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Ogni anno tre mesi in piu'. L’innalzamento dell’aspettativa di vita e la riduzione della fecondità sono all’origine di una nuova rivoluzione demografica - [IFE Italia]
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Ogni anno tre mesi in piu’. L’innalzamento dell’aspettativa di vita e la riduzione della fecondità sono all’origine di una nuova rivoluzione demografica

Intervista di Barbara Bertoncin a Guglielmo Weber
domenica 21 ottobre 2012

Guglielmo Weber è professore di Econometria e direttore della Scuola di dottorato in Economia e management presso l’Università di Padova.

L’intervista, i cui contenuti analitici e di prospettiva sono lontani se non lontanissimi dai nostri, aiuta però a riflettere sulle trasformazioni in atto della realtà.

dal sito "cogito ergo sum" : http://www.fondfranceschi.it/cogito...

I demografi parlano di "New Vital Revolution”, ossia di una nuova rivoluzione demografica segnata innanzitutto da un duplice invecchiamento della popolazione europea -italiana in particolare, ma anche giapponese, americana e di tutti i paesi sviluppati. Duplice perché si invecchia "dall’alto”, nel senso che si è di molto alzata l’aspettativa di vita: negli ultimi quarant’anni la vita attesa si è allungata ogni anno di tre mesi. È come se per ogni anno che viviamo ne consumassimo solo nove mesi; gli altri tre in qualche modo ce li abbuonano. Una situazione incredibile se si pensa che questo è successo in maniera sistematica per oltre quarant’anni.

D’altra parte c’è stata anche una riduzione della fecondità, il cosiddetto invecchiamento "dal basso”. Di fatto si è passati dalla situazione dei nostri nonni e bisnonni con tre, quattro, cinque figli per donna a quella odierna di 1,4 figli per donna. Quindi la popolazione invecchia perché aumenta il numero di anziani e perché, al tempo stesso, si riduce il numero dei nuovi nati. Questo cambiamento, progressivo, lento e inesorabile, negli ultimi decenni ha modificato in maniera importantissima la vita delle persone e tuttavia le istituzioni e la mentalità fanno fatica ad adeguarsi, a stare al passo.

Per esempio, nel corso degli anni Settanta e Ottanta sono state rese particolarmente facili le pensioni in età di fatto giovanile. Una decisione completamente in controtendenza rispetto a un cambiamento epocale che andava nella direzione opposta. Ma non sono soltanto le pensioni, è tutta la fabbrica della società che non ha tenuto conto in maniera adeguata di questa rivoluzione. Solo ora si sta affermando l’idea che la terza età è un’età attiva, cioè che finché hai la salute devi essere attivo.

Io sono responsabile nazionale per un’indagine sulla salute, l’invecchiamento e il pensionamento degli ultracinquantenni in Europa. Ecco, questa ricerca, che si chiama Share (Survey of Health, Ageing and Retirement in Europe) evidenzia per esempio che un numero elevato di "giovani anziani” in buona salute, cioè di persone tra i 60 e 70 anni, non svolge alcuna attività né di lavoro, né di volontariato, né di cura di vecchi o nipoti. Questo è più frequente tra gli uomini, ma anche tra le donne c’è una percentuale importante di persone che non fanno niente. Si occuperanno un po’ delle cose di casa, ma sono inattive e questo ha un effetto negativo sulle prospettive delle loro stesse vite. Perché quello che la ricerca medica ha messo in risalto è l’importanza di tenersi attivi, sia sul piano fisico -e questo lo sappiamo- ma anche sul piano intellettivo. Così come i muscoli hanno bisogno di essere tenuti in attività, anche il cervello ne ha bisogno perché in questo modo si creano nuove sinapsi, nuovi collegamenti tra i neuroni. Quindi una persona che si tiene mentalmente attiva invecchia più lentamente e può addirittura migliorare le proprie capacità intellettive. È il tema della ricerca che ha valso il premio Nobel della Medicina a Rita Levi Montalcini. Mi fa piacere ricordarla anche perché scrisse una lettera a favore della nostra indagine Share. D’altra parte, lei stessa è un esempio vivente che si può invecchiare molto bene. Ora lei ha 102 anni, ma quando ne aveva 95 l’ho sentita parlare in un piccolo gruppo ed era parecchio più sveglia di molti cinquantenni.

