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Francia, giubbotti gialli: la posta in gioco di una mobilitazione popolare - [IFE Italia]
IFE Italia

Francia, giubbotti gialli: la posta in gioco di una mobilitazione popolare

di Leon Crémieux
venerdì 4 gennaio 2019

Da quasi un mese si sta sviluppando in Francia un movimento che non ha precedenti nel Paese. Il 17 novembre ci sono stati in tutte le regioni almeno 2.500 blocchi stradali e di caselli autostradali da parte di almeno 300.000 “giubbotti gialli”, secondo i dati forniti dalla polizia. I e le manifestanti portavano il giubbotto giallo di sicurezza, quello obbligatorio per chi possiede un veicolo. Tutta la settimana successiva ci sono stati numerosi blocchi intorno alle città secondarie e nelle zone rurali. Sabato 24 novembre, di nuovo, tante azioni hanno avuto luogo con 100.000 partecipanti, di cui almeno 8.000 a Parigi sugli Champs Elysées, con 1.600 blocchi recensiti nelle regioni.

Questo movimento non ha avuto impulso da nessun partito, né sindacato. Si è costruito interamente a partire dalle reti sociali, sul rifiuto collettivo di pagare l’ennesimo aumento della tassa carbone sui carburanti attraverso la TICPE (tassa interna di consumo sui prodotti energetici) prevista per il 1° gennaio 2019: +6,5 carati sul litro di diesel e 2,9 carati sul litro di super 95. Già nel 2018 la tassa sul diesel era aumentata di 7,6 carati. Su un litro di diesel, pagato 1,45 euro, lo Stato percepisce oggi circa il 60% di tasse, ossia 85,4 carati. E il governo prevede di aumentarla ancora nel 2019 e nel 2020 con 6,5 carati l’anno. È la tassazione più alta in Europa, dopo il Regno Unito e l’Italia. Però in Francia, contrariamente alla maggior parte degli altri Paesi europei, il diesel rappresenta l’80% del consumo di carburanti e il suo prezzo è aumentato del 23% nell’ultimo anno.

Una petizione online contro questi aumenti delle tasse, citata in un articolo del principale quotidiano popolare del paese, Le Parisien, ha raccolto in pochi giorni centinaia di migliaia di firme a metà ottobre e più di un milione a inizio novembre. Da allora centinaia di gruppi FB si sono creati in tutto il paese, i video contro la tassa sono stati visti milioni di volte su Internet (tra i quali uno realizzato da un rappresentante locale del gruppo di estrema destra Debout la France). Un camionista ha lanciato l’appello per bloccare lo strategico "raccordo anulare" parigino Boulevard Périférique il 17 novembre. Da allora questa data è stata scelta da tutti i gruppi per migliaia di iniziative locali di blocco stradale, recensiti su un sito creato per l’occasione da alcuni giubbotti gialli internauti. I grandi media di informazione quotidiani (in testa BFM TV) hanno ripreso l’iniziativa, amplificando il fenomeno.

Partito dalla semplice firma di una petizione, il movimento si è esteso come una polveriera.

Che tipo di movimento?

Questo movimento ha investito in pieno il governo ma anche i responsabili sindacali e politici! È stato sorprendente il contrasto tra la sua estensione nelle classi popolari, la grande simpatia suscitata nei posti di lavoro e oltre, il sostegno massiccio della popolazione (70% di sostegno alla vigilia del 14 novembre) e la caricatura che se ne è fatto in molti ambiti di sinistra, evocando, alla rinfusa, la mano del padronato del trasporto stradale e quella dell’estrema destra. Eppure l’insieme delle organizzazioni padronali del trasporto su ruota ha condannato i blocchi, chiedendo al governo di far sgomberare le barricate. In quanto all’estrema destra, è vero che Nicolas Dupont Aignan, dirigente del movimento Debout la France, si è esibito, sbraitando, sui media dalla metà di ottobre, con il suo giubbotto giallo; così come il Rassemblement National di Marine Le Pen ha manifestato il suo sostegno, sconfessando però i blocchi stradali. Però la maggior parte degli organizzatori dei giubbotti gialli ha voluto segnare nettamente la sua distanza da questo sostegno ingombrante.

