IFE Italia

"Prima che sia tardi"

di Silvia Cortesi
giovedì 25 maggio 2023

Silvia Cortesi commenta il libro "Prima che sia tardi" di Alessia Sacchetti e ragiona sul diritto all’interruzione volontaria della gravidanza che oggi in Italia è messo fortemente in discussione, benchè esista una legge che dovrebbe renderlo esigibile.

"Prima che sia tardi"è il titolo del libro di esordio di Alessia Sacchetti. Questa è la storia di un aborto. Ma è anche la storia di Marco, architetto milanese sposato con Rossana, giornalista con la sindrome di Tourette, incapace di trattenere versi, urla, movimenti inconsulti e persino bestemmie. La loro vita quotidiana sembra interrompersi con l’arrivo di una gravidanza inaspettata. I mesi che separano la coppia dal giorno dell’intervento di interruzione vengono raccontati da un punto di vista inusuale, quello maschile: è la voce di Marco ad accompagnare il lettore, la lettrice, verso le difficoltà che la scelta comporta, il peso della responsabilità, l’ansia e i dubbi.

La disumanità dei burocrati si esprime nel tempo che viene fatto passare, di forza, per tormentarvi quel tanto che basta a farvi cambiare idea o, quantomeno, a punirvi. Non dategli soddisfazione, non fatevi prendere dall’ansia. “Avevamo chiesto esplicitamente che, nel caso, avremmo voluto procedere senza fare l’intervento!”. “Posso farvi il certificato per l’interruzione di gravidanza ma difficilmente riuscirete a convincere un ospedale a farvi dare la pillola abortiva”. In realtà molti degli ospedali contattati non rispondono o non si occupano più di aborti. Tutto deve essere fatto per bene e in fretta. Il resto può attendere. Viene da chiedersi se tu sarai ancora quello di prima, quando finirà, oppure resterai interrotto. E’ un libro che racconta questa realtà, che aiuta a riflettere e serve, serve a capire. E’ un’esplosione di sentimenti. Il libro è scritto come un diario e ripercorre le esperienze di vita dei due protagonisti, dalla loro infanzia fino al quotidiano che stanno vivendo, che condividono ciascuno con le proprie sfumature, con l’analisi del proprio vissuto. Il sentimento principale che li accomuna è il forte bisogno di vivere in una società diversa, migliore dal punto di vista umano e sociale.

Il 6 maggio ad Ancona una nuova generazione di femministe e femministi è scesa in piazza per chiedere libertà, autodeterminazione e il riconoscimento dei propri diritti. Il corteo nazionale chiamato da Non una di meno, ha attraversato le strade di Ancona: “Non è solo una manifestazione per l’aborto, ma una manifestazione per avere accesso alla salute per tutti e per tutte”. L’Italia è vittima di una politica che non solo vuole decidere sui nostri corpi, ma anche su quello che respiriamo. Chiediamo un’altra sanità che non sia privata e che non sia legata a convenzioni. La manifestazione che si è svolta ad Ancona è importante per tutta l’Italia: “Vogliamo modifiche alla legge e chiediamo che la RU486 venga distribuita in tutti gli ospedali e consultori, oltre a una narrazione diversa sulla scelta di abortire.

"Occorre un cambiamento culturale”.

Oggi negli ospedali e nei consultori, durante le visite pre-Ivg le persone vengono frequentemente costrette ad ascoltare, senza consenso, il battito del feto. Similmente, vengono diffuse immagini manipolatorie di feti raffigurati come bambini interamente formati. Al di là della scientificità irrisoria di questi approcci, a essere completamente declassato è il libero arbitrio della persona che decide di praticare l’interruzione di gravidanza, mentre dovrebbe essere suo diritto poter accedere alla pratica medica adatta, senza vergogna né giudizio, con la libertà di decidere sul corpo, che è suo.  L’aborto è un diritto. Fa parte dei servizi di cura della salute riproduttiva cui devono avere accesso tutte e tutti. La scelta se abortire o meno, se dare il neonato in adozione o meno, appartiene unicamente alla persona che si trova nella situazione di scoprire di essere incinta. Non occorre alcuna motivazione, né giustificazione. Ogni persona vive l’Interruzione di gravidanza in maniera personale.  L’accesso all’aborto in Italia rimane quindi molto difficile – se non impossibile- per le persone che vivono nelle regioni dove il tasso di obiettori di coscienza è più alto, ed è ulteriormente penalizzato dalla mancanza di informazioni chiare e tempestive. A questi problemi si aggiunge poi lo stigma: nonostante sia un diritto, l’aborto viene sistematicamente considerato e raccontato come una fonte di dolore, sofferenza e trauma per chi lo sceglie. Ma questa narrazione rispecchia fino in fondo la realtà? L’obbligo dello Stato di garantire il diritto a interrompere una gravidanza rende legittima e proporzionata la scelta di non assumere ostetriche e ostetrici obiettori di coscienza rispetto all’obbligo di tutelare il diritto alla salute. E’ quanto emerge dalla decisione con cui la Corte europea dei diritto dell’uomo (CEDU) ha dichiarato irricevibile il ricorso con cui una donna svedese aveva lamentato un trattamento discriminatorio da parte di tre diversi ospedali e la violazione della propria libertà di coscienza e religione (Grimmark c. Svezia). Per applicare la legge 194/1978 alla lettera, i bandi concorsuali per il personale sanitario dei reparti di ginecologia e ostetricia dovrebbero garantire parità di accesso, e parità di assunti, tra obiettori di coscienza e non obiettori.

In questo modo, la salute di ogni donna intenzionata o obbligata a interrompere una gravidanza riceverebbe adeguata tutela sul territorio nazionale, nel rispetto della legge 194 e del diritto dei lavoratori impegnati nelle strutture sanitarie pubbliche.

La coscienza del diritto (di aborto)

https://www.associazionelucacoscion... aborto. Bisogna ripartire da qui, dalla legge 194, per riconquistare i diritti e l’autodeterminazione delle donne, ogni messi pericolosamente in discussione.


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