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Indicazioni e raccomandazioni “oltre il Pil”: quando le politiche? - [IFE Italia]
IFE Italia

Indicazioni e raccomandazioni “oltre il Pil”: quando le politiche?

di Chiara Gnesi e Anna Villa
martedì 26 luglio 2011

Uno studio dell’Ocse consente una riflessione approfondita sulle condizioni materiali e insieme sulla qualità della vita nei 34 Paesi membri. La materia è trattata nel numero 1/2011 della Rivista delle politiche sociali di Ediesse

Finalmente il tema della misurazione del benessere è in cima all’agenda della comunità statistica internazionale. Dopo una serie di iniziative che si sono svolte nell’ultimo decennio, è apparsa ormai chiara la necessità, almeno sul piano degli indicatori statistici, di trovare delle misure alternative al Pil per misurare il benessere e lo sviluppo sostenibile. Sulla scia delle raccomandazioni fornite dalla celebre Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi, gli istituti di statistica di molti paesi sviluppati hanno lanciato una serie di iniziative legate al tema del benessere con l’obiettivo di trovare delle misure alternative che possano fungere da bussola del progresso e di uno sviluppo di qualità. Sulla questione il dibattito è ancora aperto e le soluzioni trovate diverse. I lavori relativi alla misurazione del benessere sono stati avviati in varie forme: dalla pubblica consultazione (Gran Bretagna) alle commissioni parlamentari (Germania e Norvegia), fino a tavole rotonde nazionali (Italia, Spagna e Slovenia).

Alla ricerca della "vita migliore" Un’iniziativa molto interessante è quella promossa dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse), che ormai da anni si occupa del tema della misurazione del benessere e della sua implementazione nei paesi membri. Nell’ambito dell’iniziativa “Better Life”, l’organizzazione ha pubblicato un compendio “Compendium of Oecd well-being indicators”, che rappresenta l’anticipazione del documento finale, How’s life, che uscirà alla fine dell’anno. L’obiettivo di questi lavori è quello di fornire uno strumento per la comparazione della qualità della vita dei paesi sviluppati e in via di sviluppo, sulla base di un set ampio di indicatori. Nel compendio, infatti, i 34 paesi membri dell’Ocse sono stati raggruppati sulla base delle performance raggiunte in ciascuno degli indicatori scelti per rappresentare due domini fondamentali, le condizioni materiali e la qualità della vita, per i quali è stato individuato un totale di undici dimensioni. Questi indicatori saranno alla base dell’indice della qualità della vita “How’s life?” che sarà pubblicato il prossimo ottobre. Il contributo innovativo (e interattivo) consiste nel fatto che non c’è nel lavoro una classifica generale dei paesi, bensì solamente una distribuzione degli stessi nei decili che hanno risultati “migliori, peggiori o intermedi” rispetto ai singoli indicatori. Sulla base dei domini individuati nel compendio, l’utente può anche calcolare il proprio “indice di vita migliore” in funzione della propria definizione di benessere: i paesi saranno classificati in base ai pesi che vengono attribuiti alle varie dimensioni incluse nell’indicatore.

Benessere e consenso sociale Sono molte dunque le proposte che arrivano per misurare il benessere, occorre però ricordare che la ricerca di tali misure è finalizzata a migliorare il processo decisionale della politica e non un mero esercizio statistico. Al di là del numero e del tipo di indicatori utilizzati nei vari esercizi di misurazione, il nodo centrale rimane quello legato alla legittimità delle misurazioni scelte, considerando il ruolo chiave che gli indicatori giocano nell’orientare le scelte politiche. Quando si affrontano temi di natura multidimensionale e intrinsecamente soggettiva, la principale questione da dirimere a livello tecnico è quella relativa alla robustezza e alla pertinenza delle dimensioni individuate. Infatti nel momento in cui si cerca di dare una visione del benessere, è inevitabile l’assunzione di un modello di partenza o di un punto di vista che deriva da una vision dello stesso benessere, dell’economia, della valutazione delle aspettative della società, del modello di sviluppo, dei bisogni da soddisfare, delle priorità economiche da considerare. È partendo da tale definizione che si sceglieranno gli aspetti determinanti (e quindi gli indicatori) in grado di fotografare e in qualche modo misurare il benessere di un territorio. Ma la scelta degli indicatori è tanto una questione tecnica quanto politica: essa corrisponde a un riconoscimento di priorità e di bisogni sociali che troppo spesso vengono dall’alto e non “dal basso”, dentro il processo di decisione politica, amministrativa e istituzionale, e non dentro un processo partecipativo, sociale e democratico. Già in una delle sue prime opere, Amartya Sen aveva sottolineato che, quando si cerca di stabilire la rilevanza di aspetti legati al benessere e alla qualità della vita delle persone, non si può sfuggire dal problema della legittimità: gli indicatori di benessere, dunque, affinché possano essere considerati legittimi, devono ottenere il consenso sociale. Infatti a seconda degli indicatori presi in esame cambia la prospettiva e cambiano le politiche messe in campo. La scelta delle variabili “che contano” costituisce quindi un elemento di confronto e dibattito su cosa misurare strettamente intrecciato al sistema di valori e obiettivi di una collettività.

