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Ora che l’utero è mio, come lo gestisco? - [IFE Italia]
IFE Italia

Ora che l’utero è mio, come lo gestisco?

di Eleonora Cirant
lunedì 13 novembre 2017

La relazione è stata presentata al Convegno "Libertà delle donne nel XXI secolo. Oltre i fondamentalismi" (Casa Internazionale delle donne - Roma, 20-21-22 ottobre 2017)

Obiettivo del mio intervento è fornire una panoramica sulle posizioni antiproibizioniste femministe in materia di Gestazione per altri.

Gli elementi che propongo qui in forma sintetica derivano da una mini inchiestabasata su interviste ad attiviste e lettura di blog in Italia, realizzata per un saggio in volume collettivo a cura di Lidia Cirillo, Utero in affitto o gestazione per altri? Voci a confronto sulla gestazione per altri (in uscita con Franco Angeli a novembre 2017).

L’obiettivo dell’inchiesta è stato di fornire un quadro degli argomenti politici ed etici di quella parte di movimento femminista contraria alla proibizione e favorevole ad una regolamentazione della pratica della Gestazione per altri. Argomenti che dimostrano l’inadeguatezza di un approccio polarizzato sì/no.

In generale

Gli appelli di messa al bando globale hanno accelerato il dibattito, spingendolo a polarizzarsi sulla discussione “proibire sì, proibire no”. Questi appelli hanno avuto un riscontro nei mass media, tanto da apparire come la dominante nel femminismo. Ma non è così. Altre posizioni hanno avuto meno visibilità, salvo quella di singole donne che ne hanno già una propria. Nella parte che rifiuta l’approccio proibizionista, il confine fra il ‘no’ e il ‘sì’ non procede in linea netta, ma somiglia piuttosto a un delta fluviale: il rifiuto e l’accettazione si compenetrano e si confondono. Nei collettivi, nelle associazioni e a livello individuale prevale il bisogno di discutere e di riflettere piuttosto che di passare all’azione con manifesti e proposte.

Posizioni differenti nel delta antiproibizionista

Vi è chi accetta la Gpa come pratica legittima anche con scambio di denaro; chi invece la disapprova ma teme che la sua “messa al bando” possa favorire commerci illegali in cui le gestanti avrebbero la peggio. Vi è chi vede nella Gpa la possibilità di autodeterminarsi proprio grazie alla possibilità di migliorare la propria condizione economica, e chi interpreta la disponibilità delle donne a fare da gestanti per altri come ulteriore alienazione indotta dal capitalismo e del patriarcato. Chi la giustifica solo in regime di gratuità, chi, invece, ritiene che sia ora di finirla con l’oblatività femminile e che in tempi di biopolitica assegnare un valore anche monetario al proprio bio-capitale sia necessario per emanciparsi. Bio-capitalismo vuol dire che il lavoro riproduttivo che ci viene chiesto in modo gratuito non è più solo quello affettivo ma è anche quello biologico, come sottolinea Angela Balzano nel porre l’attenzione sul fatto che grande problema di ingiustizia in campo di tecnologie riproduttive non è la Gpa ma è nel mercato mondiale di ovociti, con enormi disparità di trattamento e con gravi rischi per la salute delle donne in certe parti del mondo. Vi è chi evidenzia la funzione di rinforzo alla famiglia tradizionale “eteronormata”, e chi le potenzialità di creare nuove forme di famiglia (di “S-famiglie”).

I punti di convergenza, il minimo comune denominatore

La convinzione che non sia né eticamente lecito né politicamente efficace proibire un’azione fatta per scelta personale e che non comporti danni ad altre persone. Si assume inoltre come interesse e obiettivo della collettività quello di garantire il benessere psicofisico e l’integrità di ciascuna delle sue componenti, dunque ci si preoccupa di proteggere la salute delle gestanti e quella di bambini e bambine una volta nate; quindi no a “bandi globali” e a leggi che vietano (come quella italiana) poiché favorisce (come già avviene) turismo procreativo, mercato nero e disparità di trattamento, sì a leggi transnazionali che tutelino la parte debole e che puniscano ogni eventuale coercizione. Un altro punto fermo è che la donna che sceglie di diventare gestante per altri/e debba essere considerata come un soggetto morale e politico in grado di compiere scelte autonome, quindi no al parlare di lei considerandola sempre e comunque vittima o manipolata, sì al parlare con lei – pur senza annullare il proprio punto di vista. Infine, se è il bisogno economico a spingere una donna a vendersi, l’oggetto della battaglia politica deve essere il sistema che l’ha generato e non il singolo comportamento. Come dovrebbe avvenire la regolamentazione

Nella maggioranza delle posizioni espresse sia dalle attiviste intervistate che sui blog, non è lo scambio di denaro a rendere più o meno accettabile questa pratica. Solo alcune sarebbero per vietarlo. No al bando universale, e quindi che si fa? Tra chi ha provato a rispondere a questa domanda, la maggioranza è contraria alla liberalizzazione, che si fonda sul contratto tra privati in assenza di leggi specifiche aprendo la strada alla commercializzazione spinta, come in California californiano. Le più sonofavorevoli alla legalizzazione, cioè alla liceità della pratica entro condizioni stabilite per legge come, ad esempio, è legalizzata l’interruzione volontaria di gravidanza di Italia; il modello inglese o spagnolo sono presi ad esempio, dove si segnala del primo il diritto della gestante all’“ultima parola”, del secondo latutela della salute delle donne che vendono i propri ovociti. E’ maggioritaria la posizione di chi chiede che alla gestante sia garantito il “diritto all’ultima parola”, dunque che debba poter decidere di tenere con sé il bambino o la bambina una volta nata entro un certo periodo di tempo, contrariamente a quanto chiede l’associazione delle famiglie Arcobaleno.

