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L’illegittimità del debito è ancora più evidente se si è donna - [IFE Italia]
IFE Italia

L’illegittimità del debito è ancora più evidente se si è donna

di Christine Vanden Daelen – CADTM (Comitè pour l’Annulation de la Dette du Tiers Monde)
giovedì 17 aprile 2014

Riceviamo dalla newsletter della CADTM e volentieri pubblichiamo.

Fonte:http://cadtm.org/

Traduzione dal francese a cura di IFE Italia

Perdita di lavoro e di reddito per le donne

La funzione pubblica è nel mirino delle politiche europee di austerità. Soppressioni di posti di lavoro, blocco e/o diminuzione dei salari costituiscono le variabili degli aggiustamenti preferiti dalle politiche imposte in nome del debito. Ora, poichè all’interno dell’Unione Europea (UE) il 69,2% dei lavoratori della funzione pubblica sono donne , queste misure hanno un effetto sproporzionato sul loro lavoro e sul loro reddito. Di più, considerando che nel pubblico impiego restano ancora alcuni importanti istituti quali i congedi parentali pagati, politiche di conciliazione fra vita privata e vita professionale, salari femminili superiori rispetto a quelli del settore privato, si può capire meglio come le drastiche misure applicate al settore pubblico sono per le donne sinonimo di precarizzazione del loro lavoro e di perdita secca di salario.

A titolo di esempio, l’Irlanda, paese dove il tasso di occupazione femminile fra i funzionari pubblici è il più alto in Europa (71,1%) sono stati soppressi 24.750 posti pubblici, le nuove assunzioni sono bloccate e i salari sono stati ridotti dal 5 al 15%. In Gran Bretagna, paese dove le donne compongono circa il 64,65% dei lavoratori del settore pubblico, è prevista la soppressione di 710.000 posti di funzionari pubblici da qui al 2017. A questi drastici licenziamenti va aggiunto il congelamento, dal 2010, dei salari superiori a 21.000 € all’anno. La Lettonia che vede il 64,7% di manodopera femminile nel settore pubblico ha ridotto del 20% il numero dei funzionari dell’amministrazione centrale ed ha abbassato del 20% i salari. Gli insegnanti, l’80% dei quali sono donne, ricevono salari inferiori del 30% rispetto a quelli percepiti nel 2008.

Pensioni sempre più leggere per le donne

La pensione costituisce un fattore di diseguglianza fra donne ed uomini. In Europa le pensionate sono, in media, il 39% di meno dei loro omologhi maschili. Questo scarto si spiega tenendo in conto la struttura ineguale del mercato del lavoro : le donne prendono un salario inferiore a quello degli uomini, la loro carriera personale non è lineare perchè fatta di lavori a tempo parziale, irregolari, atipici ed informali molto spesso caratterizzati da intervalli dovuti a ragioni familiari. Carriere non lineari significano pensioni dimezzatre rispetto a quelle degli uomini. Così tutti gli attacchi contro le pensioni condotti dalle politiche di austerità ( che si muovono fra l’abbassamento o il congelamento delle pensioni e l’innalzamento del limite d’età per poter accedere al pensionamento, in particolare nei Paesi dove esistevano differenze) che sono spesso associate ad un allungamento della durata del tempo necessario a poter disporre di una pensione piena, toccano in primo luogo le donne.

In Germania, dove le donne percepiscono pensione inferiori al 44% di quelle degli uomini, l’ammontare delle pensioni è congelato dal 2011. Se le donne austriache (paese in cui il pensionamento delle donne è del 34% inferiore a quello degli uomini) potevano andare in pensione a 57 anni oggi devono attendere fino ai 60. Dal 2012 in Italia (laddove la pensione delle donne è inferiore del 31% a quella degli uomini) le donne sono costrette a lavorare fino ai 65 anni di età. In Romania l’età pensionabile per le donne è passata da 57 a 63 anni mentre l’ammontare delle pensioni si è ridotto del 15%. Le pensionate quindi diventano inesorabilmente uno dei gruppi più esposti al rischio di povertà. Il 22% di loro vive sotto la soglia di povertà. Benchè abbiano lavorato tutta la vita, alcune di loro subiscono l’inferno di una vecchiaia di povertà.