Ha parlato delle pensioni. I vostri dati dimostrano che lasciare il lavoro precocemente non fa bene né alla salute né al portafoglio e in più non libera un posto a un giovane. Può spiegare?

Se guardiamo i dati che emergono da queste indagini su campioni rappresentativi delle popolazioni degli ultracinquantenni in Europa, scopriamo che coloro che ancora lavorano in larghissima misura vogliono andare in pensione appena possibile. Questo è vero soprattutto nei paesi del Sud Europa. In Spagna la percentuale di uomini e donne tra i 50 e i 65 anni che vorrebbero andare in pensione appena possibile è superiore al 60%. Analoghe percentuali le ritroviamo in Francia, Italia, Grecia. In Nord Europa, Svezia, Danimarca, ecc. la percentuale si attesta sul 25%. Ma anche in Olanda e in Svizzera è tra il 25% e il 30%, eppure tra un ticinese e un brianzolo non sembrano esserci differenze così marcate. Bisogna allora chiedersi perché, in alcuni contesti, le persone vogliono andare in pensione così presto. La prima osservazione è che ci sono sistemi pensionistici che rendono apparentemente molto conveniente andare in pensione presto. Chi è andato in pensione di anzianità a 57-58 anni fino a qualche anno fa, in Italia, ha fatto quello che da un punto di vista di mero calcolo finanziario immediato pareva un ottimo affare, anche perché avendo completato i quarant’anni di contributi, ogni anno lavorato in più non avrebbe aumentato l’importo dell’assegno. Ciò ha indotto le persone ad andare in pensione appena raggiunti almeno i quarant’anni. Questo è stato sfruttato in maniera brutale dalle aziende nei decenni passati. Pensiamo alla Fiat che, nelle sue fasi di ristrutturazione aziendale, ha eliminato tantissima forza lavoro "anziana” -di cinquantenni- di fatto scaricandone i costi sulla collettività. In realtà, in un lavoro condotto con Viola Angelini e Agar Brugiavini ("Ageing and unused capacity in Europe: is there an early retirement trap?”) emerge che più si va avanti, più queste persone -che apparentemente hanno fatto un grande affare- si trovano ad avere difficoltà finanziarie, specie nei paesi in cui i mercati funzionano peggio, che poi sono quelli del Mediterraneo. Queste persone magari hanno preso la liquidazione (che tra l’altro in genere in Italia viene usata per aiutare i figli) poi hanno fatto qualche lavoretto, in nero o meno, ma comunque di bassa lega, perdendo rapidamente la capacità di produrre e di lì a 10-15 anni cominciano a scoprire con orrore di aver difficoltà ad arrivare a fine mese. Ecco, questo fenomeno, a parità di caratteristiche di istruzione, tipo di lavoro, ecc. (chiaramente non posso confrontare un operaio con un dirigente d’azienda), lo riscontriamo più spesso in chi è andato in pensione presto, piuttosto che in chi ci è andato a 65 anni. Quindi il primo dato è che andare in pensione presto non fa bene al portafoglio, a meno che uno non sia bravo a gestire i propri risparmi. Abbiamo già detto che non fa bene alla salute mentale perché l’inattività accelera il decadimento cognitivo, e allora perché così tanti vogliono andare in pensione subito? Una possibile spiegazione è che nei paesi in cui il pensionamento anticipato è reso molto favorevole, le stesse aziende non hanno interesse a investire sulla forza lavoro matura. Sempre nell’indagine Share, ci sono delle batterie di domande sulla qualità del lavoro percepita e viene evidenziato che i giovani anziani del Sud Europa non lamentano tanto la fatica fisica e neanche lo stress, quanto invece la mancanza di autonomia, di riconoscimento, di prospettive di promozione. Non è così in Svezia, Danimarca, Olanda, Svizzera, cioè nei paesi in cui si tende ad andare in pensione più tardi (anche perché il sistema non ti permette di andarci presto). La lezione che ne abbiamo tratto è che, insieme all’innalzamento dell’età pensionabile (che è inevitabile), dobbiamo anche ripensare l’organizzazione del lavoro. È chiaro che il cinquantenne ha un carico d’esperienza che il ventenne non ha, ma il ventenne ha una capacità di lavorare con i computer, ha un’inventiva che il cinquantenne può non avere. L’azienda dovrebbe mettere in atto delle politiche di formazione specifiche per questi lavoratori inventando modi nuovi di affiancare giovani e anziani perché le debolezze di entrambi possono diventare la forza della squadra; fondamentalmente va ripensata la politica del personale. Questo il ministro Fornero l’ha detto: con l’innalzamento -notevole- dell’età pensionabile le aziende dovranno cambiare mentalità. Il cinquantenne che prima veniva invogliato ad uscire ora andrà necessariamente valorizzato. Fino adesso questo non è accaduto. D’altra parte, nessun imprenditore si cimenta in uno sforzo simile se sa che quel lavoratore cinquantenne se ne può andare da un momento all’altro.