La questione del danno psicologico

Il danno psicologico che deriverebbe a madre gestante e figlio/a in conseguenza della loro separazione è uno dei punti su cui insistono gli appelli per la proibizione affermando che questa forma di riproduzione esporrebbe a danno o patologia psichica o psicosomatica i nati, le nate e le loro madri gestanti. La non coincidenza di maternità e gestazione viene anzi rivendicata come eredità del femminismo, che nel corso del Novecento ha contribuito a modellare una concezione della genitorialità come relazione che si costruisce nel tempo e nella quale il legame biologico ha un ruolo importante ma non determinante. Si sottolineano le potenzialità insite nella scomposizione del processo riproduttivo di rompere con la famiglia patriarcale. “Accogliere l’esistenza di due mamme mi sembra fortemente trasformativo, così mi vado convincendo che in questo periodo la mia azione politica più importante sia proprio questa: vivere e costruire la relazione di mamma affidataria con mamma genetica di A. come un percorso possibile, civile e politico, che modifica i modi di guardarsi tra donne, non con sospetto ma con reciproca gratitudine […]”: è un brano della testimonianza di Sara Catania Fichera, catanese di 49 anni, femminista e mamma affidataria. Secondo le ricerche ed analisi disponibili ad oggi non sembra esserci, inletteratura scientifica, un riscontro all’ipotesi del danno psicologico (Caporale, Veronesi, Mancini, Flamigni, 2016). Sulla base dello stesso criterio scientifico, tuttavia, questa ipotesi non è neanche stata smentita e credo che andrebbe tenuta aperta per incrementare ricerche e indagini. In questi giorni, d’altra parte, una delle partecipanti al convegno mi ha fatto giustamente notare quanto forte sia la pressione sulle nenomamme e il discorso medico che le riguarda, per cui il legame nei mesi dell’allattamento e allattamento al seno sarebbero invece fondamentali per lo sviluppo sano del bambino.

La politica delle relazioni

Durante la prima sessione del convegno (Liberté egalité fraternité??? Alternative contro l’ingiustizia sociale) si è detto che il capitalismo oggettiva le persone, le rende oggetti. Si è detto anche che libertà è essere padrone del proprio destino e che questa padronanza non è mai una conquista definitiva ma è frutto di un processo continuo. Vorrei invitarvi a leggere anche la gestazione per altri in questa prospettiva. Come un coltello può essere usato per tagliare il pane o per ammazzare qualcuno, come un filo può essere annodato per costruire una gabbia oppure un abito. Così la tecnica, ogni tecnica (ogni cosa che facciamo è tecnica: nascere, mangiare, parlare, ascoltare, etc.), può favorire o sfavorire processi opposti. Alcune osservazioni nel merito:

La via femminista alla Gpa passa certamente per la considerazione di sé e degli altri come persone e non come oggetti, quindi attraverso la volontà politica di costruzione di relazioni. Costruire buone relazioni è faticoso come costruire giustizia sociale. Che il denaro sia, al contrario, la via più facile per tagliare le relazioni è più che un rischio, è una realtà diffusa (su questo tema vedi Daniela Danna, 2017). Il denaro scambiato nell’ambito di un contratto ha anche la funzione (illusoria) di gestire psicologicamente l’imprevisto che ogni nascita porta con sé, soprattutto dal lato di chi sta pagando per la prestazione di una gestante. Nella realtà vi sono però anche situazioni in cui accanto all’essere umano nato con Gpa nasce una nuova relazione nuova, in cui la madre gestante diviene parte di una famiglia allargata, e viceversa (Serena Marchi, 2017, Nicola Carone, 2017). Relazioni di riconoscenza e di riconoscimento sono vie di fuoriuscita dal capitalismo. La via femminista alla Gpa comporta dunque un lavoro sul desiderio, sia quello dei genitori intenzionali che quello delle madri gestanti e insieme la disponibilità di tutti i soggetti coinvolti ad elaborare eventuali fantasie di onnipotenza. Da questo punto di vista – afferma Maddalena Gasparini nella sua testimonianza, “le coppie gay e lesbiche sono avanti rispetto a quelle eterosessuali. Ad esempio non nascondono alle loro bambine l’origine e non nascondono al mondo la loro realtà”. Nel delta antiproibizionista l’accento sul fatto che si nasce da una donna è per rimarcare che si viene al mondo se – e solo se – una donna dice sì, anche quando quel “sì” è in vece di altre donne. Quindi per evidenziare l’intenzionalità che dirige il potere generativo. Chiudo con un brano dalla testimonianza di un’attivista coinvolta nel mio sondaggio, Silene Gambino: “permettere la gestazione per altri dietro compenso equivale a spalancare le porte di un nuovo mercato al sistema capitale. Tuttavia i paradigmi politici non cambiano sempre dall’oggi al domani e noi nel frattempo viviamo, spesso soffrendo. Per cui credo sia utile valutare bene quali misure potrebbero tornare utili mentre facciamo timidamente la corte alla rivoluzione”.


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