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La scommessa del neoliberismo compassionevole - [IFE Italia]
IFE Italia

La scommessa del neoliberismo compassionevole

di Massimiliano Panarari ("La Stampa", 20 giugno 2011)
martedì 21 giugno 2011

La Gran Bretagna potrebbe riconfermarsi , come già fu negli anni ’80 , un laboratorio delle politiche neoliberiste più distruttive dei sistemi di welfare pubblico.

C’era una volta la Terza Via. Da qualche tempo a questa parte, è la volta, invece, della Big Society, che ne ha rilevato il primato di teoria politica più in voga, riconfermando la Gran Bretagna come laboratorio postmoderno per eccellenza della battaglia delle idee, a partire dagli anni del neoliberismo thatcheriano.

Al posto della Cool Britannia di Tony Blair e dei suoi spin doctor, c’è oggi una nazione percorsa da forti tensioni sociali e alle prese con pesanti tagli di bilancio, dove governa la coalizione tra conservatori e libdem rappresentata dalla coppia - sino a poco tempo fa molto glam - di David Cameron e Nick Clegg, che della visione della «Grande Società» ha fatto la propria ideologia. Anch’essa, per molti versi, postpolitica e trasversale, come lo fu pure la Third Way, impegnata a miscelare spunti e idee provenienti da tradizioni e orientamenti culturali differenti, in un’epoca nella quale le vecchie narrazioni novecentesche sono state in buona parte archiviate, e quelle nuove si fondano sostanzialmente sul bric-à-brac e sulla scelta di vision non necessariamente coerenti da prelevare dagli scaffali del supermarket postdemocratico delle idee.

I suoi teorici sono personaggi come il poco più che quarantenne Phillip Blond, consigliere di Cameron con alle spalle studi di teologia, inventore del «Red toryism» (conservatorismo rosso), il parlamentare Jesse Norman (autore del libro manifesto «The Big Society. The Anatomy of New Politics», uscito l’anno scorso) e Asheem Singh, vicedirettore di ResPublica, il think tank più alla moda di questi tempi.

Il «Red toryism» di Blond, alle radici dell’idea di Big Society, rappresenta l’ultima formula del neocomunitarismo anglosassone, conservatore sotto il profilo sociale ma diffidente nei confronti delle politiche neoliberali, e con una venatura compassionevole fatta discendere direttamente dal pensiero e dall’azione di Benjamin Disraeli, il famoso primo ministro tory dell’Ottocento che si prodigò per mitigare gli «animal spirits» del capitalismo in irresistibile ascesa.

La «rivoluzione culturale» predicata dalla Big Society colloca tra i propri antenati anche il conservatorismo radicale del filosofo settecentesco Edmund Burke, il «Cicerone britannico», acerrimo nemico delle rivoluzioni americana e francese e alfiere di una società fondata sulle famiglie e sulla rete delle associazioni, da cui Cameron fa derivare la legittimazione intellettuale primaria del suo progetto di dimagrimento dello Stato e del settore pubblico e di valorizzazione del ruolo civile del Terzo settore e del volontariato.

Una visione che piace, molto, persino all’«Economist», il settimanale liberale e liberista per antonomasia, il quale ha visto nel mix di sussidiarietà, pluralismo e autogoverno locale propagandato dagli intellettuali cameroniani, la scommessa culturale «più audace» del momento, in grado di contrastare la riscossa (specialmente in Asia) del «Leviatano» statale. E che affascina anche, in nome delle sue contaminazioni (almeno dichiarate), alcuni settori della sinistra italiana, la maggioranza del movimento cooperativo, una rivista come «Formiche» e una parte del mondo cattolico, come mostra l’esperienza umbra raccontata dal volume «Poliarchia e bene comune» (introdotto dal vescovo di Terni Vincenzo Paglia e pubblicato da il Mulino). Ma che comincia (anche se non così paradossalmente) a incontrare crescenti resistenze in Gran Bretagna, come quella, dura e inusitata, della Chiesa anglicana, con l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams che, dalle colonne del settimanale di sinistra «New Statesman», giusto qualche giorno fa, ha liquidato la Big Society alla stregua di una foglia di fico per nascondere la distruzione del Welfare e il ritorno a un modello economico di tipo vittoriano.


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