Discretamente i Repubblicani e il Partito socialista hanno espresso la loro simpatia con il movimento. Responsabili della France Insoumise come J-L Mélenchon e Francois Ruffin, così come Olivier Besancenot del Npa hanno espresso il loro sostegno al movimento in vari interventi televisivi. Invece tutte le grandi organizzazioni sindacali, non solo la Cfdt e Fo ma anche la Cgt e Solidaires hanno rifiutato di sostenere le manifestazioni, insistendo sulle manipolazioni dell’estrema destra e del padronato del trasporto stradale.

La realtà è che i giubbotti gialli sono la traduzione di un movimento profondo nelle classi popolari. Ogni giorno 17 milioni di persone, ossia i due terzi della popolazione attiva, vanno a lavorare al di fuori del loro comune di residenza. Su questi due terzi, l’80% usa un veicolo personale. La preoccupazione del costo del carburante è quindi di sicuro una preoccupazione popolare, nella grande regione parigina e nelle altre regioni (persino nella regione parigina solo un dipendente su due usa i mezzi pubblici per andare al lavoro). La questione della tassa supplementare riguarda dunque la grande maggioranza dei/lle salariati/e! Essi sono costretti a vivere sempre più lontano dai centri urbani; la precarietà accentua l’allontanamento dai luoghi di lavoro. Nella regione parigina il 50% dei/lle salariati/e che prende la macchina per andare al lavoro sono spesso coloro che sono costretti/e a vivere nelle periferie o che lavorano in orari sfalsati.

Il costo del trasporto macchina, e in particolare del diesel è esploso in un contesto in cui il livello ufficiale dell’inflazione è servito da pretesto per non aumentare i salari. I giubbotti gialli polarizzano un’esasperazione popolare dal carattere di classe evidente che riguarda il potere d’acquisto, i salari e le pensioni. Ma questa esasperazione catalizza anche la rabbia diffusa dovuta al discredito del governo, l’accumulazione degli attacchi al potere d’acquisto, alle pensioni, di fronte ai molteplici regali fatti ai ricchi, ai capitalisti. Il discredito anche dei partiti politici che avendo tutti gestito il Paese, l’uno dopo l’altro, sono responsabili di questa situazione sociale. Macron aveva beneficiato di questo discredito per farsi eleggere ma ne subisce oggi l’effetto boomerang. Grazie alle riforme fiscali del governo (soppressione dell’ISF, flat tax sui proventi del capitale) l’1% dei più ricchi vedrà i suo reddito crescere del 6% nel 2019. Il 0,4% più ricco vedrà il suo potere d’acquisto aumentare di 28.300 euro, lo 0,1% più ricco di 86.290 Euro. Nello stesso tempo il 20% dei più poveri vedrà il suo reddito diminuire, in assenza di aumento delle prestazioni sociali, l’abbassamento delle pensioni, la riforma dei sussidi per le case popolari, mentre i prezzi aumentano.

Impopolarità e crisi di governo

Per una grandissima parte della popolazione Macron è visto come il presidente dei ricchi, dei ricchissimi. L’aumento delle tasse sui carburanti che colpiscono i lavoratori dai salari più bassi, dopo tanti regali alle classi più abbienti, è stato vissuto come la goccia che ha fatto traboccare il vaso. In più, a causa della sua politica di classe e il suo discredito, il governo Macron è entrato in una crisi accelerata dopo l’estate. L’affare Benalla ne è stato lo scandalo principale. Alexandre Benalla, agente di sicurezza personale di Macron, riconosciuto colpevole dell’aggressione ai manifestanti del 1° maggio scorso è stato il rivelatore delle pratiche presidenziali, che utilizzano i servizi dello Stato secondo i propri bisogni personali, regalando favoritismi ad i suoi collaboratori; una pratica che ricorda, in modo differente, lo scandalo Fillon alla vigilia dell’elezione presidenziale.

