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Quanto è complicato dire qualcosa di sinistra - [IFE Italia]
IFE Italia

Quanto è complicato dire qualcosa di sinistra

di Roberta Carlini
lunedì 19 gennaio 2015

Si può leggere l’articolo su: http://www.pagina99.it/news/politic...

In principio, ovviamente, era il Verbo. E il verbo era quello di Carlo Marx. Il socialismo scientifico elaborato dal filosofo di Treviri non lasciava spazio a dubbi. Il processo dialettico che muoveva la storia avrebbe inevitabilmente portato alla caduta del capitalismo, abbattuto dalle sue stesse contraddizioni.

Non era neanche iniziato il Novecento però, e già la storia suggeriva di rivedere alcune certezze. La lotta di classe non si inaspriva, anzi – annotò Eduard Bernstein, un altro pensatore tedesco. Il capitalismo non aveva generato «i suoi seppellitori». L’economia aveva iniziato una nuova fase di espansione. La socializzazione dei mezzi di produzione poteva essere certo un validissimo sol dell’avvenire, ma la rivoluzione non era alle porte. L’importante era iniziare a riformare poco a poco le cose perché «il movimento è tutto, il fine nulla». Si aprì il dibattito. Non si è mai concluso.

«Il riformismo – diceva il fondatore del partito socialista italiano Filippo Turati – è come una nevicata meravigliosa. Ogni fiocco di neve è una piccola conquista concreta, ma tanti fiocchi provocheranno una valanga, che cambierà il mondo e porterà un progresso profondo». Su come far partire la valanga però, e sulla qualità dei fiocchi, ci si accapiglia da oltre un secolo.

Lo stesso Carlo Marx è morto, certo, ma mica tanto. Non si affaccerà al pensatoio di Renzi, che non vuole sentir più parlare di operai e padroni e non disdegna la vicinanza degli uomini della finanza, presenti in gran spolvero alle Leopolde di ieri oggi e domani. Forse si vedrà poco anche nei cortei grandi e piccoli dell’orgoglio Cgil, dolenti per le piaghe delle crisi industriali, prima ancora che per il “tradimento” – vero o presunto – sull’articolo 18. Ma certo è vivo e vegeto, ai piani alti delle élite europee. Dove hanno importato ufficialmente, dai libri degli economisti, una formuletta impronunciabile. Nawru.

Nawru sta per Not accelerating wage rate of unemployment ovvero il tasso di disoccupazione giusto, quello che non fa salire i salari tenendo così ancorata l’inflazione. Non è un numero astratto, che resta lì sulla carta: diventa uno dei parametri con cui a Bruxelles valutano i Paesi europei. Un tasso di disoccupazione alto aiuterebbe a tenere bassi i salari (e dunque competitivi i Paesi), per l’effetto dei disoccupati che premono sul mercato del lavoro, mentre viceversa un tasso di disoccupazione troppo basso avrebbe lo sgradevole effetto di far aumentare i salari, dicono gli inventori della formula. Marxisti inconsapevoli: la stessa funzione, nel linguaggio del filosofo di Treviri, la svolgeva «l’esercito industriale di riserva».

Bizzarri corsi e ricorsi, dei nomi, delle formule, delle teorie. Mentre in Europa la socialdemocrazia chiudeva in declino la stagione della Terza via, dagli Stati Uniti veniva annunciata la fine della lotta di classe, e la vittoria dei ricchi. E però, proprio dal turbocapitalismo americano arrivavano, contro la grande recessione, iniezioni di politiche pubbliche, redistribuzione, stimolo fiscale. Grande confusione, ma orientarsi è necessario e non è impossibile.

Qui cerchiamo di dare una bussola e una mano, partendo da alcune parole e concetti chiave di una socialdemocrazia in vario modo definita. Che ha attraversato il Novecento, segnato quelli che adesso vengono chiamati “gli anni gloriosi” del capitalismo, e nel processo è cambiata parecchio (già era tanto diversa, da Paese a Paese) restando però abbastanza inerme di fronte allo choc della Grande Recessione; e ha bisogno ora di aggiornare il proprio catalogo. Saltelliamo tra parole importanti, di cui abbiamo fatto una selezione limitata, arbitraria, discutibile. Ma speriamo, comunque, di una qualche utilità, per cominciare.

