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Figli d'America : tempo scaduto - [IFE Italia]
IFE Italia

Figli d’America : tempo scaduto

Di Fondazione Franceschi
venerdì 20 marzo 2015

NEW YORK Il 70 per cento dei ragazzi americani con padre e madre poco istruiti cresce in famiglie nelle quali c’è un solo genitore. Solo il 10 per cento dei figli di coniugi laureati, invece, si trova in questa condizione. Redditi troppo bassi non significano soltanto un tenore di vita più modesto, sopra o sotto la soglia di povertà: le forti diseguaglianze producono anche disgregazione delle famiglie, istruzione inadeguata, solitudine dei giovani che non vengono seguiti adeguatamente né aiutati a fare le scelte giuste. Una degenerazione del tessuto sociale che si è manifestata gradualmente e ora è diventata emergenza: nell’America degli anni Sessanta del Novecento le famiglie ad alta e bassa scolarizzazione avevano più o meno la stessa struttura, ora tutto è cambiato. Dopo la denuncia dell’impatto economico della polarizzazione dei redditi fatta un anno fa da Thomas Piketty, un economista francese, nel suo Capitale , ora arriva quella di Robert Putnam sull’impatto sociale dell’impoverimento delle classi sociali che hanno perso terreno sotto la pressione della deindustrializzazione, dei processi di automazione, della globalizzazione.

Our Kids , il nuovo saggio dello scienziato politico di Harvard è uscito da appena due giorni ma fa già discutere, anche per il senso di urgenza che cerca di imprimere alle discussioni su una crisi finita da tempo sul tavolo della politica, ma che fin qui non ha trovato risposte. E invece, incalza Putnam, non si può aspettare che venga completato l’esame scientifico dei fenomeni sociali in atto. Ci vorranno anni, mentre qui bisogna agire subito, altrimenti diventerà troppo tardi, come per il «climate change»: ghiacciai svaniti, livello dei mari in crescita, alluvioni senza precedenti e città semisommerse durante gli uragani, mentre si continua a discutere della natura dei mutamenti climatici e dell’impatto dell’uomo sull’ambiente.

Quindici anni fa con Bowling Alone , potente denuncia dell’impoverimento del «capitale sociale» di un Paese che stava perdendo il suo tessuto associativo e nel quale aumentava l’isolamento dei singoli e dei gruppi, Putnam scosse la coscienza dell’America. Si mosse perfino Bill Clinton che lo chiamò alla Casa Bianca per discutere dei possibili rimedi. Stavolta Putnam, che col suo appassionato saggio sul futuro dei nostri figli spera di incidere sulla campagna per le Presidenziali 2016, si è mosso in anticipo. È stato consultato più volte da Barack Obama (che ha usato le tesi del politologo in alcun suoi discorsi sulla giustizia sociale), ha discusso con Paul Ryan, un leader conservatore molto attento alle questioni sociali anche se nemico dell’aumento della spesa pubblica, mentre il candidato repubblicano alla Casa Bianca Jeb Bush ha voluto vedere il libro in anteprima. Anche il team economico di Hillary Clinton ha incontrato Putnam più di una volta. Quello del professore di Harvard è un saggio scientifico: 284 pagine di testo zeppe di grafici più cento pagine di note. Ma Putnam ha una capacità unica di coinvolgere il lettore con le sue descrizioni delle trasformazioni sociali delle realtà che ha studiato o che conosce meglio, come quella della sua Port Clinton in Ohio. E riesce a trasformare i grafici in creature viventi che raccontano i percorsi divergenti fatti dalla spesa per i figli nelle famiglie più o meno agiate o quelli dalle madri laureate e non nella ricerca di un impiego e nella capacità di continuare a dedicare parte del tempo alla cura dei figli. Dietro le statistiche, poi, ci sono le storie: Putnam racconta di ragazzi cresciuti senza guida in famiglie povere, progressivamente devastate dall’apatia, dalla droga, dagli abbandoni del tetto coniugale, mentre scuole e quartieri, che ancora qualche decennio fa erano luoghi di rapporti interclassisti e di riequilibrio sociale, sono sempre più comunità chiuse di una segregazione che non è più solo razziale ma anche sociale: passa attraverso il reddito e l’istruzione e, oltre ai neri e gli ispanici, colpisce ormai anche i ragazzi bianchi, figli delle famiglie del ceto medio impoverito.

Oltre a far discutere, Our Kids è destinato a suscitare critiche. Ad esempio per la sua scelta di rimettere il tema delle classi sociali al centro del dibattito in un Paese che si era illuso di essere privo di divisioni di questo tipo. E poi perché, in qualche modo, accantona la questione razziale. Lo storico Francis Fukuyama ha notato sul «Financial Times» che, leggendo il libro, ci si rende conto che le famiglie degli afroamericani sono state come il canarino nella miniera di carbone: il declino sociale dei loro quartieri nelle città Usa degli Anni 70 e 80 del secolo scorso è ora seguito, più di recente, da quello delle famiglie del proletariato bianco.

Il limite del lavoro di Putnam sta nelle conclusioni. La ricetta proposta dal politologo non è particolarmente originale: più investimenti sociali nella cura dell’infanzia, una riforma della giustizia criminale che riduca le pene detentive per i reati minori in modo da lasciare a casa un numero maggiore di padri, scuole migliori e più attività gratuite per il doposcuola oltre, ovviamente, alle azioni necessarie per favorire un aumento dei redditi minimi. Lo studioso non entra nel merito dei comportamenti politici che hanno portato alla situazione attuale e questo suscita le critiche dei liberal, irritati perché Putnam non mette sotto accusa esplicitamente il «darwinismo sociale» dei conservatori e le politiche fiscali di Bush che hanno favorito l’eccessiva polarizzazione nella distribuzione dei redditi.

Putnam forse non lo ha fatto perché non voleva perdere la possibilità di influenzare, in vista delle elezioni presidenziali, anche una destra che è, sì, antistatalista, ma che ormai è anch’essa seriamente preoccupata per l’impoverimento di gran parte della società. Comunque, tattiche politiche a parte, Putnam cerca di spostare la discussione dal terreno economico del trasferimento del reddito, che pure è necessario, a quello delle regole sociali e dei comportamenti etici. Un terreno che piace a conservatori «illuminati» come David Brooks, che vede nel libro di Putnam un’occasione per spostare la discussione sulla rinascita del ceto medio dal terreno degli sgravi fiscali a quello della ricostruzione delle regole sociali sulle quali deve basarsi l’organizzazione di una famiglia capace di far progredire i suoi figli. Un «vocabolario morale» che, secondo Brooks, non dipende solo dalla consistenza della busta paga e dal benessere materiale.


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