IFE Italia

Audaci, silenziose, nascoste.

di Bruna Bianchi
martedì 30 maggio 2023

" (...) Alcuni studi recenti (...) hanno cominciato a indagare forme di protesta meno visibili e dirompenti, non solo individuali, che pure non sono mai cessate, bensì “nascoste” e “silenziose”, condotte da gruppi, anche molto numerosi che possono avere un impatto rilevante sugli orientamenti delle persone (...)"

Fonte: https://comune-info.net/audaci-sile...

ra le grandi manifestazioni di protesta di febbraio-marzo 2022 e quelle contro la mobilitazione del settembre, l’opposizione alla guerra in Russia si è espressa con modalità diverse, prevalentemente a livello individuale e di piccoli gruppi.

Deposizioni di fiori, petizioni, video

Tra gennaio e febbraio ci sono state proteste coordinate, come la cosiddetta “protesta dei fiori”, quando, contemporaneamente in sessanta città, donne e uomini, apertamente o di nascosto, hanno deposto mazzi di fiori e qualche giocattolo presso i monumenti dedicati al poeta ucraino Taras Shevchenko e alla poetessa Leslya Ukrainka, o a quelli in ricordo delle persecuzioni staliniane per esprimere la propria indignazione e il proprio dolore per le vittime del bombardamento di Dnipro del 14 gennaio.

La protesta si è espressa anche attraverso lettere aperte, petizioni e video. La lettera aperta che il 27 novembre, giornata delle madri, il FAR (Feminist Anti-War Resistance), e alcuni gruppi di madri di soldati di leva hanno inviato ad Inna Yuryevna Svyatenko, presidente del Comitato per le politiche sociali del Consiglio della Federazione, a Nina Alexandrovna Ostanina, Presidente del Comitato della Duma di Stato per la Famiglia, le Donne e i Bambini, e ai membri di questi comitati, è tra le condanne più dure condanne della guerra e del regime dal punto di vista delle donne e delle madri. Nella lettera le madri ricordano che “il sostegno a un’azione militare aggressiva è incompatibile con la protezione della famiglia, delle donne e dei bambini”; la guerra, infatti, aggrava la povertà delle famiglie e aumentato la violenza domestica, mortifica la funzione materna. E mentre “il nostro Paese ha reintrodotto il titolo di “mamma-eroina” per le mamme di famiglia numerosa […] le madri di coscritti e mobilitati sono costrette a bussare umilmente alle soglie delle amministrazioni cittadine, cercando di riportare a casa figli e mariti. Fanno picchetti, scrivono appelli collettivi, depositano petizioni, ma nessuno le ascolta!”. “Siamo inorridite da quanto sta accadendo – si legge nella lettera, –. Siamo contrarie alla partecipazione a tutto questo dei nostri figli, fratelli, mariti, padri, noi stesse non vogliamo parteciparvi…”.

Dal 24 gennaio, infine, sono stati numerosi i video inviati alle autorità da gruppi di coscritti che hanno affermato di essere mandati al macello, uomini a cui i comandi ricordano di essere “sacrificabili”, che sono stati picchiati, messi in ginocchio con la mitragliatrice alla tempia. “A chi si rifiuta di far parte del reparti d’assalto – ha detto uno di loro – si spara”.

I picchetti individuali

Ogni giorno, benché in misura minore rispetto al passato, nei luoghi nevralgici di numerose città donne e uomini di ogni età in picchetti individuali hanno dato voce al proprio dissenso: “Io sono russa e sono per la pace”. “No alla guerra. Niente più morti insensate”, “Chiedo il ritiro delle truppe dall’Ucraina”. Come rivelano le cronache OVD-info, queste persone coraggiose si sono esposte al rischio dell’arresto, delle multe e delle aggressioni. In qualche caso, infatti, sono state prese a pugni dai passanti, come è accaduto a una giovane di Korolev nei pressi di Mosca. Solo la presenza dei figli ha evitato a una giornalista di essere “trascinata in una stanza sul retro” a causa di un poster contro la guerra rinvenuto nella sua abitazione su cui aveva scritto: “L’operazione militare speciale è una guerra contro l’umanità e lo spirito umanitario. Per la guerra in Ucraina pagheranno i nostri figli”.

