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La trappola della diseguaglianza - [IFE Italia]
IFE Italia

La trappola della diseguaglianza

di Kemal Derviş / traduzione di Simona Polverino
martedì 20 marzo 2012

Il vice direttore della Banca Mondiale , già ministro della Turchia e capo del programma di sviluppo dell’ONU sulla diseguglianza salariale.

Un’analisi che fa riferimento a categorie di pensiero che non ci appartengono, in quanto femministe che desiderano cambiare il mondo, ma che è bene conoscere per farsi un’idea migliore di cosa bolle nella pentola dei poteri forti.

La crescente diseguaglianza nella distribuzione dei redditi su scala mondiale sta attirando l’attenzione di accademici e policy maker. Negli Stati Uniti, ad esempio, la percentuale di reddito dell’1% di popolazione superricca è più che raddoppiata dalla fine degli anni Settanta, passando dall’8% del Pil annuo a oltre il 20% degli ultimi tempi, un livello che non si raggiungeva dagli anni Venti.

Se da un lato vi sono ragioni etiche e sociali per preoccuparsi della diseguaglianza, dall’altro queste non hanno molto a che fare con la politica macroeconomica in sé. Tale nesso è stato contemplato all’inizio del ventesimo secolo: il capitalismo, secondo alcuni, tende a generare una debolezza cronica della domanda effettiva a causa della crescente concentrazione dei redditi, che causa una “savings glut”, ossia una “scorpacciata di risparmi” dettata dai superricchi. Tale scenario incoraggerebbe delle “guerre commerciali” dal momento che i Paesi andrebbero alla ricerca di una maggiore domanda all’estero.

A partire dalla fine degli anni Trenta, tuttavia, questa argomentazione perse valore nel momento in cui le economie di mercato dell’Occidente iniziarono a crescere rapidamente nel secondo dopoguerra e la distribuzione dei redditi divenne più equa. Pur essendoci un ciclo economico, non si evidenziò alcuna tendenza percettibile verso un indebolimento cronico della domanda. I tassi di interesse a breve termine, così sostenevano molti macroeconomisti, potevano essere fissati in qualunque momento a un livello sufficientemente basso per generare tassi ragionevoli di occupazione e domanda.

Ora che la diseguaglianza è ancora una volta in salita, però, le argomentazioni che collegano la concentrazione dei redditi ai problemi macroeconomici sono riemerse. Raghuram Rajan dell’Università di Chicago, ex capo economista del Fondo monetario internazionale, racconta una storia plausibile nel suo recente e pluripremiato libro Fault Lines (Linee di faglia) sul collegamento tra disuguaglianza dei redditi e crisi finanziaria del 2008.

Rajan sostiene che negli Usa l’elevata concentrazione dei redditi al top ha portato a politiche finalizzate a incoraggiare prestiti insostenibili da parte dei ceti medio-bassi, ricorrendo a sussidi e garanzie sui prestiti nel settore immobiliare e a una politica monetaria espansiva. Si è registrata anche un’esplosione del debito da carte di credito. Queste fasce di reddito hanno contribuito alla crescita dei consumi, a cui si erano abituati, indebitandosi sempre più. Indirettamente, i superricchi, alcuni dei quali fuori dagli Usa, hanno concesso prestiti alle altre fasce di reddito, mentre il settore finanziario agiva da mediatore in modo aggressivo. Questo insostenibile processo è giunto a una brusca frenata nel 2008.

Joseph Stiglitz nel suo libro Freefall (uscito in Italia con il titolo “Bancarotta. L’economia globale in caduta libera”, ndt) e Robert Reich nel suo Aftershock (uscito in Italia con il titolo “Aftershock. Il Futuro dell’economia dopo la crisi”, ndt) hanno raccontato storie simili, mentre gli economisti Michael Kumhof e Romain Ranciere hanno ideato una versione formale e matematica del possibile nesso tra concentrazione dei redditi e crisi finanziaria. Mentre i modelli sottostanti differiscono, le versioni keynesiani enfatizzano che se i superricchi risparmiano molto, la concentrazione dei redditi in costante crescita potrebbe portare a un eccesso cronico di risparmi pianificati rispetto agli investimenti.

La politica macroeconomica può cercare di compensare il tutto con una manovra di “deficit spending” (finanziamento della spesa pubblica in disavanzo) e tassi di interesse bassissimi. In alternativa, anche un tasso di cambio sottovalutato potrebbe contribuire a esportare la mancanza di domanda domestica. Ma se la quota relativa alle fasce di reddito più alte continuerà a crescere, il problema resterà cronico. E a un certo punto, quando il debito pubblico è diventato troppo ampio per consentire una continua manovra di “deficit spending”, o quando i tassi di interesse sono vicini allo zero, il sistema resta senza soluzioni.

Questa storia mostra una dimensione inaspettata. Non è forse vero che negli Usa il problema riguardava gli scarsi risparmi e non i troppi risparmi? Il persistente deficit delle partite correnti del Paese non riflette forse gli eccessivi consumi, piuttosto che la debole domanda effettiva?

Le recenti opere di Rajan, Stiglitz, Kumhof e Ranciere e di altri spiegano l’apparente paradosso: quelli veramente al top hanno finanziato la domanda di qualcun altro, consentendo elevati livelli di occupazione e ampi deficit delle partite correnti. Quando è scoppiata la crisi nel 2008, la massiccia espansione fiscale e monetaria ha evitato che i consumi americani collassassero. Ma ha curato il problema alla radice?

Sebbene le dinamiche che hanno portato a una maggiore concentrazione dei redditi non siano cambiate, non si possono più contrarre prestiti con tanta facilità, e in questo senso un altro ciclo di “boom-bust” (fase di espansione seguita da una fase di contrazione) è improbabile. E qui subentra un’altra difficoltà. Se interrogate sul perché non investano di più, la maggior parte delle aziende risponde che la domanda è insufficiente. Ma come può la domanda domestica essere forte se il reddito continua a fluire verso l’alto?

La domanda dei beni di lusso non può risolvere il problema. Inoltre, i tassi di interesse non possono diventare negativi in termini nominali, e il crescente debito pubblico potrebbe compromettere negativamente la politica fiscale.

Se le dinamiche che hanno alimentato la concentrazione dei redditi non vengono rovesciate, i superricchi risparmiano un’ampia fetta del loro reddito, i beni di lusso non soddisfano una domanda sufficiente, le fasce di reddito basse non possono più contrarre prestiti, le politiche fiscali e monetarie raggiungono il limite e la disoccupazione non può essere esportata, l’economia potrebbe immobilizzarsi.

La ripresa registrata dall’attività economica americana all’inizio del 2012 deve ancora molto alla straordinaria politica monetaria espansionistica e agli insostenibili deficit fiscali. Se la concentrazione dei redditi potesse essere ridotta come lo è stato il deficit di bilancio, la domanda potrebbe essere finanziata dai redditi sostenibili di un’ampia fetta di privati. Il debito pubblico potrebbe essere ridotto senza il timore di una recessione, perché la domanda privata sarebbe più solida. Gli investimenti crescerebbero in funzione delle migliori prospettive legate alla domanda.

Questa linea di ragionamento è particolarmente rilevante per gli Usa, data la portata della concentrazione dei redditi e le sfide fiscali future. Ma la chiara tendenza verso una maggiore concentrazione dei redditi al top è globale, e le difficoltà che potrebbe creare per la politica macroeconomica non possono più essere ignorate.


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