Redistribuzione vs pre-distribuzione

«Pre-distribution? Che diavolo vuol dire? Spendere i soldi prima di averli?» Così esclamò David Cameron, sbeffeggiando il leader laburista inglese Ed Miliband che per primo ha usato la parola “pre-distribuzione” fuori dalle aule accademiche, nell’agone della politica. Seguirono ironie e motteggi sul nome del guru di Yale, Jacob Hacker, che ha coniato il neologismo nel saggio The Institutional Foundations of Middle Class Democracy pubblicato da Policy Network, il pensatoio progressista londinese che alla fine degli anni Novanta coordinò la rete dei capi di governo che si erano incamminati lungo la terza via.

Jacob Hacker porta lo stesso cognome del maldestro protagonista di una sit-com politica inglese. Invece la pre-distribution è una cosa seria, e lo stesso Hacker, dopo l’improvvisa notorietà datagli da Cameron davanti al parlamento inglese e nelle tv, l’ha spiegata così: «Fare in modo che i mercati tornino a funzionare per la classe media». Perché ora, è il sottinteso, non funzionano e le loro distorsioni vanno a tutto vantaggio dei ceti più ricchi.

Ma «cosa diavolo vuol dire» pre-distribuzione? Lo schema è molto semplice: se la redistribuzione – quella classica, quella che ha caratterizzato lo stato sociale del ’900 – agisce dopo che si sono create le diseguaglianze sul mercato, la pre-distribuzione cerca di intervenire prima. Un esempio: aumentare le tasse sui più ricchi e ridurle sui più poveri è redistribuzione; alzare il salario minimo, in modo che ci siano meno lavoratori poveri, è pre-distribuzione.

Nell’agenda del pre-distributore anglosassone si trovano anche rimedi contro i privilegi della casta dei manager (che si fissa le proprie paghe senza render conto a nessuno), le regole per rafforzare il potere di contrattazione dei lavoratori, pari opportunità di accesso all’istruzione e all’università. In un’ipotetica agenda del pre-distributore italiano, in aggiunta, sarebbero da inserire anche le demolizioni di tutte quelle barriere all’accesso di professioni e settori che di fatto le rendono inaccessibili a chi non vi abbia già un piede familiare dentro. Ruolo importante ha anche l’accesso all’educazione di qualità a prescindere dalla provenienza sociale. L’idea, insomma, è di prevenire le diseguaglianze, invece di intervenire (con tutte le fatiche del caso) per diminuirle.

Welfare vs workfare

«Voglio il bagno al piano terra, così i bambini quando tornano dai giochi in giardino vanno subito a lavarsi le mani». Chi parla non è una mamma o un papà di ceto medio alle prese col plastico della villetta, ma Aneurin Bevan, ministro della Sanità e dell’edilizia sociale del governo laburista inglese di Attlee, in carica tra il 1945 e il 1951. Bevan era alle prese con i progettisti del primo gigantesco piano di case popolari in Gran Bretagna.

Quella frase fece infuriare i conservatori, scatenando la retorica delle orde di mangia-pane e mangia-case a tradimento, pronti a oziare (e lavarsi le mani) con i soldi pubblici. Ma ben rende il senso originario e puro del welfare state, alla sua nascita: inclusivo, universale, dalla culla alla tomba. Capace di sconfiggere miseria, malattia, ignoranza, squallore e disoccupazione: i “cinque giganti” di Beveridge, il cui Report del 1942 viene considerato l’atto di nascita del welfare state. Nel suo libro Contro la miseria (Laterza, 2014) Giovanni Perazzoli ricorda un dettaglio interessante: fu tradotto in italiano a opera del governo inglese, per propaganda bellica.

Esportato dal mondo anglosassone, ma con traduzione a nostre spese, anche il modello workfare, che vuole stringere i legami tra il benessere che lo Stato garantisce e la capacità/attitudine/volontà di lavorare. Il workfare vorrebbe focalizzati gli interventi pubblici sulla formazione continua, la riqualificazione, l’assistenza dei lavoratori disoccupati; ma di fatto ha finito con il funzionare come mezzo per restringere i benefici sociali monetari ai senza lavoro, tendenza in atto in quasi tutti i Paesi europei da almeno un decennio. Cameron ha dato al programma un titolo esplicito: Work for your benefits: se vuoi continuare a percepire il sussidio, devi accettare qualsiasi lavoro.

