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L’attacco allo Stato Sociale e il mito della Big Society - [IFE Italia]
IFE Italia

L’attacco allo Stato Sociale e il mito della Big Society

di Alessandra Vincenti
mercoledì 23 gennaio 2013

Verso il seminario di IFE Italia "Donne di fronte alla crisi economica ed alla mutazione del sistema di welfare"

Un interessante stralcio dell’articolo di Alessandra Vincenti, sociologa, comparso sulla rivista " Alternative per il socialismo"

Il resto dell’articolo sul sito della rivista: http://www.alternativeperilsocialismo.it

Il 23 settembre scorso il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo di Alesina e Giavazzi dal titolo “C’era una volta lo Stato sociale”. Non si tratta dell’inizio di una fiaba. All’opposto, il titolo non sembra prospettare un lieto fine. Illustrando i dati relativi ai processi demografici, i due autori segnalano l’urgenza di riformare il modello di welfare perché l’invecchiamento della popolazione rende insostenibile la spesa sociale, soprattutto quella per garantire a tutti le cure sanitarie (con buona pace dell’art. 32 della Costituzione, per non parlare della seppur timida Carta Europea dei diritti che parla sì di diritto di “accedere alla prevenzione sanitaria e di ottenere cure mediche alle condizioni stabilite dalle legislazioni e prassi nazionali”, ma afferma altresì che “nell’attuazione di tutte le politiche ed attività dell’Unione è garantito un livello elevato di protezione della salute umana”). L’articolo non segna alcuna discontinuità, ma è l’ennesima affermazione della necessità di archiviare un’istituzione che per qualche tempo aveva garantito strumenti e politiche di contrasto alla diseguaglianza sociale. Innanzitutto guardiamo alle proiezioni demografiche illustrate dai due autori e oramai ben note perché utilizzate come la pistola fumante che prova la necessità di un cambiamento sin dai tempi della riforma Dini e della Commissione per l’analisi delle compatibilità macroeconomiche della spesa sociale, meglio nota come Commissione Onofri. É indubbio che la vita si sia allungata, e proprio grazie allo sviluppo delle politiche di welfare, ma Massimo Livi Bacci al proposito ci avverte sulla rivista neodemos.it che nulla è irreversibile, e anche la longevità italiana, accusata di compromettere la crescita, può essere messa in crisi per motivi economici, politici e anche biologici. Il demografo porta ad esempio uno studio della MacArthur Foundation che dimostra come negli Usa i divari si siano fortemente allargati tra il 1990 e il 2008: le donne (bianche non-Hispanic) con meno di dodici anni di istruzione hanno perso cinque anni di speranza di vita, gli uomini tre anni. Stanno quindi peggiorando le condizioni dei meno istruiti. L’istruzione rimane uno strumento di protezione dal rischio e occorre ricordarlo in un paese come l’Italia in cui nel 2011 il tasso di conseguimento dei diplomi d’istruzione secondaria superiore (80,8%) si è attestato ancora al di sotto della media Ocse (82,2%).

