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Al riparo dalla tempesta. - [IFE Italia]
IFE Italia

Al riparo dalla tempesta.

di Sara Ficocelli
domenica 27 dicembre 2015

Come vivono le donne più povere del mondo.

tratto da : http://www.repubblica.it/solidariet...

Immagine: dipinto di Peluzza da Volpedo.

Calpestate, messe all’angolo, private dei fondamentali diritti umani. Ridotte alla fame, picchiate, stuprate, costrette ad allevare troppi figli con troppi pochi mezzi a disposizione, sia economici che culturali. Umiliate. Costrette a rinunciare alla vita. Ma troppo forti per mollare. Sono le donne nate e cresciute negli angoli più poveri del mondo, testimoni silenziose della nostra indifferenza. Ben 26 milioni, questo il loro numero: una fetta enorme di popolazione abbandonata a sé stessa da chi avrebbe il potere di cambiare le cose in meglio, con la complicità dei rappresentanti dell’altra faccia della luna, quella più luminosa, quella fortunata.

Il rapporto Unfpa. E’ a queste donne e al loro sorriso spezzato che è dedicato l’ultimo rapporto dell’Unfpa (Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione), un’indagine fondamentale per capire in che situazione versano adulte e adolescenti nate e cresciute nelle aree più povere del mondo. Lanciato in Italia da Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo), il report è stato presentato in contemporanea mondiale il 3 dicembre 2015 a Roma, in sala stampa estera, da Giampaolo Cantini, direttore generale per la cooperazione allo sviluppo, Maria Grazia Panunzi, presidente Aidos, Giulia Vallese, rappresentante Unfpa in Nepal, Carlotta Sami, portavoce Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), con il coordinamento di Carlo Ciavoni, giornalista de La Repubblica.

Ogni violenza è una violenza di troppo. "Durante una crisi umanitaria - spiega Vallese, rappresentante Unfpa in Nepal - donne e ragazze continuano a rimanere incinta, ad avere bisogno di pianificazione familiare per prevenire gravidanze indesiderate, ad avere bisogno di essere protette da violenze di ogni tipo, ad avere bisogno di servizi igienici come gli assorbenti (esigenze di base troppo spesso dimenticate). Le violenze contro le donne aumentano in situazioni di emergenza, e la maggior parte delle morti per parto (tre quinti del totale) avviene in Paesi in situazione di crisi umanitaria. Ogni violenza è una violenza di troppo".

Le responsabilità dei Paesi più ricchi. Ma quali sono le scommesse che i Paesi più ricchi e sviluppati sono chiamati ad affrontare, in nome di una maggiore giustizia sociale? Secondo la rappresentante Unfpa, bisogna innanzitutto spendere di più nella prevenzione. Al giorno d’oggi, solo cinque centesimi di dollaro vengono spesi per essere più preparati ad affrontare eventuali situazioni di crisi. Il resto viene investito per rispondere alle emergenze o nella ricostruzione. "Bisogna riconoscere e rispondere ai bisogni specifici di donne e ragazze fin da subito - continua Vallese - e non quando è ormai troppo tardi, quando già si sono verificate morti per il parto o dopo un aumento delle violenze sessuali, del traffico di esseri umani o dei matrimoni precoci. La nuova agenda di sviluppo prevede di lavorare da qui al 2030 attraverso nuovi obiettivi sostenibili, finalizzati a un cambiamento complessivo che preveda la riduzione della povertà, il raggiungimento di un mondo più equo, della parità di genere e dell’empowerment femminile".

I conflitti interni. Tra il 2013 e il 2014, secondo il dati del Global Peace Index Report del 2015, 78 Paesi sono diventati più violenti e instabili, situazione data principalmente dalla realtà socio-politica del Medio Oriente e del Nord Africa, dove sono aumentati i conflitti interni e le azioni di gruppi islamisti estremisti. Questa regione del mondo è attualmente la più violenta in assoluto, tanto da aver superato, da questo punto di vista, l’Asia del sud, incluso l’Afganistan. "Ma situazioni di instabilità si registrano anche in Sud America, dove sono in aumento criminalità e scontento popolare. Per il momento l’Europa occidentale rimane la regione più pacifica del mondo, con, ai primi posti, Islanda, Danimarca e Austria. L’Italia in classifica è 36esima", precisa l’esperta.

A pagare sono sempre i più deboli. Nei Paesi ad alto reddito si verificano il 56 per cento di tutti i disastri, ma si registrano solo il 32 per cento dei decessi; mentre in quelli con il reddito più basso avvengono il 44 per cento dei disastri con il 68 per cento delle morti. Il report spiega anche perché a pagare siano sempre i più deboli. "Faccio l’esempio del caso Ebola - continua Vallese - che ha colpito Paesi già massacrati da anni di conflitti e tensioni interne, o da catastrofi naturali. Quando il virus ha colpito, Liberia e Sierra Leone disponevano soltanto del 10-20 per cento del personale sanitario necessario ad affrontare il problema e la cosa ha aggravato la situazione. Cosa voglio dire? Ci sono aree del mondo che già versano in situazioni di fragilità, aggravate da situazioni di crisi. E’ per questo che troppo spesso l’unica soluzione è fuggire e diventare rifugiati, ovvero persone che, come spiega il rapporto, sono destinate in media a rimanere vent’anni lontane dalla propria casa. In un mondo come quello attuale, dove si spende più in armi che in salute e istruzione, le responsabilità sono di tutti, soprattutto di quei Paesi che stanno meglio economicamente e politicamente".

La questione dei rifugiati. Secondo il rapporto, oggi ci sono 59,5 milioni di persone sfollate a causa di conflitti, il numero più alto dalla fine della seconda guerra mondiale. La tempesta in cui ci troviamo, fatta di conflitti e disastri ambientali dovuti ai cambiamenti climatici, non è però l’unica protagonista del rapporto Unfpa: la nostra attenzione deve infatti prima di tutto focalizzarsi sul rifugio da costruire, che non si basi più su una risposta immediata all’emergenza ma che costruisca pratiche e politiche a lungo termine, capaci di favorire la resilienza e la capacità di ricostruzione degli individui e dei popoli. "Tutto questo - conclude Vallese - passa anche attraverso l’uguaglianza di genere, l’empowerment delle donne. Non è un caso che la gender equality sia considerata un target a sé stante, trasversale a tutti gli obiettivi di sviluppo sostenibile".


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