Le donne nel cuore della distruzione dei sistemi pubblici di protezione sociale

In tutta Europa in nome dei risparmi imposti dalla gestione del debito, i bilanci destinati ai servizi pubblici di protezione sociale subiscono tagli draconiani : diminuzione dei contributi per la disoccupazione, dei contributi sociali, degli aiuti alle famiglie, dei contributi per la maternità, del sostegno alle persone non autosufficienti, ecc. Questi tagli colpiscono in particolare le donne perchè essendo costrette a svolgere ruoli gratuiti di supplenza all’interno della famiglia sono più precarie dal punto di vista finanziario e quindi dipendono più che gli uomini dai contributi sociali erogati dallo Stato. A causa del fatto che il reddito delle donne è costituito molto di più che quello degli uomini da contributi sociali, sono proprio le donne che patiscono di più, nella loro vita quotidiana, gli effetti della diminuzione di questi contributi. I gruppi sociali più vulnerabili sono le madri singles, le donne anziane e le migranti.

In Gran Bretagna per esempio, il sostegno sanitario durante la gravidanza, i contributi alle famiglie, i crediti di imposta per la nascita di un figlio sono stati ridotti o congelati. Altre riduzioni, come per esempio quella relativa all’aiuto per il pagamento dell’affitto, colpiscono le donne in modo sproporzionato perchè queste misure hanno riguardato soprattutto queste ultime. Una ricerca commissionata dal sindacato inglese TUC ha rilevato che a causa di queste misure le madri singles hanno perso una cifra netta pari al 18% del loro reddito. In Germania i contributi per la maternità ed i congedi parentali sono diminuti mentre il contributo parentale di 300 € distribuito in passato alle ed ai disoccupati di lunga durata è stato soppresso. In Portogallo i contributi per la maternità ed i congedi parentali sono stati molto ridotti. Sono state cancellate le penalizzazioni relative al non rispetto del diritto delle donne incinta ad ottenere un contributo ed il congedo per maternità così come il sostegno alle cure per i bambini portatori di handicap ha subito un taglio del 30%.

Dallo « Stato Sociale » alla « Madre Sociale »

Le politiche di austerità sono un vero e proprio attacco contro i servizi pubblici : servizi sociali, sanità, educazione, energia, rasporti, infrastrutture …. Tutto è messo in discussione ! Riduzioni, soppressioni ed aumenti considerevoli dei costi per le e gli utenti dei servizi. Le donne sone quelle che usano maggiormente questi servizi : la loro partecipazione al mercato del lavoro dipende dalla presenza di servizi per l’infanzia ; devono ricorrere più frequentemente alle cure sanitarie sia per loro stesse (viste ginecologiche legate ad una gravidanza, alla maternità ed anche al prolungamento della vita,…) che per i loro famigliari ; utilizzano maggiormente i trasporti pubblici, … Servizi pubblici di qualità, in numero sufficente e con tariffe abbordabili, costituiscono per le donne strumenti ineludibili di eguaglianza fra i sessi, di autonomia economica e quindi in prospettiva, di emancipazione. La distruzione dei servizi pubblici fa si che la famiglia (cioè il lavoro gratuito delle donne) sia costretta a sostituirsi allo Stato nel garantire in forma privata gli obblighi sociali fondamentali che dovrebbero al contrario mantenere una dimensione pubblica. Ormai sono le donne che , attraverro l’aumento del loro lavoro gratuito ed invisibile, assicurano i livelli di cura, educazione, assistenza che il pubblico non eroga più. Le politiche di austerità, penalizzando il diritto delle donne ad un lavoro salariato ed obbligandole a ritornare nella sfera privata per reindossare il loro ruolo « tradizionale » di madre e sposa, sono potenti strumenti di trasmissione dell’ideologia patriarcale, conservatrice e sessista.

Ecco qualche esempio significativo sull’impatto di genere causato dai tagli nei servizi pubblici. In Francia dal 2001 al 2012 sono stati chiusi 144 reparti maternità. Globalmente in 35 anni i reparti maternità soppressi sono stati 800. Le scuole per l’infanzia pubbliche e gratuite rivolte ai bambini dai 2 anni in su sono state chiuse a vantaggio di strutture private e a pagamento. 180 centri per l’Interruzione