Così è successo che a Cait Reilly, geologa disoccupata, è stato chiesto di interrompere l’apprendistato che stava facendo in un museo per andare a lavorare in una catena di magazzini privata: se non lo avesse fatto avrebbe perso il sussidio. Il caso della Reilly ha fatto scalpore in Gran Bretagna, perché la geologa ha portato il programma davanti al giudice, che ha stabilito che il governo di Sua Maestà aveva torto e Cait aveva ragione. Che le sirene della fine del welfare abbiano suonato troppo presto?

Investimenti industriali vs investimenti sociali

Investimenti sociali, capitale umano, capitale sociale. Vanno molto, negli ultimi tempi, le teorie e le prassi che cercano di spostare i vecchi costi del welfare state dalla voce “spesa corrente” alla voce “investimento”: per dotare le persone, le famiglie, il lavoro di più risorse. Risorse che non hanno in virtù di quel che passa il mercato o la propria eredità di famiglia. Risorse in grado di migliorare non solo il loro stato presente ma, sopratutto, le prospettive future (un investimento oggi, d’altro canto, per definizione è fatto in vista di un ritorno domani).

Sono investimenti sociali la scuola, la ricerca, la formazione, la prevenzione sanitaria. Per un verso, potrebbe sembrare una tendenza un po’ furbetta: trasformare il welfare in investimento serve a dribblare i paletti di Maastricht e la diffidenza ormai radicata verso tutto quel che sa di spesa sociale. Per altro verso è un ritorno alle origini dei partiti socialdemocratici, che proponevano il welfare non come assistenza ai poveri ma come fattore di progresso per tutta la società. Tra i due secoli passa però anche la rivoluzione femminile, con l’aumento dell’occupazione delle donne: le infrastrutture sociali fondamentali diventano così anche quelle che servono per conciliare lavoro e famiglia e aumentare la partecipazione delle donne, il che a sua volta aumenta l’occupazione generale (perché sale il reddito, e perché si chiedono più servizi).

Ma c’è anche un’ondata a favore del ritorno degli investimenti pubblici con la maiuscola, quelli duri, in tecnologia, industria, prodotti nuovi. Di quella che Mariana Mazzucato definisce «la mano visibile dello Stato». Quella che c’è dietro molti dei successi industriali dell’oggi. «Quando Steve Jobs a Stanford invitava gli innovatori a rimanere hungry e foolish», dice Mazzucato, «pochi hanno ricordato che la pazzia di cui parlava il patron della Apple aveva cavalcato, in buona parte, l’onda delle innovazioni finanziate e dirette dallo Stato».

Se tutte le tecnologie che usiamo nell’iPhone nascono da un finanziamento pubblico diretto (internet, il Gps, lo schermo tattile, il Siri), sostiene Mazzucato, è per un motivo preciso: tutte le innovazioni ad alto tasso di incertezza richiedono una scommessa pubblica, poiché non saranno mai fatte da un privato. Sul tema c’è da registrare l’ennesima autocritica del Fondo monetario, che ha appena sfornato un World Economic Outlook che cambia verso: gli investimenti pubblici nelle infrastrutture, dicono adesso, servono, e si ripagano da soli perché generano reddito.

Lavoro vs automazione

È sabato mattina, la platea è affollata, l’oratore cita Marx e Keynes, Ludd e Bob Dylan, il Club di Roma e Kyoto. Ma non siamo alla Leopolda, non è la quarta kermesse renziana di Firenze. Siamo al sabato precedente e dall’altra parte del valico dell’Appennino, a Bologna, dove il governatore della Banca d’Italia festeggia i sessant’anni della casa editrice Il Mulino con una lezione su «perché i tempi stanno cambiando». Tra i tanti perché, ne domina uno: l’innovazione tecnologica. Con i suoi effetti sul lavoro.

