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14.mo Rapporto sullo stato delle madri nel mondo - [IFE Italia]
IFE Italia

14.mo Rapporto sullo stato delle madri nel mondo

Save the Children
sabato 11 maggio 2013

dal sito : http://www.savethechildren.it/

Al di là della retorica, la maternità non è una scelta libera e consapevole e soprattutto sono ancora la povertà e le diseguaglianze di status sociale a fare la differenza. Sia per le donne che per le/i loro bambine/i.

Il 14° Rapporto di Save the Children sullo Stato delle Madri nel Mondo ha analizzato le condizioni di mamme e bambini in 176 paesi: nelle nazioni in fondo alla classifica, in media una donna su 30 muore per cause legate alla gravidanza o al parto. Nel mondo ogni anno 1 milione di neonati muore nel suo primo giorno di vita.

Finlandia, Svezia e Norvegia sono ai primi posti nella classifica dei paesi dove lo stato di salute della madre, il livello di istruzione, le condizioni economiche, politiche e sociali garantiscono il benessere alle mamme e ai loro figli. Al contrario, i dieci paesi, tutti dell’Africa sub-sahariana, che si collocano in fondo alla graduatoria chiusa dalla Repubblica Democratica del Congo (RDC), ottengono punteggi molto scarsi per ognuno dei 5 indicatori su cui si è basato il 14° Rapporto di Save the Children sullo Stato delle Madri nel Mondo: salute materna e rischio di morte per parto, benessere dei bambini e tasso di mortalità entro i 5 anni, grado di istruzione, condizioni economiche e Pil procapite, partecipazione politica delle donne al governo.

I dati del Rapporto mettono in evidenza le enormi disparità tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo. Così, per esempio, se le finlandesi possono contare su ben 17 anni di istruzione, le donne nella RDC su 8, le somale solo su 2. Se il tasso di mortalità dei bambini entro i 5 anni nella RDC è di 167 su 1000 nati vivi, in Finlandia il tasso precipita a 3 su 1000. La stessa differenza si riscontra anche nel tasso di partecipazione femminile alla vita politica: in Finlandia la percentuale di seggi in Parlamento occupati da donne sono il 42,5% contro l’8,3% di quelli detenuti nella RDC.

Ampio spazio quest’anno viene dedicato al focus tematico “Sopravvivere al Primo Giorno” – come riportato nel titolo del Rapporto – con la creazione di un indice relativo alle morti precocissime dei neonati, quelle cioè che avvengono nelle prime 24 ore dalla nascita. Ben 1 milione di bambini ogni anno non sopravvive al primo giorno: la frequenza più alta si registra in Somalia (18 bambini morti su 1000 nati), Mali, Sierra Leone, RDC (17), Repubblica Centrafricana (16), Ciad, Costa d’Avorio, Angola (15).

A livello numerico, invece, è l’Asia del Sud, la regione dove risiede il 24% della popolazione mondiale, quella in cui si verifica ben il 40% delle morti durante il primo giorno di vita (420.000 bambini ogni anno). Nonostante l’incredibile crescita economica degli ultimi anni, l’India guida questa triste classifica con 309.300 bambini morti nel primo giorno, pari al 29% del totale mondiale, ed è in questo paese che si conta il maggior numero di mamme che muoiono per gravidanza o parto.

Sebbene dal 1990 il tasso di mortalità dei bambini entro i 5 anni di vita e la mortalità delle mamme siano calati rispettivamente del 40% e 50%, ogni giorno nel mondo 800 donne muoiono ancora per cause legate alla gravidanza o al parto, mentre sono quasi 7 milioni i bambini che muoiono prima di compiere 5 anni, di cui 3 milioni non superano il mese di vita, e questo avviene per cause prevenibili e curabili, come infezioni, prematurità, complicazioni da parto.

La quasi totalità delle morti di neonati e delle loro mamme (rispettivamente il 98 e il 99% ) si verifica nei paesi in via di sviluppo dove è fatale la mancanza di servizi sanitari di base e di assistenza prima, durante e dopo il parto. Nell’Africa sub-sahariana, ad esempio, dal 10 al 20% delle donne che affrontano la gravidanza è sottopeso, molte di loro sono troppo giovani, i contraccettivi vengono utilizzati raramente e mancano spesso servizi e operatori sanitari di base. Spicca invece in positivo il Malawi, che ha saputo ridurre la mortalità infantile sotto i 5 anni del 44%, dove gli aiuti delle organizzazioni internazionali e il forte impegno politico ha consentito di formare molti operatori sanitari ma anche di diffondere la tecnica di “Kangaroo care”, che consiste nel mantenere i neonati sottopeso in contatto di pelle continuo con la mamma e il suo seno. Anche in Bangladesh (-49%) e in Nepal (-47% ), i progressi si sono imposti grazie ad un maggior numero di operatori sanitari di comunità o all’adozione di una semplice ed economica tecnica per evitare le infezioni del cordone ombelicale. Al contrario, in India, Afghanistan e Pakistan i matrimoni precoci e la scarsa nutrizione della mamme sono tra le cause degli alti livelli di mortalità infantile nella regione.