L’aumento del lavoro a tempo parziale delle donne

In tutti i paesi laddove le politiche di austerità sono all’opera, il tasso di lavoro parziale delle donne è aumentato. Poichè la chiusura dei servizi pubblici è sinonimo di aumento del lavoro domestico delle donne, alcune fra loro non hanno altra scelta, se non vogliono rinunciare ad una lavoro salariato, se non quella di accettare un lavoro a tempo parziale. Si fa notare che l’80% del tempo parziale è svolto da donne e che nel 2011 il 31.6% delle donne lavoravano a part-time contro l’8,1% degli uomini. Se ci fosse ancora bisogno di dimostrare fino a che punto la presenza di servizi pubblici accessibili e di qualità è primordiale per l’autonomia economica delle donne, sottolineamo che nel 2010, il 28,3% ( contro il 27,9% del 2009) di disoccupazione e di tempo parziale si può spiegare con la chiusura di servizi pubblici e che nel 2009 nell’UE il tasso di impiego delle donne con bambini piccoli è stato inferiore del 12,7% (nel 2008 era di 11,5%) rispetto alle donne senza figli.

L’insieme dei dati forniti in questo articolo attesta molto bene l’antinomia profonda che oppone le politiche d’austerità all’emancipazione delle donne. In tutto il continente europeo le donne pagano il prezzo più alto della gestione ideologica del debito, ovunque sono ostacolate e colpite nella loro vita quotidiana. Non è dunque un eufemismo dichiarare che l’illigettimità del debito è ancora più evidente quando si è una donna!

Versione in lingua originale:

L’illégitimité de la dette est encore plus criante lorsqu’on est une femme

di Christine Vanden Daelen – CADTM (Comitè pour l’Annulation de la Dette du Tiers Monde)

Des pertes d’emplois et de revenus nets pour les femmes

La fonction publique est dans la ligne de mire directe de l’Europe austéritaire. Suppression d’emplois publics, gel et/ou diminution des salaires des fonctionnaires constituent les variables d’ajustement favorites des politiques imposées au nom de la gestion de la dette. Or, comme au sein de l’Union européenne 69,2% |1| des travailleurs de la fonction publique sont des femmes, ces mesures ont un effet disproportionné sur leur emploi et revenus |2|. De plus, au vu des bonnes conditions de travail généralement en cours dans le secteur public, incluant congés-payés, possibilités de conciliation entre vie privée et vie professionnelle et des salaires féminins supérieurs à ceux pratiqués dans le privé, on mesure à quel point les coupes drastiques appliquées à la fonction publique sont synonymes pour les femmes de précarisation de leur emploi et de pertes salariales sèches |3|.

A titre d’exemples |4|, en Irlande, pays où le taux d’emploi féminin parmi les fonctionnaires est le plus élevé en Europe (71,1%), 24 750 emplois publics ont été supprimés, les embauches sont gelées et les salaires réduits de 5 et 15%. L’Angleterre, où les femmes composent pas moins de 64,65% des salarié-e-s du secteur public, prévoit quant à elle de supprimer 710 000 postes de fonctionnaires d’ici 2017. Il faut ajouter à ces licenciements drastiques le gel depuis 2010 des salaires des employé-e-s de la fonction publique gagnant plus de 21 000£/an (c’est-à-dire plus de 25 036€/an). La Lettonie, qui compte 64,7% de femmes dans la fonction publique, a réduit de 20% l’effectif des fonctionnaires de l’administration centrale et baissé de 20% les salaires. Les professeurs dont 80% sont des femmes touchent des salaires de 30% inférieurs à ceux pratiqués en 2008.

Des pensions toujours plus faibles pour les femmes

La retraite est un facteur d’inégalité hommes-femmes. En Europe, les retraitées touchent en moyenne 39% |5| de moins que leurs homologues masculins. Cet écart s’explique par un marché du travail structurellement inégalitaire : les femmes touchent généralement une rémunération inférieure à celles des hommes, leurs carrières professionnelles sont non linéaires faites d’emplois à temps partiels, irréguliers, atypiques voire informels et bien souvent ponctuées d’arrêts de travail, notamment pour raisons familiales. Or, qui dit carrières en dents de scie, dit pensions rabotées, discriminantes par rapport à celles des hommes. Ainsi, toutes les attaques contre le système de retraites au menu des plans d’austérité, allant de la baisse et/ou du gel des pensions à l’augmentation de l’âge de la retraite et à l’alignement de l’âge de départ à la retraite des femmes sur celui des hommes dans les pays où existe une différence, le tout parfois associé à un allongement des durées de cotisations nécessaires pour toucher une pension pleine, touchent les femmes en premier lieu.

