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"SICUREZZA,VIOLENZA, PATRIARCATO : OPPORSI ALLA TOLLERANZA SOCIALE DELLE VIOLENZE SULLE DONNE” di Nicoletta Pirotta - [IFE Italia]
IFE Italia

"SICUREZZA,VIOLENZA, PATRIARCATO : OPPORSI ALLA TOLLERANZA SOCIALE DELLE VIOLENZE SULLE DONNE” di Nicoletta Pirotta

analisi e proposte
giovedì 5 agosto 2010

«Parlare di violenza di genere in relazione alla diffusa violenza sulle donne significa mettere in luce la dimensione “sessuata” del fenomeno in quanto […] manifestazione di un rapporto tra uomini e donne storicamente diseguale che ha condotto gli uomini a prevaricare e discriminare le donne» e quindi come a “[…] uno dei meccanismi sociali decisivi che costringono le donne a una posizione subordinata”

“SICUREZZA,VIOLENZA, PATRIARCATO : OPPORSI ALLA TOLLERANZA SOCIALE E ALL’IMPUNITA’ DELLE VIOLENZE SULLE DONNE” Skopje,MARTEDI’, 6 OTTOBRE 2009

NICOLETTA PIROTTA (IFE ITALIA) «Parlare di violenza di genere in relazione alla diffusa violenza sulle donne significa mettere in luce la dimensione “sessuata” del fenomeno in quanto […] manifestazione di un rapporto tra uomini e donne storicamente diseguale che ha condotto gli uomini a prevaricare e discriminare le donne» e quindi come a “[…] uno dei meccanismi sociali decisivi che costringono le donne a una posizione subordinata” così come viene rilevato nell’introduzione della Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’eliminazione della violenza contro le donne del 1993 che, nell’art.1, descrive la violenza contro le donne come «Qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione o privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata». Le ricerche compiute negli ultimi dieci anni dimostrano che la violenza contro le donne è endemica in tutti i Paesi del mondo. Le vittime e i loro aggressori appartengono a tutte le classi sociali o culturali, e a tutti i ceti economici. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, almeno una donna su cinque ha subito abusi fisici o sessuali da parte di un uomo nel corso della sua vita.Le violenze sono perpretate soprattutto da mariti e padri, seguiti dai vicini di casa, conoscenti stretti e colleghi di lavoro o di studio. E’ interessante a questo proposito sintetizzare alcuni risultati della ricerca condotta in Italia nel 2006 a cura di ISTAT, Unione Europea,Ministero delle Pari Opportunità, dell’interno,del Lavoro che si poneva il compito di indagare la violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia: ·Sono stimate in 6 milioni 743 mila le donne da 16 a 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita (il 31,9% della classe di età considerata). ·Nella quasi totalità dei casi le violenze non sono denunciate. Il sommerso è elevatissimo e raggiunge circa il 96% delle violenze da un non partner e il 93% di quelle da partner. Anche nel caso degli stupri la quasi totalità non è denunciata (91,6%). È consistente la quota di donne che non parla con nessuno delle violenze subite (33,9% per quelle subite dal partner e 24% per quelle da non partner). ·Le donne subiscono più forme di violenza. Un terzo delle vittime subisce atti di violenza sia fisica che sessuale. La maggioranza delle vittime ha subito più episodi di violenza. La violenza ripetuta avviene più frequentemente da parte del partner che dal non partner (67,1% contro 52,9%). ·I partner sono responsabili della maggioranza degli stupri. Il 69,7% degli stupri, infatti, è opera di partner, il 17,4% di un conoscente. Solo il 6,2% è stato opera di estranei. ·7 milioni 134 mila donne hanno subito o subiscono violenza psicologica: le forme più diffuse sono l’isolamento o il tentativo di isolamento (46,7%), il controllo (40,7%), la violenza economica(30,7%) e la svalorizzazione (23,8%), seguono le intimidazioni nel 7,8% dei casi. ·1 milione 400 mila donne hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni, il 6,6% delle donne tra i 16 e i 70 anni. Gli autori delle violenze sono vari e in maggioranza conosciuti. Solo nel 24,8% laviolenza è stata ad opera di uno sconosciuto. Il codice penale considera i maltrattamenti subiti in famiglia un reato punibile con il carcere da uno a cinque anni .La violenza sessuale è invece punibile il carcere da cinque a dieci anni. Nel 1996 le “Norme contro la violenza sessuale” hanno tolto questo reato dalla sezione sui reati contro la morale collocandolo tra i reati contro la persona. Si è stabilito che non solo la pubblica morale ma neanche la moralità della vittima debbano più giocare alcun ruolo nella definizione dell’offesa. L’applicazione delle leggi è però problematica: oltre ai problemi generali della giustizia nel nostro paese come i tempi lunghi dei processi, nelle norme contro la violenza contro le donne vi è un alto rischio di inadempimento a causa della diffusione di una cultura maschilista e familista, che non ritiene imaltrattamenti da parte del marito e le violenze sessuali dei fatti su cui si debba intervenire seriamente. Una ricerca specifica (“Violenza maschile contro le donne e risposte delle istituzioni pubbliche” Dipartimento di Studi Sociali e Politici-Università degli Studi di Milano/2009) ritiene il bassissimo tasso di denuncia degli episodi di violenza un primissimo indizio che suggerisce come la cultura maschilista agisca fortemente sui comportamenti individuali e collettivi. Se l’autore non è il partner non emergono il 96% delle violenze, mentre se l’autore è il partner non ne emerge il 92,7%. Anche la quasi totalità degli stupri rimane priva di denuncia: il 91,6%. Qualcosa evidentemente non funziona nell’interazione con le istituzioni pubbliche, evitata da un così gran numero di donne. L’ipotesi che le ricercatrici avanzano per spiegare il silenzio delle vittime è che esse si aspettino già le risposte da parte dei possibili interlocutori.Queste risposte sono: il rifiuto di credere alla vittima, la banalizzazione di ciò che le è accaduto, oppure la sua colpevolizzazione Le radici culturali di tali atteggiamenti si trovano nella svalutazione sociale del sesso femminile, la cui voce non viene ascoltata, soprattutto quando è in contrasto con quella del marito o del partner, ancora ritenuti essere i capi della famiglia. Anche le denunce per violenza sessuale rischiano la stessa disattenzione e incredulità, riflettendo i rapporti di potere nella società attuale in cui il sesso maschile è ancora dominante su quello femminile. La costruzione tradizionale dell’identità maschile tradizionale si basa sul dominio sulla “propria donna”, e sulla superiorità sociale del sesso maschile, ed è una cultura ancora molto diffusa. In una ricerca svolta una decina di anni fa in due regioni Italiane (il friuli Venezia-Giulia e l’Emilia Romagna), si prova a dare una ragione ancora più profonda a questa svalutazione delle donne che subiscono violenza “Se la violenza è un attentato all’integrità di una persona, bisogna essere “persone” perché quello che ci viene fatto sia considerato violenza. Se non c’è un riconoscimento sociale dello status di persona, come in passato è accaduto ai servi e agli schiavi e tutt’oggi, secondo i contesti, può accadere a donne, bambini o altri soggetti socialmente deboli (per esempio gli extra-comunitari in Europa), quel che accade (botte o stupri, dal marito, dal padre o dalla polizia) non è violenza”