Voi sostenete che non è vero che mandare in pensione un lavoratore anziano libera un posto a un giovane.

Allora, in un’ottica da pianta organica questa affermazione è vera, cioè se un ufficio ha dieci posizioni e se ne libera una, entra qualcun altro. Tuttavia, se le cose stessero davvero così anche in generale, nei paesi in cui la gente va in pensione molto presto, come in Italia, dovremmo avere tutti giovani impiegati. Ecco, già questa banale osservazione ci fa capire che le cose non stanno così. Perché il numero dei posti di lavoro che si creano dipende dalle condizioni dell’economia. Se l’economia cresce crea posti di lavoro per i giovani e mantiene al lavoro gli anziani. Dove non c’è crescita si perdono posti di lavoro e i primi a essere fatti fuori sono le fasce marginali, cioè giovani e anziani. Quindi non è vero che i lavoratori anziani tolgono il posto ai giovani. Fra l’altro, mandare in pensione le persone anticipatamente costringe i giovani e chi è ancora dentro il mercato del lavoro a pagare più contributi. Nel nostro paese l’enorme differenza tra il salario che la persona percepisce e quello che paga l’imprenditore -il cosiddetto cuneo fiscale- pesa come un macigno sulle prospettive di impiego. Quindi le politiche perseguite di mandare in pensione massicciamente e presto sono state totalmente sbagliate. Ovviamente ci sono poi i casi specifici, i lavori usuranti, eccetera, ma sono pochi e, fra l’altro, interessano quei settori in cui tipicamente abbiamo assistito all’arrivo degli immigrati. Il cambiamento epocale provocato dall’invecchiamento dall’alto e dal basso ha infatti determinato la necessità di fare arrivare immigrati. L’Italia ha avuto un’ondata migratoria di proporzioni mai viste. Oggi il 7-8% di popolazione italiana residente è fatta di immigrati. Infine, faccio notare che neanche mandando in pensione prima i dipendenti pubblici che sono ben pagati ma poco produttivi si fa veramente un affare. Quando va in pensione un dipendente pubblico, lo Stato risparmia pochissimo e a fronte di quel piccolo risparmio c’è comunque una perdita di produzione. Quindi bene o male la domanda è: vale la pena rinunciare a quel poco di produzione quando in ogni caso non risparmi quasi niente? In conclusione, anche nel campo del pensionamento, è urgente un cambiamento di mentalità. Purtroppo questo mito -che i dati ci dimostrano essere falso- che un anziano che va in pensione crea un posto per un giovane è duro a morire ed è alla base di tante resistenze.

Nel nostro paese, soprattutto nel settore pubblico, la carriera è tutta in salita, anche sul piano retributivo, a prescindere dalla produttività. Questo non aiuta...