En Allemagne, où les femmes touchent des retraites de 44% inférieures à celles des hommes, le montant des pensions est gelé depuis 2011. Si les femmes autrichiennes (dont la retraite est de 34% inférieure à celle des hommes) pouvaient toucher leur pension à 57 ans, elles doivent désormais, depuis cette année, attendre leurs 60 ans. En Italie (où la pension des femmes est de 31% inférieure à celles des hommes), elles sont contraintes depuis 2012 à continuer de travailler jusqu’à 65 ans. En Roumanie, l’âge de la retraite pour les femmes passe de 57 à 63 ans et les pensions sont réduites de 15%. Les retraitées deviennent inexorablement l’un des groupes les plus exposés au risque de pauvreté. Pas moins de 22% |6| d’entre elles vivent sous le seuil de pauvreté au sein de l’Union européenne. Alors qu’elles ont travaillé toute leur vie, certaines d’entre elles vivent l’enfer d’une vieillesse démunie.

Les femmes au cœur de la destruction de la protection sociale

Partout en Europe, au nom des économies à réaliser pour gérer la « crise de la dette », les budgets de protection sociale subissent des restrictions draconiennes : diminutions des allocations de chômage, des allocations sociales, des aides aux familles, des allocations de maternité, des prestations aux personnes dépendantes, etc. Ces coupes affectent particulièrement les femmes dans la mesure où parce qu’elles assument encore le rôle de responsables principales de la famille et sont souvent précaires financièrement, elles sont plus dépendantes des allocations sociales que les hommes. Du fait que les prestations et allocations sociales constituent une part non négligeable du revenu des femmes en comparaison avec les hommes |7|, ce sont elles qui sentent le plus douloureusement les effets de leur diminution dans leur vie de tous les jours. Les groupes les plus vulnérables sont les mères célibataires, les femmes âgées et les migrantes.

En Angleterre par exemple, la subvention de bonne santé pendant la grossesse, les allocations familiales, les crédits d’impôts liés à la naissance d’un enfant ont tous été réduits ou gelés. D’autres réductions, comme celle des aides au logement, touchent les femmes de façon disproportionnée, car davantage de femmes que d’hommes dépendent de ces prestations. Une étude commandée par le syndicat anglais TUC relève que suite à toutes ces mesures, les mères célibataires perdent pas moins de 18% de leurs revenus nets. En Allemagne, les allocations de maternité et du congé parental tout comme les allocations de chômage sont diminuées, et l’allocation parentale de 300 euros anciennement allouée aux chômeurs/euses de longue durée est carrément supprimée. Au Portugal, les allocations de maternité et du congé parental sont restreintes. L’instauration de pénalités pour non-respect du droit des femmes enceintes à une allocation et à un congé de maternité est reportée et l’allocation pour soins prodigués à un enfant handicapé coupée de 30%.

De l’État social à la « Mère sociale »

L’austérité est une attaque en règle contre les services publics : services sociaux, santé, éducation, énergie, transports, infrastructures… Tout y passe ! Tous sont réduits, supprimés ou leurs frais d’utilisation augmentent considérablement. Or, les femmes sont les premières usagères de ces services. Leur participation au marché du travail dépend de services à l’enfance accessibles, elles ont plus recours aux services de santé pour elles-mêmes (cf. soins gynécologiques, liés à la grossesse, à la maternité mais aussi à un temps de vie plus long…) ou pour leurs proches, elles utilisent plus les transports publics, etc. Des services collectifs de qualité, en nombre suffisant et abordables financièrement, constituent des leviers incontournables de l’égalité des sexes, de l’autonomie financière des femmes et, à terme, de leur émancipation. La destruction des services publics génère une véritable substitution des obligations fondamentales de l’État vers le privé et donc vers les femmes. Désormais, ce sont elles qui doivent, via une augmentation de leur travail gratuit et invisible, assurer les tâches de soins et d’éducation délaissées par la fonction publique |8|. Les politiques d’austérité, en pénalisant le droit à l’emploi rémunéré des femmes et en les obligeant à regagner la sphère privée pour y rendosser leur rôle dit « traditionnel » de mère et/ou d’épouse au foyer, sont de puissantes courroies de réactivation d’une idéologie patriarcale, conservatrice et sexiste.