Improvvise accelerazioni e interventi poco integrati I fautori della messa in pensione del welfare state (forse l’unico caso di pensione anticipata applaudita dagli economisti mainstream) parlano e scrivono come se il nostro sistema di protezione sociale fosse rimasto immutato dai tempi, per lo meno, dell’introduzione del Servizio sanitario nazionale. La sua fisionomia attuale non è invece frutto di una mancanza di riforme, bensì di cambiamenti introdotti a seguito di improvvise accelerazioni e di interventi tra loro poco integrati, nonostante il legame necessario - ma spesso poco tenuto in conto - tra i vari settori delle politiche sociali. La spesso evocata integrazione tra politiche - in special modo tra le politiche del lavoro e quelle previdenziali e le politiche sanitarie e quelle sociali - è rimasta una parola d’ordine inattuata producendo effetti perversi a partire dall’introduzione, con la Legge 196/1997, dei contratti flessibili senza prevedere politiche del lavoro e previdenziali che tenessero conto delle nuove forme contrattuali (considerando queste un’eccezione rispetto alla regola e prevendendone quindi un utilizzo limitato all’ingresso nel mercato del lavoro dei giovani e delle donne). Si può leggere la crisi dalla prospettiva della messa in discussione del lavoro come elemento centrale della cittadinanza, così come si era andato configurando all’interno di un quadro di diritti e di protezioni. E questa prospettiva rende manifesto il legame tra il destino del lavoro e quello del sistema di protezione sociale. Il modello di welfare occupazionale - così è nato quello italiano - ha costruito programmi basati sulla partecipazione al mercato del lavoro (una partecipazione continuativa con contratti di natura subordinata) e questa è una condizione necessaria per l’accesso ai programmi (in particolare la previdenza e le politiche passive del lavoro di sostegno al reddito). D’altra parte in questi anni anche i modelli universalistici sono stati messi in discussione, accusati di essere troppo includenti rispetto ai cittadini di diversa nazionalità. Si pensi ai movimenti xenofobi e ai partiti di destra che si sono affermati nei paesi scandinavi (in particolare in Svezia e in Finlandia) grazie alla critica all’universalità dei diritti sociali e alla richiesta di introdurre una rigida selettività basata sulla nazionalità. In Italia si è passati da un dibattito che sottolineava come il nostro modello non fosse ancora sufficientemente sviluppato (in particolare rispetto alla sua capacità di tenere conto dei bisogni differenti delle donne e dei giovani) all’idea della messa in discussione di un principio cardine, ovvero l’universalismo. E’ quanto mai opportuno ricordare che William Beverigde, propugnatore di quello che egli chiamava «the Social Service State», sosteneva che il welfare aveva soprattutto un obiettivo redistributivo che poteva essere garantito proprio dall’universalità. Alesina e Giavazzi dimenticano che è stato proprio il Sistema sanitario nazionale a far diventare quello italiano un modello occupazionale misto introducendo nel 1978 un programma per tutti i cittadini. Negli stessi anni veniva però annunciata la crisi del welfare, con una lunga transizione da cui sono emersi assetti di protezione diversi e sempre meno universalistici. Secondo Zygmunt Bauman i costi sociali di questa lunga fase di transizione sono stati «ingenuamente sottovalutati». L’annuncio si è infatti accompagnato all’aumento della disoccupazione e alla progressiva riduzione dei salari. A questo si è aggiunta l’affermazione del modello meritocratico, che si basa sulla prova dei mezzi (o su altri fattori che escludono alcuni gruppi, per esempio la già citata nazionalità). Si sono quindi diffuse sempre più pratiche selettive per accedere a servizi e a sostegni monetari (ed è evidente quanto la prova dei mezzi in Italia sia distorta dall’evasione fiscale). Il principio guida è stato quello della “razionalizzazione” della spesa sociale, che doveva ispirarsi a principi di efficacia, efficienza ed economicità. La razionalizzazione doveva essere accompagnata dalla “privatizzazione”, intesa sia come progressiva crescita del ricorso ai privati per una serie di servizi, ovviamente sempre sulla base del finanziamento pubblico, sia come riorganizzazione dei servizi pubblici sulla base dei principi organizzativi delle aziende private.

