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È ancora tutta aperta la sfida per il Medio Oriente - [IFE Italia]
IFE Italia

È ancora tutta aperta la sfida per il Medio Oriente

di Lucia Annunziata
venerdì 9 settembre 2011

Riflessioni sul Medio Oriente, a 10 anni dall’attentato alle Torri Gemelle. Un punto di vista ragionato e interessante

da "La Stampa" del 9 settembre 2011 da http://www3.lastampa.it/focus/web-s...

foto dal sito www.altalez.com

L’attentato dell’11 settembre aveva due scopi: terrorizzare l’Occidente, e conquistare il mondo arabo. Al Qaeda non ha ottenuto il primo, e nemmeno il secondo. Ma la partita per il controllo del Medio Oriente è del tutto aperta, e oggi ci sono le condizioni per una nuova Guerra.

iglia questa volta, non dei sogni di distruzione di un Bin Laden, ma della instabilità creata dalle pur entusiasmanti rivoluzioni popolari della primavera scorsa.

Questo è il lato oscuro delle commemorazioni dell’attentato alle Torri: la sconfitta del terrorismo non ha interrotto la ciclicità del conflitto.

Esiste un ciclo mediorientale, fatto dall’alternarsi di rivoluzioni e guerre, misurabile in una scansione di circa 10 anni. Nel 1990 Saddam Hussein invade il Kuwait e avvia una fase di coinvolgimento diretto degli occidentali/americani. Nel 2001 l’attentato alle Torri definisce un decennio in cui l’Occidente diventa il centro della guerra, con la guerra in Afghanistan e la seconda guerra del Golfo. Nel 2011 le rivoluzioni di popolo scandiscono un altro decennio ancora, che, per i suoi valori di libertà, sembra annunciare invece la chiusura di questo scontro con Est-Ovest.

Potremmo andare ulteriormente indietro nell’identificare questo ciclo – nel 1979/1980 c’è la rivoluzione di Khomeini in Iran, con il suo corollario di guerra negli Anni 80 con l’Iraq. E prima ancora guardare ai movimenti di decolonizzazione avviati nel 1956 dall’Egitto di Nasser degli Anni 60.

Questa storia ci dice intanto che il Medio Oriente è in realtà una sorta di microclima politico chiuso su se stesso, le cui componenti sono strettamente interconnesse. E la combustione permanente che brucia dentro questo sistema è l’ambizione al suo controllo.

Qualunque cosa ci dica il nostro senso di colpa occidentale, la storia ci dice che la sfida per il dominio del mondo arabo nasce al suo interno, ha radici in identità locali, religiose e di confini. L’uso massiccio del petrolio nel secondo dopoguerra accelera e ingigantisce queste tensioni interne, moltiplicando anche i giochi dei protagonisti occidentali. Ma questi occidentali, che si tratti di francesi e inglesi prima e americani e russi poi, hanno spesso avuto nelle vicende mediorientali più il ruolo di utilizzati che di utilizzatori.

La sequela di poteri regionali è più o meno questa: l’Egitto, per dimensioni, cultura, e per la ricchezza della sua produzione agricola, è a lungo la maggiore influenza mediorientale, che non a caso esprime il leader della rottura con il passato coloniale, Nasser. L’Egitto è reso poi progressivamente marginale dallo sviluppo petrolifero, che sposta dagli Anni 60 l’asse della competizione fra le tre maggiori nazioni produttrici di greggio: l’Arabia Saudita, l’Iran e l’Iraq. Anche questa nuova fase di frizioni è avviata da una rivoluzione, quella di Khomeini in Iran.

Il conflitto di questi tre Paesi determina dal 1980 in poi ogni dinamica nella regione. La sunnita Arabia Saudita (con gli Usa) appoggia la guerra degli Anni 80 dell’Iraq contro l’Iran (sciita). Ma quando nel 1989 crolla l’influenza dell’impero sovietico, è l’Iraq di Saddam ad invadere il Kuwait con l’intento di controllare l’Arabia Saudita. La guerra inaugura il ciclo dell’intervento diretto in Medio Oriente degli occidentali, il primo dopo il 1956, e il decennio non a caso è chiuso dall’attacco alle Torri del 2011 che materializza il sentimento antiamericano del mondo arabo. Curiosamente, 10 anni dopo ancora, nel 2011, uno degli obiettivi della Jihad di Bin Laden – l’incitamento alle masse ad abbattere i regimi «compromessi» - è stato realizzato in maniera completamente opposta dalle rivoluzioni popolari.

Ma per quanto denso di aspirazioni democratiche non possiamo, non dobbiamo, illuderci che anche quest’ultimo sommovimento non avrà l’impatto dei precedenti scossoni. I segni, d’altra parte ci sono già tutti, con i protagonisti di sempre in ballo – Iran, Arabia Saudita e Turchia che entra nella equazione lasciata dall’Iraq indebolito. Siamo alle solite dunque, ma con una sostanziale differenza.

Oggi sono in crisi anche i Paesi occidentali che hanno sempre giocato al fianco dell’uno o dell’altro Paese. I partner forti che, quasi sempre nel male (difficile infatti trovare una coerenza nelle politiche estere dell’Occidente), hanno rappresentato comunque un filo da percorrere nelle complesse vicende locali, oggi sono essi stessi indeboliti. L’America è il caso che vale per tutti. Se Bush ha avuto un progetto (fallito) per questa area, l’America di Obama, nel pieno di una crisi economica, non ha nemmeno la tentazione di formularlo. Non ne ha i mezzi, non ne ha la potenza politica, e forse nemmeno la voglia. Il declino politico dell’Occidente apre un ennesimo vuoto, lascia spazio per l’ennesima volta alla crudele competizione di cui vive il Medio Oriente. Non ci vuole molto perché il prossimo passo delle rivoluzioni in sospeso si trasformi in un’altra guerra.


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