Le indagini sulle violenze di genere offrono una base di realtà a quanto le femministe sostengono in ogni parte del mondo : il sistema nel quale viviamo si fonda su un’asimmetria di potere fra donne e uomini tale per cui il genere femminile è ritenuto , come efficacemente scriveva Simone de Beauvoir, il “secondo sesso” e fatto oggetto di esclusioni, ingiustizie, soprusi,violenze.

Come provare a costruire un’alternativa allo “stato di cose esistenti”?

Credo sia importante, a questo proposito, non fermarsi all’analisi del fenomeno in sé. Serve un’analisi di ampio respiro che indaghi con sguardo di genere i nessi esistenti fra violenza contro le donne, economia, società, democrazia. Per ovvi motivi di tempo mi limiti qui a proporre alcune questioni su cui dovremmo indagare e ragionare più a fondo per poter agire in modo più adeguato. Negli ultimi trent’anni nei paesi occidentali e specificatamente in Europa, l’applicazione delle politiche liberiste (un profondo processo materiale e simbolica di restaurazione capitalistica) ha determinato la precarizzazione della vita delle persone (a livello sociale oggi prevalgono sentimenti di insicurezza, solitudine, paura del futuro), scomposto i diritti al lavoro e del lavoro, svuotato il diritto all’uguaglianza, ristretto la cittadinanza in un recinto e svuotato il concetto di universalità dei diritti (in Italia le leggi sull’immigrazione non consentono altra possibilità alle persone immigrate che la condizione di clandestina/o e contemporaneamente nel pacchetto sicurezza recentemente approvato la clandestinità diviene reato!). Tutto ciò ha determinato un riflusso della partecipazione, una progressiva svalorizzazione della dimensione pubblica, una pericolosa enfatizzazione del privato e quindi un pericoloso declino della democrazia che potrebbe addirittura trasformarsi in una regressione di civiltà. In questo declino diviene più forte il potere delle gerarchie religiose che provano a “rimettere ordine in nome del Padre” nei rapporti fra donne e uomini, fra persona e Stato. Un “ordine” patriarcale che colpisce soprattutto le donne se è vero che, sebbene le gerarchie religiose non abbiamo inventato l’idea di una inferiorità “naturale” delle donne, esse però hanno trasformato in dogma, in verità divina le regole sociali dominanti fondate sul privilegio del genere maschile. Questo spirito autoritario di natura patriarcale potrebbe causare un ulteriore aumento di intolleranza, di disprezzo, di violenza con il risultato di rimettere definitivamente in discussione il diritto all’autodeterminazione e alla libertà di scelta, soprattutto nei confronti delle donne.

E dunque che fare? C’è da provare a costruire un progetto alternativo di società è c’è bisogno di farlo a partire dal nostro essere femministe.

Propongo tre livelli sui quali ragionare e intervenire con sguardo e con voce di donna : 1.educare ad un ‘altra idea di società, a relazioni fra persone, e fra umano e vivente fondate sulla comunanza, sulla solidarietà, sulla libertà, sulla laicità e sulla responsabilità; 2.agire nella società per ricostruire materialmente i fili spezzati fra questione sociale e questione democratica e dunque per rifondare una cittadinanza piena fondata sull’uguaglianza dei diritti nel riconoscimento delle differenze; 3.promuovere partecipazione attiva e consapevole alla vita della “polis” e quindi riscoprire il valore autentico della “politica” intesa come azione trasformatrice del punto di vista sul mondo.

E’ tempo che le “femministe di tutto il mondo”, superando la frammentazione, riscoprano il desiderio e la necessità di un’azione comune. E’ tempo che il femminismo sappia divenire una causa comune per le donne e gli uomini che non si accontentano di vivere in un mondo ingiusto, intollerante e violento.


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