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L’altezza della sfida - [IFE Italia]
IFE Italia

L’altezza della sfida

di Nicoletta Pirotta
giovedì 4 novembre 2021

Report sintetico del seminario femm internazionale "Cura ed incuria":il mondo alla prova della pandemia e oltre... pensieri e pratiche femministe"

Il 23 e 24 ottobre scorsi si è tenuto il seminario internazionale “Curia ed incuria, il mondo alla prova della pandemia ed oltre…. Pensieri e pratiche femministe”.

Ragionare sul concetto di cura è parso più che mai necessario perché se c’è una cosa che la pandemia ha dimostrato è il fatto che sono tanti e tali i mali che affliggono il nostro mondo che non esiste una cura capace di guarirli a meno che il concetto di cura non comprenda una radicale trasformazione del sistema economico e sociale.

Non si è partite dall’anno zero perché sulla cura femminismi di varia natura hanno prodotto riflessioni importanti. Sottolineo in particolare quelle che, per dirla con Yayo Herrero, antropologa ecofemminista spagnola, hanno visto nella “cura” non tanto una caratteristica femminile che renderebbe le donne più portate a “prendersi cura” (caratteristica che il sistema patriarcale ha ampiamente sostenuto per relegare le donne nella sfera domestica…) quanto un nuovo paradigma del cambiamento sociale capace di trasformare se stesse/i ed il mondo.

Il seminario è stato organizzato da FemmSdc, il gruppo femminista attivo nella Società della Cura, in collaborazione con Global Dialogue for Systemic Alternatives e Transform!Europe.

Nelle due sessioni nelle quali il seminario si è strutturato sono intervenute più di 30 donne (attiviste sociali e politiche, sindacaliste, ricercatrici, studiose, …) di molti paesi del mondo: Afghanistan, Algeria, Brasile, Germania, Grecia, India, Iraq, Italia, Kurdistan, Libano, Messico, Palestina, Polonia, Russia, Ruanda, Spagna, Stati Uniti, Sud Africa, Tunisia, Turchia, Ungheria.

Complessivamente nelle due giornate, il seminario è stato seguito da oltre 400 persone. Sia dal vivo, nelle tre sedi italiane che si sono rese disponibili ad ospitarlo e cioè Bologna (Centro donne associazione Orlando), Lecce (Casa delle Donne) e Roma (Casa Internazionale delle donne), che in zoom con più di un centinaio di presenze che in diretta streaming, con oltre 1300 le visualizzazioni, su alcune pagine di FB e in YouTube.

Senza contare la partecipazione sulle pagine estere che, in diversi paesi del mondo, trasmettevano in spagnolo, portoghese, francese e d inglese e le visualizzazioni in differita che ancora continuano.

Il seminario è stato preparato con un paziente lavoro di confronto all’interno del gruppo FemmSdc.

Un lavoro necessario per evitare che sul concetto di “cura”si scadesse in stereotipi o banalità come è capitato di sentire. Perché, dentro la pandemia, la parola “cura” è risuonata con insistenza in moltissimi luoghi anche molto diversi fra loro, perdendo spesso la sua carica rivoluzionaria per trasformarsi in un concetto funzionale al mantenimento dello status quo. Del resto, come già ho avuto modo di scrivere, le parole o i concetti possono sostenere percorsi trasformativi e liberatori ma anche fumo negli occhi o peggio involuzioni.

Abbiamo dunque chiesto alle relatrici di portare un proprio contributo partendo da alcune domande di fondo e cioè se e come la pandemia avesse reso ancor più precaria la condizione delle donne; se la reazione alla pandemia dei differenti Stati si fondasse sui reali bisogni della cittadinanza oppure fosse orientata al mantenimento dell’esistente o peggio al restringimento di diritti e spazi di democrazia; se condividessero l’idea che la “cura” debba essere intesa come un nuovo paradigma di senso e quindi un riorientamento radicale di pensiero insieme all’esigenza di un modo diverso di stare al mondo; se quindi curare non rendesse ineludibile il configgere con l’ordine economico, sociale e politico che governa il mondo, modificando al contempo anche noi stesse/i ed infine se avessero sperimentato “pratiche di cura” da condividere.