Il fatto che ci sia una componente di seniority-related pay, cioè di paga legata all’anzianità di servizio, è abbastanza naturale e ragionevole nella parte iniziale del ciclo di vita del lavoratore perché così facendo si "fidelizza” il dipendente. Diciamo che una dinamica di questo tipo si può capire se gli stipendi aumentano fino a 45-50 anni. Dopo, l’evidenza empirica dice che la produttività smette di crescere; non è che decresca: se il lavoratore ha l’opportunità di formarsi l’eventuale calo è minimo, però certo non aumenta. Se a questo fatto corrisponde invece un contratto di lavoro per cui il tuo stipendio deve comunque aumentare è chiaro che anche all’azienda conviene liberarsi dei lavoratori anziani cari e sostituirli con quelli giovani. Quindi anche il tipo di retribuzione che viene offerta ai lavoratori col passare del tempo va ripensato. Questo può avvenire sia in termini di paga oraria, sia in termini di riduzione dell’orario di lavoro. Ma certamente bisogna intervenire sulla paga oraria perché non è possibile che continui ad aumentare se la produttività si riduce. In fondo non c’è niente di strano se, arrivati a cinquant’anni, lo stipendio smette di crescere con l’anzianità, non è la fine del mondo. Da un punto di vista psicologico sarebbe difficile da accettare se diminuisse, ma se semplicemente smette di crescere... Ovviamente ci sarà una generazione che ci resta male perché questi ragionamenti sono facili a dirsi ma non a farsi. Comunque nel mondo privato questo già avviene in qualche misura e anche nel pubblico negli ultimi anni ci sono stati una serie di interventi in questa direzione: l’incremento stipendiale per anzianità attualmente è stato congelato per quasi tutte le categorie. Alla fine la questione è quella di legare di più lo stipendio alla produttività, che nel pubblico vuol dire valutazione dell’operato della struttura e, all’interno della struttura, dare a chi governa gli strumenti per premiare chi lavora molto e bene. È l’unico modo per poter risolvere questo problema alla radice. È un’altra rivoluzione culturale verso la quale dovremo indirizzare il paese; non so se questo governo o il prossimo riusciranno a fare una cosa del genere, certo se non si cambia diventa difficile tenere assieme tutto.

C’è una differenza tra il comportamento di uomini e donne rispetto alla pensione?

Non c’è dubbio che c’è una differenza perché fondamentalmente una donna che va in pensione rinuncia a una parte della sua attività, ma non a quella della cura della casa che tradizionalmente -almeno nella popolazione quasi sessantenne- è ancora di competenza femminile, soprattutto nel Sud Europa. Va notato però che anche qui ci sono dei miti: si pensa che le donne vadano in pensione presto per accudire genitori e suoceri anziani, o nipoti. Ora, è vero che le donne si prendono cura di suoceri e genitori molto più degli uomini, qui i dati sono incontrovertibili e imbarazzanti per noi uomini: le differenze di genere sono abbastanza marcate persino in Nord Europa. Ma solo una minoranza delle donne si prende cura di genitori e suoceri anziani, nel Sud come nel Nord Europa. È poi importante distinguere tra il prendersi o meno cura e la quantità di ore che si dedicano a questa attività. Per esempio una donna spagnola che si accolla la cura di un anziano mediamente lo fa per tre ore al giorno. Una donna italiana per due ore e mezzo. Gli uomini italiani e spagnoli non brillano, però quel 10% che lo fa, trascorre due ore al giorno svolgendo mansioni di cura. Non è pochissimo, è molto più di un uomo in Germania o in Svezia. Resta che c’è una differenza di genere marcata che, per quanto riguarda le ore, si azzera solo quasi per la Svezia perché laggiù quando uomini e donne dicono di "prendersi cura” degli anziani intendono che li vanno a trovare in casa di riposo. In Svezia e Danimarca la persona anziana non più autosufficiente per motivi fisici o mentali va subito in casa di riposo, dove peraltro trova tutti gli altri, essendo la scelta prevalente.

Diceva che anche sulle donne che vanno in pensione presto per accudire gli anziani o i nipoti c’è qualche mito da sfatare...

