IFE Italia

Francia: la lotta non va in pensione

di Nicoletta Pirotta
venerdì 16 giugno 2023

Sulla bella manifestazione parigina contro la riforma delle pensioni

“En retrait mais pas en retraite” (Per le pensioni ma non in ritirata).

Comincio a parlare delle manifestazioni francesi che contestano la riforma sulle pensioni che innalza l’età pensionabile, voluta da Macron e dal suo governo, con uno slogan. Uno slogan azzeccato, coniato da France Insoumise, che esprime bene l’atteggiamento di chi sta lottando: sebbene la riforma sia diventata legge, la lotta non si ferma. E infatti è ancora molto alto in Francia il malcontento sociale per la controversa riforma delle pensioni, ben quattordici le mobilitazioni indette dall’intersindacale dal 1° marzo di quest’anno, l’ultima delle quali si è svolta lo scorso 6 giugno.

Trovandomi a Parigi, ospite di una cara amica e compagna femminista, ho potuto partecipare al corteo che partendo dalla spianata des Invalides si è snodato fino a Place d’Italie passando per Montparnasse. I cortei si sono tenuti anche in altre 14 grandi città francesi, a conferma che rimane forte lo spirito combattivo delle lavoratrici e dei lavoratori e la volontà di agire il conflitto sociale. La CGT (Confederation General du Travail) stima che, nel Paese, siano scese/i in piazza oltre un milione di francesi, a Parigi circa 300.000, benché le forze di polizia abbiano parlato di 30.000 manifestanti. Un numero, quello dichiarato dalla Polizia, che mi pare davvero sottostimato: il corteo affollato fin dall’inizio si è continuamente ingrandito nel passaggio fra i diversi quartieri.

Tante le sigle di sindacati, partiti, collettivi, associazioni, movimenti… La riuscita delle manifestazioni non era scontata perché, fra gli organizzatori, era forte la paura che, dopo l’approvazione della legge sulla riforma pensionistica, ci sarebbe potuto essere un riflusso. Ed invece un riflusso non c’è stato, benché, come hanno scritto alcuni giornali, la partecipazione sia stata più bassa di quelle precedenti.

Forse ha stimolato la partecipazione il fatto che giovedì 8 giugno in Parlamento era previsto un altro voto, quello per abrogare la legge di riforma pensionistica, come richiesto da alcune forze politiche, e quindi aveva un senso fare pressione sui parlamentari.

Il voto, invece, non c’è stato a riprova che la democrazia non funziona più tanto bene in nessuna parte del vecchio continente…

Tornando al corteo devo dire che alcuni aspetti mi hanno davvero impressionato. Prima di tutto la compattezza, non di facciata, del fronte per il no alla riforma pensionistica.

Sia l’intersindacale, che raccoglie sindacati di diversa natura (la Confederati on Generale du Travail, Force Ouvriere, la Confedferation Françaises Democratique du Travail, che pure non sarebbe contraria ad un confronto con il governo, l’Union Syndicale Solidaires, la Confederation Paysanne, solo per citarne alcuni), sia le forze politiche di sinistra, “moderata” o “radicale” che sia (fra le tante ricordo France Insoumise, Parti Comuniste Français, Parti Socialiste, benché spaccato al proprio interno, Nouvel Parti Anticapitaliste, Lutte Ouvriere, Europe-Ecologie Les Verts) hanno saputo mantenersi uniti pur nelle differenze politiche, di posizionamento e di contenuto, che li attraversano. Al termine della manifestazione e dopo il non voto in Parlamento tutti hanno dichiarato che la lotta continuerà perché i motivi che la rendono necessaria non sono legati esclusivamente alla legge sulle pensioni ma a tutte le politiche sociali del governo Macron.

In particolare Jean-Luc Mélenchon, leader di France Insoumise, in una delle tante interviste, ha avuto modo di dire che “la lotta non finirà. Il diritto alla pensione è un dibattito che dura fin da 1905 […] È necessario cogliere anche la virtù pedagogica delle mobilitazioni odierne. Abbiamo saputo vincere sul piano delle idee: la maggioranza del popolo francese è convinta che la pensione a 60 anni è cosa buona. È come sull’altalena: la nostra ora arriverà!”.

Questa settimana è previsto un incontro dell’intersindacale, vedremo cosa ne sortirà. Ma le premesse per continuare a lottare ci sono tutte.

L’altro aspetto che voglio sottolineare riguarda la forte presenza di giovani, in particolare studenti (da licei, università, collettivi), cosa non scontata visto il tema al centro della mobilitazione. In Francia, come ovunque, la precarizzazione del lavoro e della vita fa sì che la pensione resti quasi un miraggio per le nuove generazioni. Per questo alcuni collettivi hanno spiegato che la loro presenza era determinata dal fatto che “questa lotta va al di là della riforma pensionistica, essa è l’espressione di un forte disagio verso le politiche di Macron. Ci sono tantissimi motivi per lottare, prima di tutto per l’ambiente”.

A riprova che il disagio travalica la lotta per l’età pensionabile, alcuni sindacati di studenti hanno annunciato mobilitazioni specifiche, dopo l’estate, in particolare su un aspetto delicatissimo, quello delle residenze studentesche: il ministro dello Sport ha infatti dichiarato che in previsione dei giochi Olimpici di Parigi, nell’estate 2024, verranno requisite oltre 3.200 camere in diversi alloggi studenteschi per ospitare forze di polizia, assistenti, agenti di sicurezza privata, conduttori di autobus, soccorritori… Il conflitto sarà inevitabile.

Posso, dunque, dire che la mobilitazione del 6 giugno è stata partecipata, determinata, conflittuale e soprattutto non disposta a fermarsi.

Voglio sottolineare, in chiusura, un ultimo aspetto che mi ha visto direttamente coinvolta. Ho voluto partecipare al corteo con un cartello appeso al collo sul quale avevo scritto “Sono italiana. La vostra lotta mi regala speranza. Grazie”.

La cosa non è passata inosservata: molte le foto, le strette di mano, gli applausi, i commenti positivi e pure un’intervista, una buona parte della quale è comparsa sul Nouvel Observateur. E molte anche le persone che mi hanno posto domande sulla situazione italiana e quelle con le quali abbiamo commentato la situazione generale. Mi sembra utile sottolineare due dei commenti più comuni:

lo sconcerto per l’ascesa della “destra destra” al governo del nostro Paese, dove ci sono stati una formidabile Resistenza al nazi-fascismo dalla quale ebbe origine una fra le più belle Costituzioni del mondo, un fortissimo movimento operaio e il più grande Partito Comunista di tutta l’Europa occidentale, insieme all’incredulità per la mancanza, almeno per il momento, di una forte risposta di popolo a quanto sta accadendo (ho ricordato loro che ci sono manifestazioni, grazie in particolare al movimento femminista, transfemminista e lgbqt+ o quelle per la difesa del posto di lavoro e per il diritto alla salute, ma che, ad oggi, non sono sufficienti a modificare i rapporti di forza…); la consapevolezza che stiamo vivendo una fase di transizione storica (economica, sociale e politica) dagli esiti incerti: la constatazione che, in Francia come altrove, queste lotte non portano, almeno per il momento, al raggiungimento di qualche obiettivo produce, anche in seno a chi lotta e vuole continuare a farlo, incertezza, sconforto, abbandono ma al contempo, la convinzione che gli scioperi in Francia, come pure in Germania o in Spagna, permettono di nutrire qualche speranza di cambiamento. Auguriamoci che queste lotte non siano che un inizio.


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