Arresti, percosse e minacce di tortura non hanno dissuaso da forme di protesta audaci. Il 13 gennaio, la polizia ha arrestato a Ufa un giovane che si era recato presso la sala in cui era atteso Putin. con il suo poster: “fermate l’invasione dell’Ucraina”.

Nessun paese senza uomini! ha scritto sul suo poster Maria a Krasnojarsk di fronte ad un furgone che issava un cartellone propagandistico per l’arruolamento volontario.

Né sono mancate le espressioni sarcastiche, come quella che l’8 marzo si poteva leggere a Voronez sul poster di Victoria che raffigurava un soldato mutilato: “Buona festa, gentili signore”.

Il 24 febbraio è scesa ancora una volta per le vie di San Pietroburgo Elena Osipova, l’artista di 77 anni, diventata il simbolo delle proteste di strada, dove è stata arrestata per aver srotolato un manifesto con la scritta “Putin è guerra”.

Il primo febbraio l’artista aveva inaugurato una mostra nella sede del partito Yabloko in cui erano esposti trenta poster realizzati tra il 2014 e il 2023. La mostra avrebbe dovuto protrarsi fino al 24 febbraio, ma polizia ha fatto immediatamente irruzione sequestrando tutte le sue opere che si sono aggiunte ad altre trenta già in possesso della polizia e che difficilmente le saranno restituite. “Non importa, ha detto Osipova in una intervista a “Novaja Gazeta”, i poliziotti stessi possono averne bisogno”.

Ora è indagata per terrorismo. “Io non ho paura di niente, ha dichiarato. […] Non potranno soffocare la creazione artistica. Tutti gli eventi più terribili della storia inevitabilmente danno origine all’arte”. Pertanto, lei continuerà a manifestare il suo dissenso per indurre alla protesta e al rifiuto del servizio militare. Solo una rivolta morale, a suo parere, potrà porre fine alla guerra e alla violenza. “La guerra finirà solo quando i giovani non vorranno più combattere – ma, aggiunge sconsolata – dalle regioni più povere della Russia, dove non ci sono neppure le scuole, essi vanno [in guerra] per un po’ di soldi, e le madri sono pronte a consegnare i loro figli”.

“E domani sarà un anno!”

Sono le parole che Nikita Rodičev ha impresso sul poster che ha esibito sulla piazza Puškin a Mosca.

A un anno dall’inizio dell’invasione, le prospettive del movimento contro la guerra a parere di chi da mesi osserva l’evoluzione degli eventi non sono incoraggianti. Il 13 febbraio 2023 Sasha de Vogel,studiosa dell’azione collettiva in Russia, nell’articolo A Promise Unfulfilled, ovvero sulla promessa non mantenuta di un movimento di massa in grado di opporre resistenza al regime e alla guerra, ha scritto:

Le proteste di strada, incluse le marce e le manifestazioni hanno più importanza rispetto ad ogni altra forma di protesta. Primo: protestare è pericoloso […] e la partecipazione comunica una reale determinazione. Secondo: marce e manifestazioni sono le più visibili e chiunque veda i cartelli e ascolti gli slogan comprende immediatamente il messaggio. Terzo: la protesta porta al cambiamento attraverso una rottura. Una grande protesta è difficile da ignorare da parte del governo, specialmente da parte dei regimi autocratici in cui i metodi meno dirompenti, come elezioni e petizioni, hanno scarso significato. Quarto, la protesta consente a molte persone di esprimere la propria posizione in un colpo solo e questo può essere estremamente potente e trasformativo laddove il discorso pubblico è dominato dalla propaganda e dalla censura e le persone temono la repressione.