Quando si è deciso di alzare l’età di pensionamento delle donne molti hanno obiettato che era ingiusto perché queste hanno in carico la cura degli anziani. Ecco, devo dire che i numeri in realtà non sono tali da giustificare questa posizione. Non ha senso che tutte le donne vadano in pensione prima perché all’incirca una su cinque o una su sei possa prendersi cura dei genitori anziani. Tra l’altro il pensionamento è un fatto irreversibile. Supponiamo che io, donna cinquantacinquenne, abbia un genitore che sta particolarmente male e decida di ritirarmi dal lavoro; se quell’anziano dopo un anno muore, io sono fregata perché non posso tornare indietro. Insomma, trovare una forma permanente di ritiro dal lavoro a fronte di esigenze che sono tendenzialmente temporanee è veramente poco sensato. La cura dei nipoti è un’argomentazione interessante, però, onestamente, nei paesi a bassa fecondità non può essere così dirimente. E comunque la cura dei nipoti è meno intensiva della cura degli anziani. Pertanto, nel complesso, non trovo giustificazioni al non alzare l’età pensionabile delle donne.

La difficoltà di arrivare a fine mese di tanti pensionati si spiega anche con una certa diffusa ignoranza finanziaria. Lei denuncia soprattutto la propensione a investire sempre e solo nel mattone...

Questo è un tema che fatica a essere recepito, c’è una resistenza fortissima. Quando solo provo a dire che investire tutto nel mattone è un grossissimo errore, le persone si ribellano. Ora, ovviamente c’è mattone e mattone. Che la casa dove abito sia di proprietà può avere molto senso perché corrisponde a un’esigenza di stabilità, di sicurezza. Purché uno sappia che quell’immobile può perdere valore, per cui non passerò ai figli il patrimonio che potevo immaginare. E comunque una casa di proprietà, specie se impegnativa, come vedremo, può creare dei problemi seri di liquidità nella parte finale della vita. Ma quello che è più discutibile è l’investimento prevalentemente in mattoni dei tanti italiani che negli anni hanno comprato due, tre, cinque case. Ecco, il mattone purtroppo rischia di essere un mito che verrà presto sfatato perché verosimilmente di qui a tempi brevi le persone si renderanno conto che anche il mercato immobiliare può andare giù. Quello immobiliare è un mercato in cui le persone tendenzialmente non vogliono realizzare le perdite, quindi preferiscono lasciare il bene invenduto, però, tra le tasse sulla casa che aumentano e le esigenze della vita che si allunga, io mi aspetto che le persone scopriranno di aver fatto un grosso errore. In finanza vale la massima "non tenere tutte le uova nello stesso paniere”, la famosa diversificazione del rischio: se io tengo tutti i soldi nella stessa attività sono più esposto al rischio di perdere tutto. La Spagna è un caso eclatante: c’è stata una bolla immobiliare spaventosa e ora se ne pagano gli effetti. Ma una bolla immobiliare, seppur meno eclatante, c’è stata anche in Italia: lo vediamo adesso con tutti quei grandi blocchi di uffici che restano sfitti. Per ora sulle case gli effetti non sono così marcati, ma, ripeto, è probabile che le cose stiano per cambiare. L’unico mercato in crescita è quello della nuda proprietà, la soluzione italiana al problema di come fare quando uno si trova a essere "house rich cash poor”. Oggi, chi si trova ad aver finito i liquidi e con una casa di proprietà magari troppo grande, ma comunque di valore (situazione tipica di tanti anziani) ha varie possibilità. Può trasferirsi in una casa in affitto -se la trova, non è facile- o può acquistare una casa più piccola, tuttavia gli spostamenti se hanno molto senso a 60 anni, ne hanno molto meno a 80 anni. Altrimenti può cercare di ottenere dei soldi dalla casa. In Italia esiste il prestito vitalizio ipotecario, ma di fatto è come se non ci fosse: in pochissimi lo offrono, poi non è molto conveniente e comunque non lo commercializzano, cioè ce l’hanno, ma non te lo dicono. Infine c’è appunto la soluzione della vendita della nuda proprietà per cui io resto usufruttuario dell’appartamento che ho venduto. Questa però è una soluzione particolarmente brutta perché di fatto alla base c’è una scommessa sulla mia morte da parte di chi acquista. Cioè l’avvocato o il notaio che compra la nuda proprietà per il figlio, ti guarda e dice: "Ottantacinque anni, mi sembra che stia abbastanza male, questo tira le cuoia presto...”. A parte che casomai tu sopravvivi fino a 105 anni, ma comunque è un mercato poco trasparente. Con l’aggravante che, da un lato, c’è chi ha molto bisogno e, dall’altro, i pochi acquirenti tendono a essere, fra virgolette, degli squali. Il fatto che cresca la vendita della nuda proprietà però è indice proprio della diffusione di situazioni in cui persone anziane si trovano a vivere in case che non si possono più permettere. Le soluzioni di natura finanziario-assicurativa che ci sono in altri paesi per coprire gli anni di non autosufficienza, in Italia stentano a partire anche per colpa di banche e assicurazioni. Risulta allora evidente che chi va in pensione adesso non dovrebbe mettersi in questa situazione. Anche perché nel nostro paese c’è una forte carenza del pubblico nella "long term care”, pertanto è opportuno preservare della liquidità e, finché si è in tempo, traslocare in case più sostenibili.

