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La Terra ha bisogno di società matriarcali - [IFE Italia]
IFE Italia

La Terra ha bisogno di società matriarcali

intervista a Morena Luciani Russo, antropologa ed artista
domenica 21 febbraio 2016

A Torino, dal 18 al 20 marzo, si terrà il terzo convegno internazionale “Culture Indigene di Pace, i Sentieri della Terra" che è organizzato dall’associazione Laima. L’incontro vuole essere un’occasione per parlare di società matriarcali, interconnessione fra tutte le specie viventi e salvaguardia della Terra.

L’intervista ad una delle organizzatrici è tratta dal sito: http://comune-info.net/2016/02/donn...

Il termine “matriarcato” non significa “dominio delle donne”, come ci insegna Heide Goettner-Abendroth. Perché è importante sottolineare e studiare questo concetto?

Io preferisco parlare di società matriarcali o di matriarcati. Usare il termine matriarcato al singolare richiama a un concetto fisso, a una struttura sempre uguale, così come lo intendevano gli studiosi maschi di fine ‘800, come Bachofen ad esempio, che sebbene abbia il merito di aver portato attenzione al mondo matriarcale, lo ha romanzato e letto secondo le lenti di un uomo di quell’epoca, contribuendo a creare quel cliché che ancora oggi avvicina il matriarcato alla ginocrazia, cioè al dominio delle donne.

Non esiste un matriarcato, sono esistite ed esistono tutt’oggi delle società matriarcali anche molto diverse tra di loro che possiedono però alcune caratteristiche comuni. Vivono la natura come matrice di vita e il nucleo sociale si muove intorno a coloro che la vita la creano e hanno più interesse a difenderla: le donne, i bambini e le bambine. Gli uomini onorano questo principio e qualsiasi azione che vada contro la Terra e contro le donne è considerata inaccettabile. Non c’è dominio di un genere su un altro, la Terra non appartiene a un singolo e le donne non appartengono all’uomo che scelgono. Vivono con i loro fratelli ed eventuali mariti nella famiglia di origine, il cui punto di riferimento è di solito la donna più anziana o più matura, nel senso quella che risulta più responsabile e capace di amministrare le risorse collettive e di facilitare le decisioni che vengono prese dal gruppo.

Quindi un’altra forma di famiglia?

In realtà quelli che possiamo osservare oggi nelle società matriarcali sono gli esempi più vicini ai nostri modelli biologici di base. È stata la relazione madre-figlio/a a costituire il passaggio di transizione dalle antropomorfe ai primi ominidi e questo nucleo era sostenuto da relazioni parentali come fratelli, sorelle, nonne. A quanto pare era il modello che funzionava meglio e che tuttora funziona bene, Adinolfi e company dovrebbero studiare meglio prima di definire “naturale” la famiglia nucleare patriarcale. Solo che il cliché del “dominio delle donne” è ancora molto forte, c’è molta ignoranza e pregiudizio sui matriarcati. Tutti si rifanno agli studi ormai superati e non tengono conto delle società viventi e del lavoro attuale della Abendroth o di Francesca Rosati Freeman. Così si dà vita ad accese battaglie tra chi nega che ci siano le società matriarcali, chi mette i puntini sulle i, utilizzando il termine matrifocale o gilanico, chi fa delle società matriarcali un manifesto politico per attuare una società di sole donne. Quello che emerge dagli studi di oggi e dalle testimonianze che abbiamo raccolto in questi anni è che le società matriarcali esistono, sono egualitarie, risolvono i conflitti attraverso metodi non violenti, sono caratterizzate da una spiritualità connessa alla Terra e da un’equa distribuzione delle risorse economiche.

Come ti sei avvicinata a queste tematiche?

Da artista in primo luogo. La passione per l’arcaico ha caratterizzato da sempre i miei studi e le mie ricerche, ma non sapevo ancora nulla del neolitico. Una sera ho improvvisamente disegnato una donna con uno strano viso, una grande pancia e grandi seni, non era il mio linguaggio, a quel tempo lavoravo molto con il colore e con immagini stilizzate, quella era un’immagine forte, arrivata quasi per caso. Scoprii qualche giorno dopo di avere nel ventre il mio primo figlio. Ma non fu solo un messaggio per la mia nuova vita di madre perché la stessa settimana girovagando in biblioteca notai un libro sul quale era raffigurata una donna tremendamente simile a quella che avevo disegnato. Era una delle statuine di Cipro e da lì sentii che c’era una traccia da seguire. Divorai i libri di Gimbutas, di Riane Eisler e poi quelli di Vicki Noble e Luciana Percovich, due donne che sono state fondamentali nel mio percorso intellettuale e spirituale. Mi sono avvicinata agli studi matriarcali anche grazie all’incontro con Genevieve Vaughan e alle amiche dell’Associazione Armonie di Bologna. Loro per prime hanno tradotto il lavoro di Heide Goettner Abendroth, quando ancora non esistevano libri in italiano.