Il seminario è stato introdotto, nella prima sessione, da Zarlesht Berek e Alessandra Mecozzi e nella seconda da Samanta Picciaiola che hanno indicato il percorso ed i temi oggetto di discussione, mentre Paula Beatriz Amadio, Nora Haydee Rodriguez, Nicoletta Pirotta e Maria Grazia Ruggerini hanno svolto il ruolo di moderatrici .

Lo spessore delle introduzioni e degli interventi è stato molto alto consentendo un confronto partecipato e competente, lucido e appassionato. Mentre il clima relazionale che si è creato ha permesso l’ascolto, il dialogo, lo scambio di pensieri ed anche di sentimenti. Come quando sono intervenute Zarlesht Berek, che ha condiviso il dramma dell’essere profuga afghana, o Françoise Kankindi, che ha ricordato la tragedia dell’eccidio in Ruanda, oppure quando le compagne del sud America hanno ricordato Marielle Franco ed il suo impegno sociale e politico che tutte abbiamo sentito ancora vivo ed ispiratore.

Nella prima sessione del seminario, quella di sabato 23 ottobre, si è discusso di se e di come la pandemia avesse peggiorate le condizioni di vita delle donne e delle reazioni dei singoli Stati.

Pur nella specificità dei singoli interventi si può dire che su molti aspetti “tutto il mondo è paese” a riprova di quanto capitalismo, patriarcato e razzismo siano, ovunque, sistemi pervasivi e potenti.

In sintesi ecco alcuni degli aspetti comuni:

- in uno scenario mondiale complesso, segnato dalle “austere” politiche neoliberiste e da fondamentalismi di varia natura, nel quale la condizione materiale delle donne e le libertà femminili erano già tremendamente sotto scacco, la pandemia ha aggiunto ulteriore disagio e precarietà. A conferma che la pandemia non ha colpito né colpisce tutte e tutti allo stesso modo, le donne specie se di classe sociale impoverita e/o migranti hanno pagato e pagano un prezzo altissimo sul piano della salute (maggiori contagi), dell’autonomia economica (numero di licenziamenti ), della fatica del doppio lavoro (taglio dei servizi sociali ed educativi, smart working, scuole chiuse, …), della sicurezza (indurimento delle politiche migratorie). Una costatazione questa che rifugge da ogni vittimismo ma che serve a rendere evidente quanto capitalismo, razzismo e patriarcato agiscano in sintonia e quanto sia necessario, se si vuole lottare per un differente modello di società, considerarne l’interdipendenza. Le relatrici europee hanno altresì messo in luce che le risorse messe a disposizione dal New Generation Europe e dai Piani nazionali di ripresa e resilienza (una parola molto di moda, come alcune hanno sottolineato, e dal significato ambiguo che potrebbe indicare la capacità di adeguarsi all’esistente, a prescindere…) serviranno a mantenere le politiche liberiste che hanno condotto alla pandemia e non a rimetterle per nulla in discussione ed hanno denunciato il vergognoso inchinarsi della Commissione Europea ai potentati farmaceutici consentendo loro di tenersi stretta la proprietà privata sui brevetti dei vaccini a scapito della salute delle persone. Importanti le testimonianze e le analisi di Rosy Zuniga dal Messico, Tiffany Jones-Smith dagli Stati Uniti, Judith Morva dall’Ungheria, Dorra Mahfoud dalla Tunisia, Ada Donno, Simona Grassi e Maura Cossutta dall’Italia;

