stati rappresentati nella Convention on Certain Conventional Weapons (CCW) hanno discusso sui modi di affrontare la questione delle armi autonome e nel 2017 la CCW ha deciso di avviare un processo formale di confronto. Eppure le consultazioni sono a un pericoloso stallo. Dal 7 all’11 aprile 2022 si è riunito a Ginevra il Group of Governmental Experts (GGE) sulle armi autonome che da nove anni tenta di giungere a un accordo sulla proibizione o sulla limitazione del loro uso. All’incontro la Russia non ha partecipato adducendo difficoltà relative alla pandemia e alle sanzioni che impedivano agli esperti russi di raggiungere la Svizzera. Poiché il CGE decide per “consenso”, inteso come unanimità, l’incontro ha potuto svolgersi solo in via informale. Usando il consenso come veto questo metodo di decisione consente agli stati più militarizzati, impegnati in guerre e nello sviluppo di nuove tecnologie militari, di impedire limitazioni e divieti. Così, Australia, Israele, Russia, Stati Uniti e Corea del Sud sono riusciti a bloccare ogni decisione (reachingcriticalwill.org). E nella situazione odierna sembra molto difficile che si possa giungere non solo a una decisione, ma neppure a un ulteriore incontro formale.

La prospettiva femminista

Negli ultimi due anni Reaching Critical Will (RCW), il programma della WILPF per il disarmo, ha seguito i lavori del GGE e nell’ottobre 2020 ha pubblicato, con il sostegno della campagna Stop Killer Robots, due rapporti a firma di Ray Acheson che hanno analizzato la questione da un punto di vista femminista: Autonomous Weapons and Patriarchy e Autonomous Weapons and Gender Based Violence. Le pagine che seguono si soffermano prevalentemente sul primo scritto che si apre con una citazione di Theodore Adorno:

“La tecnologia sta rendendo le azioni precise e brutali, e con esse gli esseri umani”. In 23 pagine, di cui quattro dedicate a riferimenti bibliografici e sitografici, attingendo ampiamente alla riflessione femminista su militarismo, scienza e tecnologia, Acheson analizza l’origine, la natura e i rischi delle armi autonome. Mentre da più parti queste armi sono presentate come tecnologie necessarie per la sicurezza, per l’efficienza bellica e la precisione degli attacchi, l’analisi femminista deve chiedersi: Chi beneficia di queste tecnologie di morte? Quali sono gli interessi coinvolti? Per rispondere a questi quesiti occorre rivolgere lo sguardo ai sistemi di oppressione e di dominio sottesi alla loro ideazione e alla loro costruzione. Le armi autonome, infatti, devono essere intese nel più ampio contesto del potere e della violenza, nel contesto della crescita della “sicurezza dello stato nazionale”, di quell’insieme di “confini, polizia, prigioni, organizzazioni militari, intelligence” e altri apparati coercitivi che perpetuano e aumentano l’astrazione della violenza e svalorizzano la vita umana. L’analisi di queste strutture di violenza non può prescindere da una analisi del patriarcato, della violenza insita nei quadri concettuali patriarcali. Il nesso tra armi e potere, infatti, si basa sul genere.

Il patriarcato è ben più di un ordine gerarchico in cui le donne sono subordinate agli uomini, è un sistema di potere, “un ordine che configura e radica il genere come costruzione culturale, ovvero insiste sulle norme, i ruoli e le condizioni dell’essere uomo o donna. Il patriarcato opprime non solo le donne, ma chiunque non si conformi alle norme prescritte per il proprio genere” (p. 5) e impone relazioni di potere anche attraverso l’età, l’etnia, la religione, la disabilità. È un sistema che identifica la mascolinità con il diritto di dominare sugli altri. Il patriarcato, infatti, celebra una precisa forma di mascolinità, una immagine idealizzata in relazione alla quale le immagini di femminilità e altre forme di mascolinità sono marginalizzate e subordinate. Nella maggior parte delle culture oggi la “mascolinità egemonica” è rappresentata da un uomo eterosessuale, indipendente, amante del rischio, aggressivo, razionale, fisicamente forte, coraggioso e privo di emotività.