In conclusione, scrive Sasha de Vogel, le grandi proteste collettive possono suonare la campana a morte per il regime. Gli autocrati lo sanno. La persecuzione di anni da parte di Putin di Navaln’ji prova la sua paura di una rivoluzione popolare. Da allora, tuttavia, come ha dimostrato Mischa Gabowitsch in Protests in Putin’s Russia (2012), molto è cambiato. Dopo le proteste su vasta scala del 2011 in occasione delle elezioni parlamentari, il timore che le forze di sicurezza potessero passare dalla parte dei dimostranti, ha condotto alla creazione di corpi formati dagli elementi più violenti della società, ben lontani dai manifestanti e legati al regime da ricompense in denaro. E se a ciò si aggiungono i provvedimenti repressivi, le condanne pesanti, le torture, i ricatti quotidiani, la possibilità di essere allontanati dalle scuole e di perdere il lavoro, si comprende come le condizioni per grandi manifestazioni di protesta siano venute per il momento a mancare, lasciando un senso di scoraggiamento e di impotenza.

Anche le dichiarazioni delle organizzazioni e gruppi che per lunghi mesi sono state alla testa della protesta sono improntate al pessimismo e persino alla disperazione. Il 24 febbraio 2023 Ella Rossmann, fondatrice del FAR, ricordando con orgoglio il lavoro del FAR: le proteste organizzate, il sostegno ad attivisti e attiviste, la raccolta di fondi per un ospedale in Ucraina, la solidarietà a livello internazionale, ha dichiarato:

Dopo un anno di lavoro, ho sentimenti contrastanti. Le distruzioni e l’assassinio di massa in Ucraina mi devasta e mi ha fatto perdere la fiducia nel futuro. La repressione della società civile in Russia acuisce questa frustrazione. A dicembre alla nostra organizzazione è stato attribuito lo status legale di “agente straniero” e le nostre partner sono diventate “organizzazioni indesiderabili”, il che significa che molte di noi non potranno più tornare nel loro paese pena l’arresto. Come è possibile non cadere nella disperazione?

A un anno dall’inizio del conflitto anche Valentina Melnikova, presidentessa del Comitato delle madri dei soldati, in una intervista al periodico La Croix l’ebdo, ha espresso la sua profonda amarezza. Dalle guerre in Cecenia fino all’attuale “operazione speciale”, Melnikova è sempre stata al fianco delle madri; tutte le vie possibili per proteggere i soldati e i feriti, recuperare i morti e aiutare le famiglie ad avere notizie dei loro cari sono praticate. Commentando la situazione attuale ha spiegato come non si tratta di “apatia” diffusa nella società russa, ma di “assenza, nelle situazioni, di qualsiasi istinto biologico di protezione che è sempre esistita tra i russi: sono sovietici, è un retaggio ancora forte. È una questione di genetica, di psichiatria, di sociologia, di psicanalisi…”. E ha aggiunto: "Sotto Vladimir Putin come sotto l’Unione sovietica, è soprattutto il regno dell’ognuno fa per sé. Con la creazione del Comitato delle madri dei soldati e di altre organizzazioni come Memorial, una società civile unita aveva cominciato a vedere la luce negli anni Novanta quando, parallelamente a questo tipo di attività associative, sono apparsi alcuni partiti politici, comunisti e nazionalisti ma anche liberali e indipendenti. Tuttavia, a partire dalle elezioni legislative del 2003, solo i membri dei movimenti sotto il controllo dello Stato hanno il diritto di essere eletti nella Duma. La vita politica vera e propria è allora terminata. "

A differenza di Memorial, classificato come “agente straniero”, il Comitato delle madri dei soldati non è stato soppresso, così come altre organizzazioni che aiutano i profughi, i migranti o gli orfani, “ma siamo solo uffici di assistenza: le persone vanno e vengono. Non si tratta di una partecipazione generale alla società”. Benché con il decreto sulla mobilitazione, la guerra sia entrata nella vita quotidiana delle famiglie e il malcontento si sia espresso pubblicamente, “ancora una volta, le risposte sono rimaste individuali, i russi hanno reagito come uccelli che, avvertendo il pericolo, volano via all’improvviso, ognuno per sé”.