Il lavoratore povero I costi umani e sociali di questa transizione hanno aperto la strada a una figura antropologica inedita che è quella del lavoratore povero, ovvero del lavoratore che, nonostante sia occupato, non percepisce un reddito sufficiente per sé e la sua famiglia. Se quindi prima il discrimine che segnava il confine tra povertà e non povertà era dato dall’essere occupato o disoccupato (e la persistenza della povertà era spiegata dalla mancanza di lavoro o dalla mancanza di volontà di lavorare), oggi questa visione binaria viene meno, rendendo necessaria una maggiore permeabilità tra le politiche del lavoro e le altre politiche sociali, da quelle assistenziali a quelle abitative. Forse occorrerebbe riflettere anche su una divisione funzionale che attribuisce a soggetti ed enti diversi il compito di occuparsi del mercato del lavoro e quello di realizzare politiche sociali, divisione che complica l’incontro tra i soggetti più vulnerabili e i servizi. Mentre questi fanno fatica a intercettare la loro utenza potenziale, il frazionamento rende ancor più doloroso il doversi rivolgere ai programmi di welfare. L’arretramento del sistema di protezione sociale e la maggiore selettività insieme al progressivo aumento dei bisogni dovuto alla perdita di salario, ha caricato la famiglia di ruoli e responsabilità crescenti. E questo trasferimento si realizza per lo più in corrispondenza di processi oramai radicati che hanno investito la famiglia come istituzione: il già citato invecchiamento demografico che comporta l’aumento di famiglie unipersonali oltre a quelle monoparentali e ricostituite. La crescita dei single, ci ricorda l’Istat nel Rapporto annuale del 2012 sulla situazione del paese, riguarda gli anziani soli, in genere donne, ma anche giovani e adulti che nell’ultimo ventennio sono quasi raddoppiati, anche in conseguenza dell’aumento delle separazioni e dei divorzi. Questo carico attribuito alle famiglie (e nei fatti soprattutto alle donne) fino alla supplenza dovuta alla riduzione delle prestazioni sociali è una caratteristica di tutti i sistemi di welfare che hanno privilegiato, come quello italiano, i trasferimenti monetari e che quindi presentano una ridotta mercificazione dei servizi per lasciare una consistente parte di questi all’interno delle famiglie. Si tratta quindi di modelli più velocemente reversibili e alla mercé dei tagli di spesa (è più rapido e meno socialmente visibile diminuire o tagliare un sostegno economico piuttosto che servizi che impiegano lavoratori, almeno nella prima fase della transizione). Il modello italiano è sempre stato poco generoso e la crisi economica ha accelerato la sua messa in discussione con la contrazione della spesa sociale. In particolare, il Fondo per la famiglia è stato ridotto dai 174 milioni del 2010 ai 51 milioni stanziati nel 2011. Il Rapporto dell’Ocse Doing Better for Families (aprile 2001), il primo rapporto Ocse sul benessere familiare, conferma un dato noto, ovvero che la spesa italiana per le famiglie è più bassa della media (solo circa l’1,4% del Pil per le famiglie con bambini, contro una media dei paesi Ocse del 2,2%). Rispetto poi alle risorse delle famiglie, il doppio reddito garantisce maggiormente dalla povertà ma questa possibilità trova un ostacolo nel basso tasso di occupazione femminile che nel settembre del 2012 è solo al 47,4%. Se la disoccupazione femminile è superiore di meno di due punti percentuali a quella maschile, ad allarmare è l’inattività femminile al 46,3%. Questi dati costituiscono un elemento imprescindibile per riflettere sulle risorse di cui le famiglie italiane possono disporre, non solo nel futuro, ma già nel presente. Eppure, a fronte di una spesa sociale insufficiente e in via di ulteriore ridimensionamento, le riforme promuovono un sempre maggior coinvolgimento delle famiglie nella costruzione integrata delle politiche pubbliche. Le famiglie non sono solo soggetti i cui bisogni devono trovare una risposta nell’azione pubblica, ma diventano parte attiva della programmazione e realizzazione delle politiche sul territorio. L’enfasi posta sull’attivazione rende sempre più condiviso il richiamo alla capacità di auto-organizzazione delle famiglie, il cui ruolo come fornitrici di servizi - e di redistribuzione - viene accentuato. Ma non si può sottacere che il principio dell’attivazione - che quindi non riguarda solo le politiche del lavoro, bensì i processi di ristrutturazione dell’intero welfare state - si basa su un idealtipo di cittadino scevro di relazioni, adulto, abile, sano e magari maschio e bianco.

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