- le violenze dentro la pandemia sono aumentate in modo esponenziale in ogni paese del mondo a riprova che la violenza maschile contro le donne è un dato strutturale e non emergenziale. L’aumento ha riguardato sia le violenze domestiche (nei periodi di confinamento moltissime donne sono state maggiormente esposte alle violenze dei maschi di famiglia…) che le violenze su base omofobica e razzista. In alcuni Paesi ( Brasile, Argentina, Turchia, india, Russia, Ungheria, Polonia per esempio) laddove la pandemia è stata presa a pretesto per restringere spazi di democrazia (a volte già esigui) si è assistito ad una maggiore messa in discussione di leggi e norme che garantivano alle donne diritti (specie sulla salute riproduttiva) e protezione sociale (ricordiamo l’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul). Un’altra violenza è sicuramente il fatto che la maggior parte delle e degli abitanti della terra non ha ricevuto ancora alcun vaccino… Drammatiche le testimonianze di Nandita Shah dall’India o di Meriem Zeghidi Adda e Amel Hadjadj rispettivamente dalla Tunisia e dall’Algeria così come quelle di Aslihan Chakalogou dalla Turchia, di Nadjezhdha Azhgihina dalla Russia e di Ingrid Beck dall’Argentina.

- l’accentuarsi delle politiche securitarie, l’aumento delle spese militari e dell’enfasi militarista ( giova ricordare che in Italia la distribuzione dei vaccini è stata affidata ad un generale dell’esercito….) hanno determinato un aumento esponenziale della spesa militare globale a scapito di quella sociale. Un fatto questo paradossale perché le armi non hanno fermato la pandemia né salvato vite umane! La sicurezza delle persone è data dall’accesso all’assistenza sanitaria, al lavoro, all’istruzione, alla casa, all’acqua e al cibo e non dalla potenza militare. Molto precisi su questo piano l’introduzione di Alessandra Mecozzi e l’intervento di Heidi Meinzolt dalla Germania;

- l’inquinamento globale (che ha consentito al virus di diffondersi rapidamente in ogni parte del mondo, in particolare di quelle maggiormente inquinate) e i cambiamenti climatici che ne conseguono rendono ancora più difficile, specie in tutti i sud del mondo, trovare le risorse necessarie alle vita (acqua e cibo in primo luogo). Come ha ricordato Nora Garçia dell’Asemblea de los pueblos. Tutto questo rende ancora più precaria e faticosa l’esistenza delle donne perché grava sulle loro spalle il compito di nutrire la famiglia. In questa situazione le donne contadine, ancor più se indigene, stanno pagando un prezzo altissimo a causa delle difficili condizioni ambientali, del restringimento degli spazi coltivabili, dei periodi di confinamento che hanno impedito la vendita dei prodotti con ricadute pesanti sul piano dell’autonomia economica.

Nella seconda sessione si è poi discusso di pratiche, di esperienze e di percorsi per dare conto che le donne non sono affatto rassegnate ma lottano, in ogni parte del mondo per indicare alternative concrete capaci di immaginare un mondo diverso. Pratiche, esperienze, percorsi che si collocano su piani differenti ma fortemente intrecciati fra loro . Si è parlato per esempio di esperienze di lotta e di movimento:
- lo “woman’s strike” cioè lo sciopero delle donne polacche che sono scese in piazza, in centinaia di migliaia, sfidando il governo, le gerarchie cattoliche ed il confinamento. Marta Lempart dalla Polonia, una delle leader della protesta nel suo intervento ha dato conto della forza di questo movimento che ha saputo farsi di popolo. A causa del suo impegno Marta ha subito attacchi di ogni genere che comprendono addirittura le minacce di morte costringendola a restare chiusa in casa. A Marta è andato il sostegno e la solidarietà di tutte/i;
- la “marcia delle margherite” nella quale migliaia di donne brasiliane, contadine, indigene, nere, pescatrici, lavoratrici urbane giovani e meno giovani, rappresentanti di circa 100 popoli, sono scese in piazza per protestare contro lo sterminio dei popoli nativi, la distruzione della foresta amazzonica, la violenza maschile contro le donne; la potenza dirompente della “cuarta ola”, che a partire dall’Argentina – con gli Encuentros Nacionales de Mujeres, Ni Una Menos, La Campaña Nacional por el Derecho al Aborto Legal, Seguro y Gratuito – si è diffusa in America Latina all’interno di un movimento transnazionale, sta coinvolgendo i più svariati ambiti della società, esprimendosi a differenti livelli e con diverse modalità. L’America Latina dunque è pervasa da un’ondata di rivendicazione di diritti negati e di contrasto al maschilismo presente nel continente latinoamericano per dire basta alle botte, basta agli omicidi e basta agli abusi a casa, per strada o a scuola;
- le lotte e le proteste delle donne contadine del Sud Africa organizzate nell’Assemblea delle donne rurali ( una rete auto-organizzata di movimenti, assemblee, organizzazioni di base e sezioni di sindacati contadini misti, federazioni e movimenti nazionali delle donne rurali) che chiedono diritti e condizioni di lavoro decenti e propongono nuovi modelli di economia per un agricoltura ecologica;
- l’azione sindacale della confederazione delle lavoratrici e dei lavoratori agricoli, rurali e forestali che in Brasile si batte per i diritti di oltre 15 milioni di lavoratrici e lavoratori della terra. Appassionati gli interventi di Maze Morais dal Brasile, Marcia Andrews dal Sud Africa e Rosy Zuninga dal Messico;
- la “womens’s march” del “mee too” cioè la lotta delle donne degli Stati Uniti contro le violenze e le molestie sessuali soprattutto sul posto di lavoro che è stata organizzata anche in Italia come ha raccontato Elizabeth Farren statunitense che vive a Roma.