Per quanto riguarda l’Italia, il rapporto di Save the Children, quest’anno riporta il nostro paese al 17° posto. Secondo i dati, le condizioni di salute delle mamme e dei bambini raggiungono livelli alti (il tasso di mortalità femminile per cause legate a gravidanze e parto è pari a 1 ogni 20.300, quello di mortalità infantile è di 3,7 ogni 1000 nati vivi), come abbastanza alto è il livello di istruzione delle donne, pari a 16 anni di formazione scolastica. Benché la scarsa percentuale media di partecipazione politica delle donne fotografata dal Rapporto (20,6%) abbia subito un deciso incremento in occasione delle ultime elezioni (con il 28,6% al Senato e 31,3% alla Camera), siamo ancora distanti perfino da paesi come l’Angola (38%), l’Afganistan (27%) e il Mozambico (39%).

Salta all’occhio nel Rapporto il 30° posto occupato nella classifica generale dagli Usa per lo stato di benessere delle mamme e dei loro figli. Tra i paesi industrializzati, gli Stati Uniti addirittura guidano la triste classifica per mortalità dei neonati: ogni anno più di 11.000 bambini americani muoiono durante il loro primo giorno di vita. Nonostante le condizioni dell’istruzione ed economiche siano soddisfacenti, collocandosi tra i 10 migliori paesi, altrettanto non emerge per quanto riguarda la salute delle madri, del benessere dei bambini (rispettivamente al 46° e al 41° posto) e per la partecipazione politica (89°).

“Il rapporto conferma che i bambini nati da madri che vivono in condizioni di estrema povertà hanno il più basso tasso di sopravvivenza”, sottolinea Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children. “Alla base del problema c’è la persistente differenza tra la salute nei paesi più ricchi e in quelli più poveri. Molte vite potrebbero essere salvate se i servizi sanitari di base raggiungessero le famiglie più povere dei paesi in via di sviluppo. Ma i fondi, pubblici e privati, per progetti specifici non sempre incontrano le necessità e spesso sono insufficienti rispetto all’entità del problema. E’ evidente”, prosegue Neri, “che dove le madri sono più forti dal punto di vista fisico, finanziario e sociale, i figli hanno più probabilità di sopravvivenza. Le donne più informate fanno figli quando il loro corpo è pienamente sviluppato, si nutrono meglio e programmano le nascite distanziandole opportunamente. Questo è sicuramente il primo grande fattore di una maternità sana e consapevole”.

Save the Children sottolinea la necessità di investire nella formazione e aggiornamento di operatori sanitari, soprattutto quelli che operano sul campo: si stima che, oltre a strutture, strumentazioni e trattamenti a basso costo per prevenire complicazioni e morti premature, occorrano almeno 5 milioni di specialisti per rispondere alle esigenze delle comunità. Terapie per prevenire e curare infezioni durante la gravidanza, l’uso di sistemi di intubazione per aiutare i bambini a respirare, disinfettanti per la pulizia del cordone ombelicale, l’immediato trattamento delle infezioni neonatali e operatori in grado di fornire alle madri informazioni di base sull’importanza dell’igiene, dell’accoglienza del neonato e dell’allattamento al seno sono accorgimenti che se incrementati potrebbero prevenire la morte di oltre tre neonati su quattro.

Per riuscire a raggiungere gli obiettivi concordati a livello internazionale e ridurre la mortalità materna e infantile nel mondo, l’Organizzazione chiede un ulteriore sforzo in termini di sviluppo di sistemi sanitari e di cura. In molti paesi dove la maggior parte dei finanziamenti per il sistema sanitario derivano dai bilanci nazionali, gli investimenti nella salute dovrebbero essere incrementati. In particolare quelli relativi alla tutela delle mamme, dei neonati e della salute dei bambini. E dove è necessario, per evitare che l’accesso alle cure venga impedito, si suggerisce di adottare misure affinché non si debba ricorrere al pagamento in forma diretta. I paesi in via di sviluppo dovrebbero creare propri piani per individuare e implementare le soluzioni che meglio si adattano al proprio sistema sanitario e evitare morti prevenibili delle mamme e dei loro neonati. I leader mondiali dovrebbero impegnarsi per combattere le disuguaglianze di genere e la malnutrizione nelle madri, fattori che incidono fortemente sulla mortalità precoce dei neonati.

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