Questo scandalo Benalla è stato seguito dalla dimissione di Nicolas Hulot, cauzione ecologista di Macron, dopo numerosi ripensamenti sugli impegni presi in campo ambientale. Poco dopo anche Collomb, ministro degli Interni e sostegno di prima ora del presidente ha dato le dimissioni, all’inizio dell’autunno. Queste crisi interne testimoniano l’usura di questo governo e la debolezza della sua base politica e sociale. Tutti i sondaggi danno Macron a un livello di popolarità inferiore a quello di François Hollande, a parità di tempo di mandato trascorso.

Le rivendicazioni dei giubbotti gialli

In tutti i messaggi dei giubbotti gialli sui blocchi nei social media, oltre alla rivendicazione del ritiro delle tasse sui carburanti, c’è l’insofferenza dovutqa al caro vita e la richiesta di recupero dell’imposta patrimoniale… così come la pura e semplice richiesta di dimissioni di Macron.

Per giustificare la nuova tassa e guadagnare sostegno popolare il governo ha evocato la necessità di combattere il riscaldamento climatico lottando contro le emissioni del gas serra e delle polveri fini. Il portavoce del governo, Benjamin Grivaux, ha creduto ottenere un sostegno da parte della sinistra ecologista denunciando “coloro che fumano e che usano la macchina a diesel”. Ma neppure nell’elettorato ecologista l’aumento della tassa ha trovato un eco favorevole e l’atteggiamento sprezzante del governo non ha trovato consensi.

La ragione fondamentale è che tutta la politica di questo governo e di quelli precedenti ignora gli imperativi ecologici attuali: dopo aver favorito il “tutto automobile” e il diesel, non si è fatto niente per sviluppare il trasporto collettivo, nelle zone rurali come nelle periferie delle metropoli. Vi è un’arroganza governativa insopportabile nel pretendere di far pagare di più alle popolazioni che non possono cambiare modo di spostarsi né permettersi di cambiare macchina!

Con gli attacchi contro la Sncf (ndr. ferrovie statali) il governo conta sopprimere ancora più di 11.000 km di ferrovie e il trasporto su ferro è stato in gran parte sacrificato a favore di quello su ruota. Parallelamente la compagnia petrolifera Total è esonerata da ogni contributo fiscale e ha le mani libere per continuare le trivellazioni per l’estrazione. Inoltre, i dibattiti sulla legge finanziaria 2019 hanno rivelato che più di 500 milioni ricavati dalla tassa sui carburanti serviranno non per la transizione ecologica, ma per coprire il deficit nel bilancio del 2019 creato dalla soppressione dell’imposta patrimoniale.

In queste settimane il governo e i media hanno cercato di discreditare il movimento, con disprezzo condiscendente, qualificandolo come quelli della “Francia di periferia”, dei “territori dimenticati”, di farne una “jacquerie”, di gente incolta, incosciente del cambiamento climatico.

E il movimento operaio organizzato?

Il movimento operaio e le sue organizzazioni non sono alla base del movimento dei giubbotti gialli. Questo è anche indice della sua perdita d’influenza in molte regioni e negli ambienti di lavoro. È anche, come dicono i responsabili di ATTAC e della Fondazione Copernic in una tribuna su Le Monde, il risultato delle sconfitte accumulate negli ultimi anni. La volontà di fare dei blocchi, di portare avanti azioni dirette, viene anche dal rigetto delle forme tradizionali delle manifestazioni: si colloca infatti in continuità con le azioni di blocco realizzate in questi ultimi anni dai settori sociali combattivi.

