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A che punto del collasso siamo - [IFE Italia]
IFE Italia

A che punto del collasso siamo

di Raúl Zibechi
sabato 21 agosto 2021

Un interessante punto di vista sull’oggi.

In diverse occasioni abbiamo citato la tormenta sistemica e il collasso di civiltà a cui si sta per affacciare l’umanità nel prossimo futuro. È stato uno dei nuclei della discussione promossa dall’EZLN nel 2015, nel seminario “Il pensiero critico di fronte all’Idra capitalista“.

In un testo di quello stesso anno, “La tempesta, la sentinella e la sindrome della vedetta“, il subcomandante Galeano ci chiedeva: “Cosa stiamo guardando? Perché? Verso dove? Da dove? A quale scopo?”. Poi aggiungeva: “A chi lavora con il pensiero analitico tocca il turno di guardia al posto di vedetta”. E si soffermava sulla cosiddetta “sindrome della vedetta”, coè sulla stanchezza che porta la sentinella a credere che non ci siano cambiamenti o che le continuità siano più importanti delle novità.

Quel testo assicura che “sta arrivando una catastrofe in ogni senso“, nonostante molti assicurino che tutto rimanga uguale o che ci siano solo piccole variazioni. E continua: “Vediamo che arriva qualcosa di terribile, ancora più distruttivo, se possibile”.

Tra le perplessità dello zapatismo, e di quelli di noi che continuano ad essere anticapitalisti, la maggior parte della sinistra e dei movimenti “continua a far ricorso alle stesse forme di lotta”. Come se nulla fosse cambiato, si continua con cortei, elezioni, con strategie e tattiche che, tutt’al più, potrebbero essere state utili in altri periodi.

Questa breve citazione di un testo che è consigliabile leggere tutto serve a guardare la realtà in cui viviamo, in piena pandemia, ma partendo dall’esatta previsione zapatista di sei anni fa nell’anticipare una tormenta distruttiva contro i popoli.

È esattamente questo il primo punto. Va riconosciuto che molto pochi furono in grado di comprendere cosa bisognasse guardare, come e da dove guardare, per capire cosa stesse arrivando. La pandemia è solo un’anteprima di ciò che può accadere. Guardiamo ancora: incendi e inondazioni, cambiamenti drammatici perfino nella Corrente del Golfo, che si sta indebolendo e potrebbe collassare conducendo il pianeta a una crisi molto grave, lo scioglimento del permafrost e della banchisa polare, tra le altre distruzioni in corso, come quella della foresta amazzonica.

Uno dei problemi centrali posti dallo zapatismo è da dove guardare. Se lo facciamo dal basso, dai settori popolari del continente (americano, ndt), dalla zona del “non-essere” di cui parla Fanon, appaiono tendenze temibili alle quali dobbiamo prestare la massima attenzione, perché non colpiranno allo stesso modo l’intera società.

Nell’affrontare la crisi ambientale in corso, dobbiamo capire che le conseguenze non saranno paritarie. Oggi i quartieri che devono essere riforniti di acqua dalle cisterne pagano quel liquido più caro di chiunque altro, oltre alla portata della vulnerabilità che quella dipendenza rappresenta.

Il secondo problema è che non ci sarà alcun ritorno alla normalità. La normalità d’ora in poi sarà quella che abbiamo vissuto nei mesi peggiori della pandemia. Qui la “sindrome della vedetta” si manifesta nel considerare la pandemia come una parentesi dopo la quale tutto torna di nuovo uguale. Se consideriamo la pandemia come un problema della salute, non capiremo le ragioni per le quali le classi dominanti impongono certe misure che limitano solo la mobilità di chi sta in basso, perché chi sta in alto non ha mai cessato di muoversi liberamente.

Coloro che hanno studiato la cosiddetta “guerra al narcotraffico” e il paramilitarismo, strettamente correlati tra loro, assicurano che uno degli obiettivi centrali è proprio quello di ridurre la mobilità dei settori popolari. Durante la pandemia, questa è stata una delle politiche centrali degli Stati: confinare, impedire la libera mobilità, come un modo per affermare il dominio.

Si potrebbe riscrivere la celebre affermazione di Michel Foucault sul potere del sovrano, che si esercita attraverso il “lasciar vivere” e il “far morire”: permettere di muoversi o impedire di muoversi. Perché su quel punto si fonda, in buona misura, quello che è successo in questi mesi. Adesso si comincia a restringere anche l’accesso alle attività pubbliche a chi non possiede determinati requisiti.

Il terzo problema è che la pandemia accelera non solo il collasso/tormenta, ma in particolare l’offensiva dell’1 per cento della popolazione contro l’umanità. Non è che la classe dirigente abbia pianificato la pandemia, ma ne approfitta per accelerare i processi di dominazione, espropriazione e immobilizzazione che già stava promuovendo.

Il dominio totale della finanza e delle banche sulla vita, che porta all’eliminazione del denaro fisico, è solo una delle tendenze in atto, esso tende a rompere l’autonomia del tianguis e di altre forme di economia popolare. Tutto mira a strangolare la vita quotidiana di chi sta abajo, in basso, in modo che il capitale possa colonizzare tutti gli aspetti della società.

Sta a noi impedirlo. Sapendo che non ci sono vie d’uscita individuali e, soprattutto, che sarà sempre più arduo impedire l’avanzata dei potenti, che giorno dopo giorno mostrano un profilo più aggressivo e sono pronti a tutto pur di continuare a restare arriba, in alto.

Fonte in spagnolo: Desinformémonos


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