Si sono altresì evidenziate le pratiche di neo-mutualismo e auto-organizzazione, che durante la pandemia sono cresciute esponenzialmente. Pratiche che non vanno intese, come risposta assistenzialistica ai bisogni delle persone ma come pratiche politiche che mettono al centro il concetto di cura, per favorire legami sociali, condivisione, solidarietà. coscienza di sé e del mondo per “ricostruire tessuto sociale, cioè quei rapporti fra persone e con l’ambiente di vita che l’incuria neo-liberista ha frantumato. Marie Moïse e Gaia Benzi dall’Italia hanno citato alcune di queste esperienze ed hanno sottolineato il concetto di cura contenuto nel “manifesto della cura” scritto dal collettivo inglese Care che insieme hanno tradotto.

Si è confermata l’importanza delle Case (erano presenti quelle di Salonicco, Roma, Milano, Lecce, Torino, Bologna …) dove si agisce la centralità delle relazioni fra donne e l’autodeterminazione femminile e si offrono, al contempo, servizi capaci di rispondere ai bisogni concreti delle donne . Gli interventi di Anna Maria Iatrou dalla Grecia e di Maura Cossutta, Floriana Lipparini, Ada Donno e Fernanda Minuz hanno indicato bene la natura e la preziosa funzione di questi spazi femministi.

Così come sono state considerate le esperienze femministe di natura politica, in particolare di quelle che hanno saputo entrare nelle istituzioni non a “rappresentare” ma a raccogliere e dare voce alle spinte del movimento di cui sono parte (Lorena Garron Rincon dalla Spagna) o di quelle che hanno voluto dare dimensione politica alla propria lotta femminista misurandosi con la questione del potere (Hazal Koyuncuer dal Kurdistan turco) o che cercano di riunire la società civile per costruire insieme una proposta politica di cambiamento (Yasmine Falah dall’Iraq) o ancora che si battono per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne promuovendo ed attivando la convenzione dell’Onu che affronta questi temi (Marie Debs dal Libano)

Ed anche l’arte e la cultura sono sembrate essere pratiche importanti di resistenza attiva come ha testimoniato Hanin Tarabay dalla Palestina.

Le donne quindi in ogni parte del mondo si impegnano, lottano, fanno sentire la propria voce, non abbassano la testa né lo sguardo. Con coraggio e determinazione. E con cura. Questo ha dimostrato il seminario. Ma il seminario ha anche confermato che non solo esiste un “mondo di donne in cammino” ma che questi cammini sono desiderosi di convergere fra loro. Come tutti gli interventi hanno sottolineato.

Ora si tratta di provare a praticare questa possibile convergenza. Ponendosi anche in questo caso alcune domande di fondo : quali proposte e teorie facilitano l’alleanza fra lotte, pratiche ed esperienze? Quali contengono in sé elementi trasformativi, contestatori ed emancipatori potenzialmente in grado di sovvertire l’ordine sociale mediante l’agire collettivo? Saremo all’altezza di questa sfida? Forse si tratta “solo” di provarci.


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