Voi raccontate che nel Nord Europa l’approccio al mutuo per la casa è radicalmente diverso: molti anziani hanno ancora il mutuo in corso e non sempre lo estinguono. Può raccontare?

Nei nostri dati Share troviamo che in Svezia gli ultrasessantacinquenni molto spesso hanno ancora un mutuo in essere che può avere durate residue anche sopra i vent’anni. Questo fa capire che sia chi prende a prestito sia chi presta dà per scontato che si possa morire lasciando il mutuo da pagare. A quel punto gli eredi sceglieranno se prendere la proprietà ed estinguere il mutuo oppure lasciare che la banca si tenga l’immobile. Essendo rimasto così colpito da questo dato, molto lontano dalla nostra mentalità latina e dalle nostre esperienze, ho fatto una piccola verifica in rete e mi sono imbattuto in dei ragazzi italiani in Svezia che dicevano: "Abbiamo scoperto che qui l’idea di ripagare il mutuo proprio non c’è!”. Il mutuo si fa per avere più soldi da spendere, ai figli si dà l’aiuto che serve per l’istruzione all’inizio della vita e poi ognuno va per conto suo. E comunque l’idea è che non c’è nessun bisogno di ripagare il mutuo. Questa è una mentalità molto diversa che, secondo me, corrisponde a una maggiore maturazione dal punto di vista finanziario e spiega perché la ricchezza in case al netto del mutuo in paesi come la Svezia, la Danimarca e l’Olanda sia così ridotta rispetto a noi. Un’altra cosa che manca da noi è un mercato degli affitti. Nel Nord Europa, in Olanda, ma anche in Germania, ci sono molti anziani che sono in affitto in case di buona qualità, magari pubbliche. La mancanza di affitti a buon mercato nei paesi del Sud Europa è l’altra faccia della medaglia di questa proprietà immobiliare così diffusa.

Da tempo si dibatte se sia preferibile un welfare all’italiana, in cui l’anziano prevalentemente resta a casa con una badante, e però tutto il peso, anche economico, cade sulla famiglia, o il modello nordico per cui si ricorre alle case di riposo...