D’altra parte, come aveva affermato la stessa Melnikova nel maggio 2022, la brutalità dell’azione militare, la sua ampiezza e la rapidità dei mutamenti, avevano limitato le possibilità di azione dei comitati. “Oggi non abbiamo neppure idea di quanti siano i corpi non ancora recuperati e sepolti […]. Non c’è mai stata una cosa simile prima d’ora”. Forse per questo motivo, col proseguire della guerra, molte madri non si sono più rivolte ai comitati, bensì ai social media, hanno creato comunità digitali, si sono organizzate su piccola scala sulla base delle unità militari in cui prestano servizio i figli o alle zone di reclutamento. È quanto emerge da una ricerca in corso a cura di Jennifer Mathers e Natasha Danilova.

Frammentando in questo modo la loro azione le madri hanno perso la possibilità di parlare con una sola voce e i loro preoccupazioni e il loro messaggi si sono concentrati sulle condizioni di vita nell’esercito e sulla mancata preparazione militare. Questo quadro è parzialmente cambiato con la mobilitazione quando molte madri, specie nelle regioni orientali, hanno protestato di fronte agli uffici di reclutamento e aiutato i loro figli a fuggire dal paese ponendosi in aperto contrasto con lo Stato. Una tale opposizione, sostengono Mathers e Danilova, con tutta probabilità non si sarà spenta dopo le proteste del settembre. “Noi non ci aspettiamo, concludono, che le madri guideranno una protesta di massa di condanna dell’invasione russa dell’Ucraina, ma vediamo forme più “sottili” di resistenza che stanno contribuendo ad erodere il sostegno della guerra”. Ed è a queste forme di protesta nascoste che si sono rivolti gli studi.

La protesta “nascosta”

I primi risultati di alcuni di questi studi sono apparsi il 27 gennaio nell’ultimo numero del Russian Analytical Digest, periodico del Politecnico Federale di Zurigo, dedicato alla “resistenza nascosta in Russia contro la guerra”, Hidden Resistance to the Russian-Ukrainian War Inside Russia. Quattro articoli, rispettivamente sull’aiuto ai profughi ucraini, sugli incendi dei centri di reclutamento, sul significato dei messaggi in codice apparsi per le vie delle città e sull’attivismo di musicisti e musiciste, tracciano un quadro delle reti sotterranee della protesta.

Irina Meyer-Olimpieva della George Washington University, nell’articolo Helping Ukrainian Refugees as an Alternative to Street Protest, ha ricostruito la filosofia dell’aiuto di quei volontari e volontarie che hanno offerto il loro sostegno alle persone profughe dall’Ucraina, valutate in 2.800.000 e dislocate in oltre 800 “centri di accoglienza” di 53 regioni della Russia. In molti casi esse provengono da piccoli villaggi, sono traumatizzate, prive di tutto e per raggiungere l’Europa hanno un disperato bisogno di aiuto e di sostegno psicologico.

Per organizzare l’assistenza, tra marzo-aprile e luglio si è costituita a San Pietroburgo una rete di volontari-e che ha avuto una crescita esplosiva: da poco meno di 100 partecipanti è passata a benc10.000; un’altra rete a Mosca si avvale di 9.000 partecipanti. Anche in altre città: Rostov, Belgorod e Krasnodar, come pure in Crimea e a Smolensk, gruppi di volontari raccolgono le richieste di chi vuole recarsi in Europa, aiutano nell’acquisto dei biglietti, organizzano l’alloggio e i pasti durante i trasferimenti, l’assistenza medica e psicologica, trovano famiglie disposte a ospitare. Lo studio si basa su 31 interviste condotte tra agosto e dicembre 2022 a volontari di San Pietroburgo e Mosca di cui 9 in presenza. L’autrice non specifica la composizione degli intervistati-e, per sesso e classi di età, ma tutte le testimonianze riportate, tranne una, sono di donne dai 25 ai 45 anni.