Ignazio Visco ricorda le stime che corrono, che parlano della prossima sparizione di circa metà degli attuali posti di lavoro, causa automazione – un tema che pagina99 tra i primi ha applicato ai dati e alla situazione italiana. Tra le prospettive di Keynes (che profetizzava per i nipoti: entro qualche decennio il problema economico sparirà, e avremo solo da chiederci come passare il tempo libero) e le analisi di Marx sulla disoccupazione di massa, la «seconda età delle macchine» pare più vicina all’incubo che al sogno. Mai l’obiettivo keynesiano e socialdemocratico della piena occupazione (abbastanza dimenticato negli ultimi decenni per la verità) è stato tanto lontano come adesso. Il governatore invita a diffidare di previsioni estreme, di un mondo in cui tutto il lavoro lo fanno i robot e tutti i suoi frutti vanno in profitti. Ma insomma, un po’ di preoccupazione traspare tra parole e numeri.

Se questo è lo scenario futuro, tocca pensare a politiche all’altezza, qualcosa di più delle formule immutabili che da vent’anni arrivano dall’alto. Se il banchiere è andato a pescare (anche) nel vocabolario e nell’immaginario della sinistra, non è solo perché ha studiato con Federico Caffè (economista passato alla storia per la sua auto-rappresentazione nella «solitudine del riformista») e ha una formazione keynesiana; ma anche perché forse oggi certi strumenti tornano utili. Anche se il loro uso è tutt’altro che scontato, nel passaggio da una società che poteva sognare la piena occupazione a quella della disoccupazione di massa. Secondo alcuni, questo ci deve spingere a cambiare obiettivo: dal diritto al lavoro al diritto al reddito. Ma alcuni vedono in questo solo la prospettiva di una massa di disoccupati che vivono di una paghetta passata dallo Stato. Fumo negli occhi per il filone laburista, che chiede di ancorare al lavoro diritti, benessere e intervento pubblico.

Internazionalismo vs protezionismo

Lindsay, 2009. Una multinazionale americana appalta a un’impresa italiana la commessa per un lavoro in una raffineria di proprietà francese su suolo d’Inghilterra. Il caso fa grande scalpore, con la protesta degli operai britannici e la rivolta contro l’arrivo degli italiani (siciliani, per la precisione). Il conflitto si chiude con un accordo: Total darà un po’ di lavoro, per nove settimane, anche a 102 inglesi, oltre che ai 195 italiani.

È un conflitto tipico da globalizzazione, non è il primo e non sarà l’ultimo. Ma segna una novità. Perché porta lo scontro dentro le frontiere europee; perché svela agli xenofobi italiani che ognuno è il sud di qualcun altro (chissà come si sarebbero messi, Grillo e Farage, se fossero stati alleati già allora); e anche perché fa capire che la lotta, almeno un po’, paga. E complica la vita di alcune parole-chiave, un tempo nella cassetta degli attrezzi socialdemocratica.

Il protezionismo, per esempio, visto come la peste nei trattati e nei discorsi ufficiali, praticato nei fatti a difesa degli interessi nazionali. E l’assai più apprezzato liberoscambismo, che piace al centro e lascia le comunità (e i politici) locali alle prese con gli effetti indesiderati. Ma anche il vecchio internazionalismo, che era qualcosa di diverso dalla compassione per i popoli meno fortunati.

Sul tema, gli eredi socialdemocratici hanno riflettuto poco, lasciando gli argomenti ai movimenti che fondono la protezione dalle merci e dalla concorrenza straniera con la protezione delle frontiere dallo straniero tout-court. Come la grande guerra del ’14 quelli che il socialismo mondiale doveva unire vanno alla frontiera ad ammazzarsi l’uno con l’altro. Mentre cresce la richiesta del ripristino di un minimo di controlli su un’altra frontiera: quella invisibile (o inesistente) della finanza, la cui Internazionale è stata invece vittoriosa, almeno fino al 2008 e forse anche dopo, visti i tentativi sinora infruttuosi di un riordino profondo del sistema e il ritorno in auge dei “controriformisti” (un termine spesso utilizzato proprio su pagina99). Si è parlato di ri-regolazione, controlli sui movimenti dei capitali, tassa sulla speculazione, tassazione societaria europea. Per ora la finanza internazionale (o l’internazionale della finanza, che dir si voglia) va avanti come prima.


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