L’organizzazione militare ha un ruolo decisivo nella formazione dell’immagine di mascolinità nella società: durezza, uso esperto della violenza, disciplina, capacità di soffocare le emozioni. I ragazzi apprendono in famiglia, attraverso i media e la scuola a definire se stessi in base alla violenza e a far ricorso alla violenza come forma di comunicazione, a glorificare la forza e il dominio sugli altri e a disprezzare la debolezza. Queste norme di comportamento diffuse nella società influenzano l’andamento dell’economia, il modo in cui il potere è costruito e distribuito, il modo in cui le tecnologie sono ideate e realizzate per rafforzare ed estendere il dominio. Il dominio attraverso la violenza è iscritto nella tecnologia delle armi autonome, nel pensiero e nella politica che sta conducendo al loro sviluppo e al loro potenziale uso.

Se pensiamo alle idee militarizzate di mascolinità e potere, scrive l’autrice, se pensiamo a come la violenza e il potere sono intesi e sostenuti come strumenti di sicurezza, possiamo immaginare che le armi programmate con sensori e software per determinare chi vive e chi muore saranno usate per mettere in atto la missione del patriarcato. La sua missione è il dominio (p. 4).

La tecnologia è neutra?

Contrariamente a come viene presentata, la tecnologia non è “neutra”, non è un insieme di artefatti; in essa si concretizzano le relazioni di potere, essa rivela la struttura della società che l’ha ideata e pertanto tende a rafforzare le strutture di controllo e di dominio e ad accentuare la la concentrazione del potere. Le tecnologie utilizzate nella produzione delle armi autonome sono sviluppate da un piccolo gruppo di esperti che a loro volta ricevono istruzioni da un gruppo ancora più piccolo di decisori.

Se il sistema di armi è programmato in una società capitalistica, patriarcale e razzista, anche il sistema “machine-learning” – ovvero i sistemi con la capacità di apprendimento e adattamento automatici – continuerà a perpetuare e rafforzare le stesse norme e le stesse relazioni di potere. Queste relazioni sono già costantemente meccanizzate attraverso la tecnologia per servire all’ordine capitalistico esistente; ne sono un esempio le tecnologie della sorveglianza basate sulla biometria e sul riconoscimento facciale.

Se sviluppate, le armi autonome tendono al dominio totale. Grazie all’intelligenza artificiale, la capacità di colpire non già in base all’identità dei bersagli, ma in base a caratteristiche o comportamenti codificati in algoritmi e identificati da sensori, può far presagire la funzione delle armi autonome. Le “disposizioni culturali” sarebbero programmate direttamente nella macchina e suoi bersagli sarebbero individuati e colpiti senza ulteriore intervento umano.

Le armi autonome devono essere intese come macchine “categorizzatrici”, che colpiscono tipi o categorie di persone ed estenderebbero le possibilità della violenza e del controllo ben al di là dei droni pilotati, ad esempio su gruppi etnici per attuare genocidi o per controllare le frontiere. Le armi autonome possono essere programmate per colpire attivisti neri, o indigeni o donne o interi gruppi etnici e religiosi. Gli esseri umani sarebbero ridotti a oggetti destinati alla morte o alla detenzione da sensori e algoritmi sulla base del sesso, della razza, dell’età o di altre caratteristiche sociologiche, psicologiche e comportamentali. L’ordine mondiale, patriarcale e razzista diverrebbe automatico e pertanto senza possibilità di esercitare opposizione e il potere sarebbe concentrato in un numero ancora più limitato di mani.

Le armi autonome, conclude Acheson, sono una violazione dei diritti umani e della dignità della persona, sono “l’espressione più violenta del patriarcato”, il grado più estremo di svalorizzazione della vita umana.

In un mondo in cui […] la violenza e la subordinazione degli altri è il modo in cui i governi e le élite economiche e politiche mantengono la loro autorità e i loro privilegi, l’aumento dell’astrazione e della lontananza delle tecnologie violente è estremamente pericoloso (p. 18).

Pertanto, la prospettiva femminista va oltre la proibizione delle armi autonome; essa deve includere gli obiettivi di giustizia sociale ed economica, la smilitarizzazione, il disinvestimento e l’abolizione di tutte quelle strutture di violenza che potrebbero utilizzare queste armi: polizia, organizzazioni militari, sistemi carcerari e di controllo dei confini.

[Questa pagina fa parte di Voci di pace, spazio web di studi, documenti e testimonianze a cura di Bruna Bianchi]


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