Le motivazioni che hanno spinto all’attività di volontariato rimandano alla necessità di ridare un senso alla propria vita, brutalmente interrotta dalla guerra. “Semplicemente, provavo orrore. Stavo seduta e piangevo… Non potevo neppure respirare, avevo una sensazione… come se avessi una pietra sull’anima… (Ella, 28 anni, studentessa).

L’attività di aiuto offre un’occasione per agire, non lasciarsi sopraffare dalla depressione e uscire dall’isolamento. La manifestazione concreta del desiderio di sanare le ferite della violenza bellica è un lavoro di pace che è apparso più efficace delle proteste di massa. Nel centro delle città dove le persone facevano shopping come se niente di terribile stesse succedendo, ha detto Adrian, un artista di 45 anni, vedere “quel centinaio di ragazzi e ragazze coraggiose con i loro piccoli cartelli contro la guerra, insomma, questo non aveva alcun senso”.

Mentre le proteste di strada sono pericolose, comportano multe, arresti, talvolta torture, il lavoro di aiuto si può condurre all’ombra di un attivismo civico che non infrange la legge, al contrario può apparire utile allo stato. Non sempre, tuttavia, si sono potute evitare repressione e rappresaglie in un paese in cui il termine “legale”, come ha osservato Agatha, giornalista di 45 anni, deve essere posto sempre tra virgolette. Ne è un esempio il caso di un gruppo di Penza che ha dovuto sospendere l’attività dopo che una volontaria, madre di tre bambini, è stata rapita e torturata da alcuni nazionalisti favorevoli alla guerra. Nonostante questi rischi, gran parte dei volontari e delle volontarie continuano il loro lavoro: “Non sono spaventata – ha detto Alla, studentessa di 25 anni – perché non posso vivere senza il mio gruppo. Sapevo che molti provavano la stessa cosa. Bene, si soppesano i pro e i contro, e poi si prende la propria decisione”.

Un’altra forma di protesta è stata quella degli attacchi incendiari agli uffici di reclutamento, tema affrontato da Daria Zakharova, del Centro di ricerca per gli studi dell’Europa orientale della Università di Brema. Iniziate il 27 febbraio 2022, con lo scopo di distruggere la documentazione degli uomini in età militare, queste azioni sono aumentate a partire nel settembre, ma già dall’estate un decreto le aveva classificate come atti di terrorismo, non già come danneggiamento di proprietà come avveniva in precedenza. Nei media la figura dell’incendiario è stata quella del giovinastro drogato e criminale, o dell’agente segreto ucraino. Confessioni di aver agito su commissione “del nemico”, rivelatesi in seguito estorte con la tortura, sono state pubblicate con grande enfasi sulla stampa. La responsabilità della presenza nella società di giovani antipatriottici e criminali è stata attribuita al sistema scolastico russo ancora troppo imbevuto di valori occidentali, una propaganda volta a sostenere il processo di militarizzazione che ha investito le scuole in Russia.

In realtà, spiega Zakharova, i giovani che hanno appiccato le fiamme ai centri di reclutamento appartengono a un ampio spettro di gruppi: politici, etnici, anarchici, anarco-comunisti, né mancano affiliazioni a gruppi di destra. Dietro a questi atti si cela una vasta opposizione alla guerra, in particolare tra le minoranze delle regioni dove maggiore è la pressione dell’arruolamento e dove gran parte di coloro sospettati di aver appiccato gli incendi hanno dichiarato non essere “pronta a morire per i valori russi”. “Perché noi, abitanti della Baschria dovremmo morire per “il mondo russo”? […] L’Impero ci ha sempre oppressi”, ha detto in una intervista Ruslan Gabbasov, fondatore del Comitato per la resistenza della Baschiria, che con tutta probabilità è l’organizzatore degli incendi.

