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Avanti Marx - [IFE Italia]
IFE Italia

Avanti Marx

di Simonetta Fiori
mercoledì 2 maggio 2018

Lettura interessante.

Tratto da: https://www.fondfranceschi.it/cogit...

Uno spettro si aggira per il mondo ed è quello di Karl Marx. A dispetto della veneranda età — avrebbe compiuto duecento anni il 5 maggio — e a dispetto delle rivoluzioni fallite, il suo barbone continua a sventolare nelle librerie e nelle università di tutto il pianeta. Senza disdegnare i luoghi del capitalismo più avanzato — il gigante Google gli dedica quasi novantatré milioni di link — e le lusinghe dell’industria cinematografica che proprio in questi mesi ne proietta la figura rinverdita. Ed è un segno dei tempi che il regista nero Raoul Peck abbia osato oggi quel che nel passato in pochi avevano tentato, ossia tradurre in un film la rivoluzione politico-intellettuale del giovane Karl. Più facile raccontare vite romanzesche che l’avventura di un pensiero irrequieto.

Al principio del XXI secolo un sondaggio della Bbc l’ha incoronato filosofo più influente del precedente millennio. Prima di Newton e di Einstein. E prima di Tommaso D’Aquino. Alla sua icona si è inchinato di recente anche il mondo dell’arte, issando Das Kapital sul palcoscenico della Biennale: come interpretare le fratture della contemporaneità se non ricorrendo al filosofo di Treviri? E forse proprio da qui occorre cominciare, dalle contraddizioni e dalle aporie del mondo circostante, per tentare di capire una renaissance che supera i confini del Novecento. Un’imprevista fioritura che attecchisce nel cuore pulsante del capitalismo americano, tra i ventenni e trentenni di Jacobin, la rivista della sinistra radicale che non ha paura di evocare parole ritenute imbarazzanti dalla generazione precedente perché inseparabili dai regimi totalitari. «Quando avevo vent’anni», ha dichiarato il caporedattore Seth Ackerman, «dirsi socialista era davvero eccentrico, mentre oggi è una qualifica che molti giovani rivendicano». Oggi Seth ha trentacinque anni, e non insegue certo la rivoluzione. Ma legge Il Capitale per denunciare le diseguaglianze, e come lui altri millennial che su precarietà e indebitamento hanno visto infrangersi il sogno americano.

E qui ci avviciniamo alla data di rinascita di Marx, da collocare tra il 2007 e il 2008, in coincidenza con il terremoto economico e finanziario. Perché, come suggerisce Jonathan Wolff nella monografia pubblicata ora dal Mulino, “anche se non ne condividiamo le soluzioni, è innegabile che i problemi da lui individuati siano tuttora molto gravi”. In altre parole, il comunismo è fallito, la sua utopia s’è rivelata un incubo, “ma l’avversario storico non è innocente e una sua assoluzione parrebbe fuori luogo”, sostiene il professore di Oxford che scrive sul Guardian.

Ed è proprio Marx a fornirci gli strumenti per analizzarlo. Quali gli attrezzi spendibili oggi? «Il suo merito principale consiste nell’aver messo in luce, centocinquanta anni fa, alcune grandi contraddizioni del sistema di produzione capitalistico che ancora persistono», dice Stefano Petrucciani, autore di una monografia e curatore per Carocci di Una storia del marxismo in tre volumi. «Prendiamo la diagnosi del capitalismo come crescita e innovazione, con un progressivo risparmio di lavoro. Oggi questa sua tesi risulta drammaticamente vera: la crescita non riesce a essere espansiva, ma intensifica il ricorso alle macchine a danno dell’occupazione». Con conseguenze serie sul terreno della giustizia sociale che possiamo osservare anche attraverso un’altra lente fornita dal Capitale, la stessa sulla quale l’economista francese Thomas Picketty ha costruito la sua fortuna editoriale. «Nella sua teoria sull’immiserimento progressivo», spiega Petrucciani, «Marx immaginava che il capitalismo avrebbe peggiorato le condizioni della classe operaia: in realtà non è stato così. Ma in questi ultimi anni abbiamo assistito a una sorta di “immiserimento relativo”: i poveri non sono diventati più poveri in senso assoluto ma in senso relativo, essendosi accresciuta di molto la distanza tra le fasce più basse dei livelli di reddito e quelle più alte».

La terza faglia intravista da Marx s’incunea tra la necessità di comprimere i salari — per aumentare il profitto — e il bisogno di vendere le merci ai lavoratori. «L’ultima grande crisi del capitalismo scaturisce proprio da questa contraddizione», sostiene Petrucciani. «Per sostenere il consumo delle classi a basso reddito le si è spinte a indebitarsi con finanziamenti, mutui etc. E da qui è nata la grande bolla immobiliare poi deflagrata nell’economia mondiale».