Voici quelques illustrations signifiantes de l’impact genré des coupes dans les services publics. En France, 144 maternités ont cessé leur activité entre 2001 et 2012. Plus globalement en 35 ans, 800 maternités ont été supprimées. Les écoles maternelles publiques et gratuites pour les enfants à partir de 2 ans sont fermées au profit de « jardins d’éveil » privés et payants. 180 centres IVG ont disparu entre 2002 et 2012. Au Portugal, on assiste à une diminution du nombre de crèches couplée à des fermetures d’hôpitaux et de jardins d’enfants publics. La principale maternité de Lisbonne a été fermée, une autre également très importante à Coimbra est aussi menacée. Les investissements dans l’éducation publique sont passés de 5,7% à 3,9%, ce qui représente l’un des plus faibles taux au sein de l’UE. Le secteur des transports est privatisé. Après les coupes, en Roumanie, seulement 3,84% du budget public est alloué à la santé, le plus faible pourcentage de toute l’Europe. Les hôpitaux publics qui sont fermés sont remplacés par des institutions privées.

Le travail à temps partiel des femmes augmente

Dans tous les pays européens soumis à l’austérité la plus exacerbée, le taux de travail partiel des femmes a augmenté . Comme la perte de services publics est synonyme d’augmentation du travail domestique et de soins des femmes |9|, certaines d’entre elles n’ont pas d’autre choix que de soit diminuer leur temps de travail et dès lors, de basculer dans l’emploi à temps partiel, soit de renoncer à exercer un emploi rémunéré. Notons que 80% des temps partiels imposés sont effectués par des femmes et qu’en 2011, 31,6% des femmes travaillaient à temps partiel contre 8,1% pour les hommes |10|. S’il était encore nécessaire de démontrer à quel point des services publics de qualité et accessibles sont primordiaux pour l’autonomie économique des femmes, soulignons qu’en 2010, 28,3% du chômage et du temps partiel des femmes s’expliquait par le manque de services de garde contre 27,9 % en 2009 et qu’en Union européenne, le taux d’emploi des femmes ayant des enfants en bas âge était toujours en 2009 inférieur de 12,7% (contre 11,5% en 2008) à celui des femmes sans enfant |11|.

L’ensemble des données fournies par cet article atteste bien de l’antinomie profonde opposant politiques austéritaires et émancipation des femmes. Sur tout le continent européen, elles paient le prix le plus élevé de la gestion la crise de la dette, partout, elles sont frappées en toute priorité dans tous les aspects de leur vie. Ce n’est dès lors nullement un euphémisme que de déclarer que l’illégitimité de la dette est encore plus criante lorsqu’on est une femme!

Notes

1 European’s women Lobby, The price of the austerity - The impact on women’s rights and gender equality in Europe, octobre 2012, p. 4. 2 Notons que le taux d’emploi féminin est le plus élevé dans les services sociaux et la santé (78,4%) et dans l’éducation (71,5%). Ibid. 3 Les coupes salariales dans le secteur public menacent d’amenuiser les progrès faits (même modestes) dans la réduction de l’écart salarial entre les hommes et les femmes. En 2011, cet écart se monte à 16% en moyenne en Europe, voir : http://epp.eurostat.ec.europa.eu/st... 4 Les données fournies dans cet article proviennent essentiellement du Département de statistique de l’Organisation internationale du travail (OIT), d’ILO Statistics http://www.ilo.org et constituent un état partiel des lieux à la date de décembre 2013. 5 European Commission, « The Gender gap in pensions in the EU », 2013, p. 34 6 European Parliament, « Opinion draft on an agenda for adequate, safe and sustainable pensions », 19 décembre 2012. 7 En Angleterre, en moyenne un cinquième du revenu des femmes est composé de prestations d’aides sociales et d’exemptions de taxe en comparaison à un dixième pour les hommes. WDG, « A Gender Impact Assessement of the Coalition Government Budget », juin 2010. 8 Les femmes effectuent en moyenne 4 heures de travail domestique et de soins aux enfants, aux personnes âgées ou handicapées en plus que leurs homologues masculins. Voir Campanha feminista anti-austeritaria, « For an inclusion of gender perspective in a citizen audit to the public debt », Lisbonne, 19 janvier 2012. Cette inégalité dans l’emploi du temps est l’expression de la persistance des stéréotypes sexistes de l’« homme gagne-pain » et de la « femme au foyer ». 9 Le travail domestique représente 33% du PIB des pays membres de l’OCDE. Cf. Parlement européen, « Les répercussions de la crise économique sur l’égalité entre les hommes et les femmes et sur les droits des femmes », résolution du 12 mars 2013.

10| Op. Cit.

|11| Ibid.

|12| http://kilm.ilo.org/2011/Installati...


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