I demografi mettono in risalto l’esistenza di due diversi modelli di famiglia: le famiglie a grappolo, con forti legami di sangue, e le famiglie invece con legami deboli, che non vuol dire meno amore, ma meno contatto. Ora, è possibile che in paesi a forte legame di sangue, la famiglia sia quella che in maniera più naturale fornisce servizi all’anziano o al bambino. Il problema sorge quando il peso della cura diventa eccessivo. Il nuovo welfare italiano dovrebbe basarsi sul principio che bisogna in prima battuta aiutare chi aiuta e poi semmai offrire un’alternativa. Allo sbilanciamento demografico abbiamo fatto fronte con le badanti: è una soluzione per certi versi geniale ma non duratura, quindi bisognerà prevedere altre soluzioni. Ci sono anche formule intermedie. Per esempio la comunità di Sant’Egidio a Roma ha un programma di assistenza agli anziani a domicilio, per cui giovani volontari (ma anche persone di mezza età) vanno a trovare queste persone, fanno loro compagnia, le assistono per le piccole cose. Parliamo di soggetti autosufficienti che, specie nella grande città, possono restare isolati perché magari figli e nipoti si sono trasferiti. Questa è una soluzione intelligente perché l’invecchiamento a casa propria ha dei grossi vantaggi. L’invecchiamento in casa di riposo ha anch’esso dei vantaggi, soprattutto sul piano economico, perché ci sono delle economie di scala, però l’anziano tendenzialmente invecchia più rapidamente in queste residenze specie se ci arriva già in una condizione di difficoltà. Allora, per concludere, il nostro welfare deve senz’altro tener conto delle specificità dei paesi con le famiglie a grappolo e però va al contempo equilibrato. Non è più accettabile che la spesa pubblica vada quasi tutta in pensioni. Questa situazione va bilanciata: vanno coperti i rischi di disoccupazione per proteggere il lavoratore anziché il posto di lavoro, poi bisogna aiutare di più i giovani e soprattutto pensare a politiche per la "long term care”. Anche perché con l’allungamento del periodo lavorativo ci saranno meno donne e uomini disponibili a farsi carico dei genitori. E comunque sia non è neanche efficiente che una persona, magari al picco della propria capacità professionale, debba smettere di lavorare per curare un anziano. La soluzione migliore può essere un appoggio per alcune ore della giornata. Ci sono esempi di assistenza positivi. In generale l’assistenza in Italia, se non la fa lo Stato, la fa la Chiesa. Alcune parrocchie organizzano una sorta di centro diurno. Così gli anziani trascorrono la giornata in compagnia, fanno un pasto caldo, e la sera tornano a casa, senza bisogno di creare costosi posti letto e consentendo alle famiglie di tenersi la loro vita. È chiaro che ci sono tante soluzioni, non c’è solo quella estrema della casa di riposo che a noi appare particolarmente brutta, anche per quel senso di solitudine nella moltitudine, che è la cosa peggiore. D’altra parte, alla fine ti trovi con persone che in comune con te hanno solo l’età e i problemi: non è un bel modo di stare assieme. Anche da questo punto di vista aiutare chi aiuta nei vari modi possibili mi sembra la soluzione migliore. Ovviamente arriva un momento in cui diventa impossibile assistere gli anziani a casa. Non si può chiedere neanche alla figlia più devota di occuparsi ventiquattr’ore su ventiquattro del genitore. In questi casi è forse preferibile una struttura, magari piccola, ben pensata, e auspicabilmente con costi accessibili. Riguardo alle strutture del Nord Europa, non ho una conoscenza diretta. Bisognerebbe studiare i tempi di morte dall’ammissione in struttura cercando di tener conto delle diverse disabilità. La mia impressione è che nel Nord Europa i tempi di morte non siano così rapidi come da noi. Nel Sud Europa quando una persona anziana finisce in casa di riposo non dura tanto, sui 12 mesi. Nel Nord Europa, a parità di condizioni, è parecchio più alta. Però è difficile interpretare i numeri perché il dato è molto sporcato dal fatto che in Italia chi viene ricoverato in una casa di riposo, da un lato, è in condizioni molto critiche, ma, dall’altro, magari non ha neanche un buon rapporto con i propri figli, quindi è un gruppetto molto particolare che probabilmente aveva già perso interesse per la vita. In America si stanno sviluppando gruppi di appartamenti per anziani in cui sono tutti al piano terra: si tratta di strutture assistite, in cui le persone hanno un ampio margine di indipendenza e però possono accedere a tutta una serie di servizi. Può essere una soluzione ragionevole quando gli anziani non vogliono pesare sui figli. Ovviamente per realizzare soluzioni di questo tipo ci vuole un concorso pubblico-privato, perché non è neanche giusto che il pubblico paghi tutto, perché sono cose un po’ di lusso.


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