Ma la protesta “nascosta” più diffusa, che ha dominato i social media dall’inizio della guerra è quella espressa in codice, oggetto della ricerca di Vera Dubina dell’Università Humboldt di Berlino e di Alexandra Archipova dell’École des Hautes Études en sciences sociales di Parigi. Nell’articolo: “No Wobble”: Silent Protest in Contemporary Russia le autrici si sono soffermate sulle forme di “protesta silenziosa” il cui potenziale sovversivo nel contesto russo è assai più elevato rispetto a quello dei regimi democratici e che dall’antropologo James Scott (Weapons of the Weak. Everyday forms of Peasant Resistance, 1985) sono state definite “le armi dei deboli”.

Diffondere messaggi in codice contro la guerra sui social o negli spazi pubblici, che decostruiscono e mettono in ridicolo quelle delle autorità sono le nuove “armi dei deboli”. Di volta in volta di volta chiamate nonviolente, disarmate, pacifiche o passive, queste forme di protesta hanno dimostrato in passato e in differenti contesti la capacità resistere alle strutture di potere e suscitano simpatia per il loro carattere umoristico e nonviolento.

Com’è noto, la frase “No alla guerra” è stata sostituita con 5 asterischi, ma da quando, alla fine del 2022, una donna arrestata per un poster “Net v***e” ha convinto i giudici che intendeva dire “Net voble”, ovvero manifestare il suo disgusto per un pesce d’acqua dolce (noto come vobla), il pesce è diventato il simbolo più diffuso su volantini e graffiti.

Altre forme di resistenza riguardano tutte quelle azioni volte a evitare che i propri figli frequentino le “lezioni di patriottismo” e le varie modalità e strategie vengono scambiate sui social così come il rifiuto di salire su autobus contrassegnati con la Z. Questi gesti, considerati come individuali e spontanei, in realtà in molti casi sono coordinati; non sono insignificanti né isolati e rivelano un dissenso diffuso.

“Per riconoscere in queste azioni una protesta politica – scrivono le autrici – è necessario ampliare il nostro concetto di “politica”, al di là di partiti e istituzioni e connetterli alle miriadi di interazioni microsociali che avvengono nella vita quotidiana delle persone”.

L’ultimo articolo della rivista dal titolo Civic Activism Strategies of Russian Protest Musicians after February 24, 2022, di Katharina Meister, studiosa dell’Università di Helsinki, sulla base delle interviste condotte in Estonia tra ottobre e dicembre 2022, si interroga sul potere sovversivo della musica nel creare una identità comune di opposizione alla guerra. Il divieto di tenere concerti e l’inclusione di musicisti e musiciste nell’elenco degli “agenti stranieri”, non hanno impedito a canzoni e video di veicolare messaggi di protesta che hanno raggiunto milioni di persone attraverso i social che, benché bloccati, riescono ancora a essere usati.

Molti musicisti e musiciste hanno abbandonato la Russia e hanno organizzato concerti in almeno settanta centri in vari paesi: Europa, Georgia, Israele, Armenia, Centro Asia e America. I tour delle band hanno raccolto centinaia di migliaia di euro destinati alle associazioni che vanno in aiuto ai profughi ucraini o al sostegno della protesta in Russia. Come nel caso dell’aiuto ai profughi, ha detto la cantante Nastya Kreslina, i concerti a favore dell’Ucraina sono il modo più efficace di elaborare il trauma causato dalla guerra e il senso di vergogna per non avere fatto abbastanza per impedire la guerra. Ed è questa vergogna che rende gli eventi terapeutici per intere comunità e creano nuovi spazi per il dissenso.

È ancora difficile valutare appieno l’impatto di queste forme di protesta, ma è importante seguirle con attenzione, studiarle e farle conoscere nella speranza che la loro promessa, alla fine, sia mantenuta.


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