Marx anticipatore del fallimento della Lehman Brothers? A pensarci bene, sono proprio le mani nei capelli degli operatori finanziari di Wall Street a chiudere le immagini che scorrono in coda a Il giovane Karl Marx, in sottofondo le note di Like a Rolling Stone di Bob Dylan. Anche David Harvey, studioso di geografia politica, è convinto che le analisi sulla spregiudicatezza e l’irrazionalità del capitalismo siano più pertinenti oggi di quanto lo fossero all’epoca in cui sono state scritte. “Quello che ai suoi tempi era un sistema economico dominante solo in un angolo della terra ora si estende in tutto il mondo”, sostiene Harvey in un saggio esplicito fin dal titolo, Marx e le follie del capitale (Feltrinelli).

E qui ci si imbatte in un altro aspetto del suo pensiero quanto mai vitale: la globalizzazione della produzione e del mercato. «Marx aveva capito che era nella natura del capitalismo essere una “forma mondo” capace di rompere i confini nazionali e continentali», interviene Mario Tronti, antico operaista e intellettuale con largo seguito a sinistra. Allo studioso piace evocare l’immagine di un “Marx profeta” cara a Schumpeter. «Un’altra sua grande intuizione riguarda una condizione umana mai davvero superata, quella dell’alienazione. Il giovane Marx dei Manoscritti economico-filosofici seppe osservare la perdita d’umanità nell’operaio che mette qualcosa di sé nel prodotto senza riuscire mai a riconquistare integrità. Oggi, in un mondo per molti aspetti disumano, mi sembrano sempre più evidenti i segni di questa perdita di sé».

Alienazione, classe, ideologia, sfruttamento: anche se detestate dalle scienze sociali mainstream, sono parole che hanno cambiato il modo di guardare il mondo. Così come oggi sarebbe difficile ignorare la visione marxista della storia che vede le forze economiche al primo posto. Ma un’attrezzatura così duttile per l’attualità non rischia di favorire una lettura troppo schiacciata sul presente? Al contrario. Il Marx che oggi trionfa nelle aule universitarie e nei circoli colti è il classico liberato da ogni ipoteca ideologica novecentesca, da leggere criticamente nelle sue mancanze e contraddizioni. E non è casuale che il rilancio sia partito dal mondo anglofono, regno della filosofia analitica, per rimbalzare in Francia dove oggi registra un rinnovato interesse accademico. Il dogma sembra cedere il passo alla filologia, con nuove edizioni delle opere nate postume e frammentarie. «Anche se in Italia si fa più fatica a liberarlo da vecchie incrostazione», annota Petrucciani del quale sta uscendo in Francia Marx critique du libéralisme (éditions Mimésis). E intanto si potrebbe misurarne la popolarità dal numero di saggi e riedizioni che invadono gli scaffali, dall’affilato Marxismo dopo Marx di Giuseppe Bedeschi (Castelvecchi) agli scritti inediti di Ágnes Heller che ne valorizzano la dimensione filosofica (sempre Castelvecchi), da Senza comunismo di Antonio A. Santucci, riedito dagli Editori Riuniti, alla nuova edizione del Manifesto con i commenti di Balibar e Žižek (Ponte alle Grazie). Con un’incursione nel suo privato più doloroso in Karl Marx dal barbiere (Edt) di Uwe Wittstock, che prende spunto da un episodio poco conosciuto della sua vita, il viaggio ad Algeri dopo la morte della moglie Jenny.

“Finora i filosofi hanno interpretato il mondo. Ora è venuto il momento di cambiarlo”. Potrebbe essere un tweet, invece è l’undicesima tesi su Feuerbach che ha nutrito la fantasia di molti intellettuali engagé. Ma il mondo Marx è riuscito davvero a cambiarlo? Seppure con tutti i suoi scossoni, l’economia capitalistica sembra infischiarsene di rivoluzioni e profezie. «Senza Marx», riflette Petrucciani, «non avremmo avuto fondamentali conquiste sociali. I partiti socialisti moderni nascono dal suo pensiero politico, anche se non c’è accordo su quale sia la vera filiazione: quella riformista gradualista o quella radicale rivoluzionaria». Secondo Tronti la sua grande intuizione è di aver capito che il capitale è come un Proteo, capace di cambiare forma in ogni momento. «E la sua lezione è stata compresa più dalla borghesia che dai suoi avversari, irrigiditi dal dogmatismo».

Poco prima di morire, Eric Hobsbawm raccontò di aver ricevuto una telefonata inattesa. «Il mio interlocutore voleva sapere che pensassi di Marx, per poi dirmi in tono grave: “Quell’uomo riuscì a scoprire sul capitalismo cose di cui oggi dobbiamo tenere conto”». Era George Soros, uno degli uomini più ricchi del pianeta.


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