Quindi sono state le tue ricerche sulla spiritualità femminile a guidarti?

Sì, assolutamente. La spiritualità femminile è ri-nata verso la fine degli anni ’70 dello scorso secolo quando in ambito archeologico, antropologico, storico e artistico è emersa la documentazione di un tempo in cui le donne erano onorate come emanazioni della Signora della vita, cioè un principio femminile che era molto più antico dello Zeus olimpico e del Dio Padre monoteista. In tutto quel fermento di scoperte sulla civiltà della Dea, la domanda che molti e molte si posero fu: “se è esistita una spiritualità femminile di cui le donne erano viste come le depositarie ancestrali, qual era, come era fatta la società in cui questa spiritualità si inseriva?”. Chi comincia un percorso di spiritualità femminile e si immerge nella cultura della Dea si ritrova prima o poi a farsi certe domande e allo stesso modo chi studia le società matriarcali non può negare la spiritualità femminile, sono due discorsi profondamente collegati. Però il termine “matriarcale” era appunto molto discusso, non eravamo sicure di volerlo usare e da lì che nacque l’idea di “Culture Indigene di Pace”.

Sentivo che era importante dare voce a chi in queste società ci vive, anche per confrontarci rispetto alle idee che noi occidentali ci eravamo fatte in merito. Così attraverso la collaborazione con Luciana Percovich, Sarah Perini e Daniela Degan abbiamo costruito le basi per dar vita al convegno. Ci sembrava bello creare un’occasione nazionale per radunarci, conoscere e discutere anche con chi i valori matriarcali cerca di portarli nella società necrofila in cui viviamo.

Laima e il Convegno sulle culture indigene di pace, nel 2012, hanno portato per la prima volta in Italia delle rappresentanti del popolo Moso, anche conosciuto come il “Paese delle donne” o anche popolo senza mariti (e senza mogli). Quest’anno fra i numerosi ospiti ci saranno Maria Teresa Panchillo e Yessica Huenteman Medina (Mapuche del Cile) e Malika Grasshoff (Cabilia di Algeria). Come sei riuscita a contattare queste donne e come hanno risposto all’invito di Laima?

Portare in Italia le donne Moso è stata un’impresa epocale riuscita solo grazie all’aiuto di Francesca Rosati Freeman: come si può ben immaginare non è facile far espatriare esponenti di una minoranza etnica dalla Cina. I contatti arrivano comunque quasi tutti dalla nostra rete di conoscenze internazionali, libere studiose e studiosi che si occupano da anni di questi temi. Tutte le persone che abbiamo invitato fino ad ora hanno sempre accettato con molta gioia, sono molto orgogliose della loro cultura e onorate di poterne parlare.

Nei convegni Laima ha sempre dato ampio spazio ai laboratori e all’arte, come succederà ad esempio nel workshop di sabato 19 marzo 2016 (pomeriggio) sui disegni e scritti magici delle donne berbere nordafricane oppure in quelli di domenica 20 marzo (mattina) con Susun Weed sulla medicina erboristica e sull’Arte Mapuche, fra i molti altri proposti. Perché questa scelta?

Perché non vogliamo limitarci ad una conoscenza concettuale di una cultura e se lasciamo spazio solo alle parole e a un convegno frontale rimaniamo su un livello prettamente razionale, perdiamo l’aspetto relazionale e profondo e rimaniamo in quello che noi chiamiamo “il sistema dominante”. La sfida è riuscire a comunicare sui vari livelli, far sì che la piramide si trasformi in un cerchio che comprende tutte le parti del sé e in questo processo l’arte è un canale preferenziale.

Qualche parola in più sull’arte. Penso, ad esempio, alla presenza del fotografo Pierre de Vallombreuse, che parlerà domenica pomeriggio. Cosa ti lega al suo lavoro in particolare e, in generale, perché l’arte non manca mai nelle tue attività e nelle tue ricerche?

L’arte è una chiave di accesso alla realtà nella sua interezza. In una società che riscopre il sacro nella materia e nella terra, l’arte tornerebbe al suo posto, portando bellezza e armonia nel quotidiano, farebbe parte del processo di celebrazione della profondità della vita e non l’effimera superficie o lo specchio di questa società maschilista e violenta. Quando ho visto il lavoro che Pierre ha fatto su alcune società matriarcali dell’Asia, sono rimasta colpita dalla sua capacità di cogliere l’essenza di queste culture e sono molto curiosa di sentire il suo punto di vista di uomo. È importante imparare a “rimatrizzare” la realtà, come dice l’attivista indigena Bernedette Muthien ed è necessario che donne e uomini portino entrambi il proprio contributo in questa direzione.


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