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Parola di turnista (perché il tema delle aperture domenicali dei negozi non è una barzelletta, soprattutto per le donne) - [IFE Italia]
IFE Italia

Parola di turnista (perché il tema delle aperture domenicali dei negozi non è una barzelletta, soprattutto per le donne)

di Chiara Anselmi
giovedì 13 settembre 2018

Dubito che qualcuno abbia capito quale sia esattamente il progetto per la regolamentazione delle aperture domenicali di negozi e centri commerciali, anche perché appare al momento, come molti degli annunci del Governo in carica, una proposta labile e mutevole.

Non considerare come la liberalizzazione senza freni abbia prodotto sfruttamento selvaggio (come sempre) e liquidare il tema come risibile o anacronistico è un’idiozia.

Sono turnista da 23 anni, in un settore che produce h24 sette giorni alla settimana e quelli che dicono: e allora i cinema? Gli ospedali? Mi fanno uscire di senno.

Sono turnista e so di cosa si parla. Ho un contratto di quelli antichi, con l’articolo 18 e le compensazioni economiche dei disagi, con molte più tutele dei contratti per la grande distribuzione organizzata. Proprio perché è un contratto antico -figlio di una organizzazione del lavoro disegnata sulle esigenze di lavoratori maschi, che delegavano tutto il carico familiare a mogli o compagne per nulla o solo parzialmente occupate fuori casa- la compensazione dei disagi è sempre economica. Per anni mi sono sentita dire: ‘Ma l’azienda te lo paga, eh’ Posso testimoniare che l’orario variabile può essere uno strumento di mobbing inesorabile. Se un caposquadra, un responsabile che ti fa gli orari ha deciso di renderti la vita impossibile perché sei delegata sindacale o non sei abbastanza disponibile o non ridi alle sue battute da trivio; se non hai un contratto che blinda i tuoi diritti -non solo economici, ma anche di organizzazione dei tempi di lavoro- tu non campi più. Lavori quando i figli sono a casa e riposi quando sono a scuola, non puoi organizzarti un’attività ricreativa né programmarti un week end, niente. Hai chiuso, sei in ostaggio.

Garantire diritti ai lavoratori costa, e la grande distribuzione questi costi non li vuole pagare: contratti a giornata, finte cooperative che forniscono ‘servizi’ che altro non sono che lavoratori sottopagati e senza tutele, turnazioni selvagge sono il costo umano e sociale che si paga per avere i centri commerciali aperti anche la domenica.

Ed è un costo che pagano soprattutto le donne visto che il comparto è uno dei pochi con una maggioranza di impiego femminile. Il mobbing non colpisce esclusivamente le lavoratrici, questo è certo, ma la conciliazione dei tempi di lavoro con i tempi di vita è ancora oggi un’urgenza delle donne, sulle spalle delle quali continua a gravare la maggior parte del carico domestico e di cura. Urgenza resa drammatica dalla riforma Fornero che ha spostato molto in avanti l’età pensionabile, sorvolando irresponsabilmente sul dato che in Italia le nonne sono costrette a supplire alle carenze del welfare, cronicamente insufficiente.

Le aperture domenicali vanno regolamentate, mica vietate. Mi dimostri di avere tutto il personale assunto con le tutele necessarie? Che ricorri al lavoro a chiamata solo per una percentuale esigua delle ore totali? Che non hai scatole cinesi di subappalti che sostituiscono il lavoro correttamente inquadrato? Per me puoi stare aperto quanto ti pare. Non sei in grado di fornirmi queste certificazioni? Ti attacchi e stai chiuso. Certo poi magari non sarai in grado di fare le offertissime, il sottocosto, il fuoritutto.

I diritti dei consumatori sembrano diventati gli unici rivendicabili. Per me non valgono un centesimo dei diritti dei lavoratori. Sono solidale con qualunque lavoratore combatta per un trattamento dignitoso, voglio che la regolamentazione sia una cosa seria, e fare le battutine sul fatto che :‘e allora le pasticcerie?’ è inutile e pure un po’ meschino.


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