In più, la politica praticata dalle direzioni sindacali, che non hanno avuto un ruolo guida di questo movimento, pone un problema. Questa politica ha usato come pretesto le manovre dell’estrema destra o la volontà di “politicismo” dei giubbotti gialli. Ma come dicono i responsabili di Attac e di Copernic nella tribuna di Le Monde prima citata: "Non combatteremo questa sfiducia, la strumentalizzazione dell’estrema destra o il rischio di antifiscalismo, praticando la politica della sedia vuota o incolpando i manifestanti. Al contrario, si tratta di darsi i mezzi per pesare al suo interno e vincere la battaglia culturale e politica di questo movimento contro l’estrema destra e le forze dei datori di lavoro che vogliono sottometterla. "

Molte strutture sindacali, più militanti, non hanno esitato invece a portare il loro sostegno e a chiamare alla partecipazione in supporto alle azioni dei giubbotti gialli: così è stato per esempio nella CGT Metallurgia, in Sud Industria, in FO Trasporti, in vari appelli unitari locali che hanno proposto una piattaforma rivendicativa per l’aumento dei salari, contro la fiscalità indiretta che colpisce le classi popolari e per una fiscalità progressiva dei redditi. Spesso questi appelli comprendevano il rifiuto netto della tassa sui carburanti insieme alla necessità di una vera politica ecologica che colpisse Total, sviluppasse il trasporto pubblico e il trasporto ferroviario delle merci invece di quello stradale.

Nelle reti militanti, come nella stampa, tutti i servizi danno conto della realtà popolare di questo movimento, composto essenzialmente da salariati/e e pensionati/e, a fianco di lavoratori/trici autonomi e piccoli imprenditori, tutti coloro che hanno un basso reddito e che subiscono in pieno gli attacchi del governo. I militanti del Npa che hanno partecipato ai blocchi o diffuso volantini ci dicono anche della buona accoglienza e soprattutto dell’accordo con le esigenze riguardanti il recupero dell’ISF (ndr la patrimoniale) e la fine dei regali fiscali ai più ricchi.

La posta in gioco del movimento

Ci sono quindi molte cose in gioco in questo movimento, comunque vada a finire. Una consiste nel far sì, senza metterci il cappello, che si strutturi democraticamente e che converga con le organizzazioni del movimento operaio che vogliano portare avanti la battaglia in comune, verso uno scontro generale con il potere.

Il governo spera che i giubbotti gialli siano solo una parentesi perturbante prima di tornare alla vita politica e sociale “normale”. Dopo il 17, tutti i media hanno insistito pesantemente sugli scontri, sui feriti e sulla morte di un giubbotto giallo, schiacciato da un’autista. Hanno insistito anche su atti razzisti e omofobi inaccettabili (ma molto marginali) commessi ai blocchi, cercando di discreditare l’insieme del movimento.

Anche se il potere si è dimostrato più prudente di quello che fa di solito con il movimento sociale, in questi giorni ha represso duramente i blocchi e in particolare la manifestazione delle Champs Elysées di sabato scorso. Poco abituati ai cortei e tanto meno agli scontri, molti giubbotti gialli sono stati scioccati da una tale violenza, ma ciò non ha intaccato la loro determinazione e la volontà di organizzare nuovi blocchi.

Il potere invece, spera che le immagini degli scontri e l’avvicinarsi delle feste natalizie porteranno all’estinzione di questo movimento. Se il movimento operaio pensasse la stessa cosa sarebbe un grande errore. Anche se è marginale, l’estrema destra è all’imboscata in questo movimento, sperando che non sorga al suo interno nessuna opzione anticapitalista capace di dargli una prospettiva.

L’episodio dei “Forconi” in 2013 in Italia, con cui i giubbotti gialli hanno dei punti in comune, deve allertare i soggetti anticapitalisti che auspicano che la rabbia popolare e l’esasperazione sociale si rivoltino non solo contro questo governo dei ricchi, ma che siano in grado di aprire la strada verso un’offensiva anticapitalista, portatrice di emancipazione.

*Fonte articolo: https://npa2009.org/idees/politique.... Traduzione a cura di Nadia De Mond.


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