Decisione politica tra priorità e bisogni

La scelta degli indicatori di per sé però non basta a garantire il loro utilizzo effettivo nelle scelte politiche: non è poi così lineare e automatico il passaggio dall’informazione statistica al cambiamento di orientamento delle politiche, e non ci si può illudere che un rigoroso, oggettivo e asettico set di indicatori sostituisca poi il livello di decisione politica rispetto alle priorità e ai bisogni. I due aspetti si intrecciano e si influenzano inevitabilmente. Finché la politica di un paese considererà la crescita economica come una condizione centrale del benessere, il Pil continuerà a rimanere l’indicatore fondamentale preso a riferimento dalle politiche di quel paese. Nello stesso tempo il “mito della crescita economica”, senza se e senza ma, può essere messo in crisi e poi scalzato grazie a un’iniziativa sociale, politica e culturale che conquisti il consenso su una diversa nozione di benessere e che costringa la politica, le politiche, a indirizzare non solo in modo diverso lo sviluppo, ma anche ad accettare le forme e i modi nuovi per misurarlo, sulla base di un ampio consenso costruito nell’arena politica. Torna dunque in primo piano il tema della legittimità, che si costruisce sul consenso sia nel riconoscimento dell’importanza di un determinato aspetto per il benessere dei cittadini (perché misurare) sia sulla scelta dell’indicatore più adatto (come misurare). Ben vengano quindi gli approfondimenti di stampo metodologico e tecnico-statistico, ma, per evitare che tutto si riduca a un mero esercizio accademico, la prova del nove sta nelle politiche, nelle misure adottate per migliorare il benessere dei cittadini e nella condivisione, in qualche modo verificata e controvertibile, di bisogni e priorità sociali.

Società civile, campagne e Sbilanciamoci!

In sostanza, dunque, gli indicatori di benessere acquistano spessore e rilevanza decisionale quando, grazie al consenso che acquistano nella società civile e nella politica, e quindi legittimati, diventano leggi e provvedimenti amministrativi, quando costituiscono vincoli e criteri per le politiche da adottare, quando sono elementi fondamentali nel disegno delle politiche finanziarie e di bilancio. Per questi motivi è determinate che il discorso sugli indicatori sia legato all’affermazione di un diverso modello di sviluppo fondato su altre basi (sostenibilità ambientale e qualità sociale) e con altri obiettivi (diritti, benessere diffuso, riduzione delle diseguaglianze, eccetera). Se gli indicatori di benessere riusciranno ad affermarsi con pari dignità rispetto a quelli macro-economici, si sarà già dentro un nuovo modello di sviluppo, perché racconteranno un nuovo contesto sociale ed economico di cui sono anticipazione e stimolo, ma anche inevitabile specchio.

È proprio in questo contesto che la campagna Sbilanciamoci! sta portando avanti da oltre 10 anni una serie di iniziative per promuovere una visione del progresso alternativa a quella strettamente economicista basata sul Pil. Negli ultimi anni, si stanno moltiplicando le collaborazioni attivate con enti locali interessati a monitorare la qualità della vita dei loro cittadini: dalle Province di Ascoli Piceno e Roma alla Provincia autonoma di Trento, fino al Comune di Arezzo. Inoltre, all’interno del neo-costituito tavolo sulla misurazione del benessere, promosso grazie all’iniziativa congiunta del Cnel e dell’Istat, siede anche Sbilanciamoci!. Nell’iniziativa, nata con l’obiettivo di integrare i conti nazionali con indicatori di benessere e di sostenibilità entro la fine dell’anno, sono stati coinvolti alcuni rappresentanti delle società civile, e tra questi Sbilanciamoci!, che potrà far sentire la sua voce. La partecipazione della società civile ai tavoli di discussione istituzionale mostra come finalmente quello del benessere sia diventato un tema su cui il consenso è fondamentale. In effetti, la scelta di quello che si misura è alla base di quello che si fa: serve consenso e azione perché le politiche possano essere rivolte a migliorare la qualità dello sviluppo. Proprio per portare questi temi all’attenzione degli enti locali, Sbilanciamoci, nell’ambito del progetto UmanamEnte, ha organizzato una scuola residenziale che affronta proprio i temi del benessere e della sostenibilità e della loro misurazione su scala locale come strumento di conoscenza dei territori e di indirizzo delle politiche pubbliche. Filo conduttore della scuola sarà il legame tra statistica e politiche pubbliche e l’utilizzo degli indicatori di benessere per meglio orientare l’azione del policy maker. Tra pochi giorni, a Roma, verrà inoltre lanciata l’iniziativa che Sbilanciamoci! ha attivato con la Provincia di Roma per monitorare l’efficacia delle politiche sulla qualità dello sviluppo nei comuni romani. Il legame sempre più stretto tra politica e misurazione del benessere, tra enti locali e società civile, è la testimonianza del fatto che la strada oltre il Pil ha una valenza politica fortissima. Se la statistica gioca un ruolo fondamentale dal punto di vista metodologico, è la politica il volano in grado di tradurre il benessere in scelte concrete e operative. Andare oltre il Pil rappresenta una delle grandi sfide politiche dei nostri giorni.


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