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QUESTA CRISI STA ACCENTUANDO LE DISEGUAGLIANZE DI GENERE - [IFE Italia]
IFE Italia

QUESTA CRISI STA ACCENTUANDO LE DISEGUAGLIANZE DI GENERE

di Anita Giuriato e Nicoletta Pirotta
giovedì 2 dicembre 2010 par ifeitalia

Il processo di globalizzazione neoliberista che ha fornito i necessari fondamenti teorici alle scelte economiche e politiche degli ultimi trent’anni ha influenzato in modo ineguale le condizioni materiali e simboliche delle donne e degli uomini.

L’attuale crisi di tale modello rischia di produrre ulteriore diseguaglianza. Sono state formulate tante interpretazioni sul modello neoliberista , sulla crisi attuale e sui suoi possibili esiti. Tuttavia, il dibattito corrente sembra trascurare la struttura sociale di genere, cioè non considera le persistenti diseguaglianze tra donne e uomini generate dall’intreccio dei due sistemi di potere dominanti : il patriarcato e il capitalismo. Una delle condizioni per evitare analisi e proposte errate o parziali è quella di non rimuovere il conflitto svelando i rapporti di potere che si celano sia nella dimensione del genere che in quella della classe. In questo articolo proveremo ad analizzare la situazione cercando di evidenziare, se ne saremo capaci, intrecci, sinergie, contraddizioni fra sistemi di potere in modo da evitare sia il misconoscimento della dominazione “sessuale” sia la sua separazione da tutte le altre forme di dominazione.

Il modello economico e sociale neoliberista degli ultimi trent’anni si è fondato sulla costruzione del “mercato globale” caratterizzato dalla frammentazione dei luoghi di lavoro e delle filiere produttive, dal raddoppio della forza lavoro (in particolare femminile), dalla precarizzazione del lavoro , dalla forte competizione intercapitalista con il conseguente dumping sociale, dalla finanziarizzazione dell’economia, dallo svuotamento dei diritti al e del lavoro e dalla decostruzione dei sistemi pubblici di protezione sociale . Tale modello ha influenzato in modo ineguale l’occupazione femminile e maschile. In ogni parte del mondo l’ occupazione femminile è aumentata progressivamente e in modo consistente, (anche se non sufficiente a colmare il gap presistente così come dimostra il rapporto della “Commissione Europea sulla parità” del 2008 secondo il quale l’occupazione femminile in Europa sta ancora, al di sotto del 15% rispetto a quella maschile ). Il Rapporto dell’Osservatorio internazionale sul lavoro (Ilo) indica che il tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro è aumentato dal 50,2 al 51,7% fra il 1980 e il 2008 (+1,5%), mentre il tasso maschile è diminuito passando dall’82 al 77,7%. Di conseguenza, il divario di genere nei tassi di partecipazione alla forza lavoro è sceso da 32 a 26 punti percentuali. Gli incrementi nella partecipazione femminile si sono registrati pressoché in tutte le regioni del mondo, in particolare in America Latina e Caraibi. I più importanti risultati in termini di numero di donne economicamente attive si sono registrati negli anni ’80 e primi anni ’90. Allo stesso tempo, la percentuale di donne impiegate in lavori salariati e stipendiati è cresciuta dal 42,8 per cento del 1999 al 47,3 % del 2009, e la quota di donne impiegate in occupazioni “vulnerabili” è diminuita dal 55,9 al 51,2% Il prezzo pagato dal genere femminile è stato, però, alto: per poter le donne lavorare hanno dovuto continuamente adattarsi alle necessità e alle condizioni posti dal capitale: flessibilità, precarietà, sfruttamento. Il modello liberista ha dunque favorito un processo di femminilizzazione del lavoro inteso sia come aumento quantitativo di manodopera femminile che come generalizzazione delle modalità di accesso e di permanenza al lavoro storicamente prerogativa delle donne (flessibilità, precarietà, part-time,…). Da questo punto di vista possiamo dire che l’aumento di manodopera femminile è stato utilizzato come strumento di precarizzazione complessiva dei rapporti di lavoro ( non a caso è stata prima di tutto la forza di lavoro femminile ad essere investita dalle molteplici “moderne” forme di precarietà occupazionale: dall’assunzione a tempo determinato, al lavoro a domicilio e in affitto, al telelavoro...). Una giovane studente universitaria qualche anno fa durante un’assemblea in un Ateneo romano, stigmatizzò efficacemente questa situazione sostenendo che le donne non sono seconde in tutto perché nel lavoro precario esse sono ormai diventate le prime! L’aumento di manodopera femminile non ha per nulla scalfito antiche disuguaglianze. Le donne continuano ad essere meno pagate degli uomini, svolgono mansioni perlopiù esecutive, difficilmente sono inserite nelle èquipe dirigenziali ( in Europa, per esempio, a parità di prestazione lavorativa i salari delle donne sono inferiori di oltre il 15% rispetto a quelli maschili e solo il 32% delle donne sono manager nonostante abbiano occupato il 75% dei nuovi impieghi creati negli ultimi 5 anni). In larga misura ciò è dovuto al fatto che l’intensità della competizione globalizzata ha privilegiato soggetti privi di altre preoccupazioni se non quelle legate alla carriera, che non partoriscono e che possono permettersi il lusso di non prendersi cura nemmeno di loro stessi perché qualcun’altra lo fa per loro. Le condizioni materiali in cui il lavoro viene offerto fa sì che per le giovani generazioni il lavoro è la questione che inquieta di più. Un’intera generazione è costretta ad una continua ricerca di occupazione tanto da non potersi …occupare di altro. “Per la generazione di mia madre” ci ha detto una giovane donna, lavoratrice precaria in un’agenzia di vendite porta a porta, “il lavoro è stata la soluzione di un problema. Per me è il lavoro a rappresentare il problema!”

Per tutte queste ragioni , dall’angolo di visuale di genere, il processo di femminilizzazione del lavoro così come si è caratterizzato all’interno della globalizzazione neoliberista appare un fenomeno contraddittorio: se da una parte produce fatica, sfruttamento, ricatto, precarizzazione dall’altra consente di rompere, ,in particolare al sud del mondo, antiche segregazioni, scardinare dipendenze totali, attivizzare sul piano sindacale, sociale e politico moltissime donne, mettere in crisi le strutture più soffocanti del patriarcato Accadde più o meno la stessa cosa in occidente all’epoca della rivoluzione industriale, quando il considerevole ingresso delle donne nel mondo del lavoro consentì la messa in discussione dei rapporti tradizionali fra i sessi, svelò la natura sessista della nostra società e identificò la struttura di potere del sistema patriarcale. Una struttura che si fonda su uno schema che agisce sia nella vita sociale che in quella privata: le donne hanno meno diritti e meno opportunità degli uomini perché considerate secondo sesso (secondo la brillante definizione di Simone de Beauvoir). L’ingresso delle donne nel mondo del lavoro incrina, dunque, la divisione sessuata del lavoro: il privato alle donne, il pubblico all’uomo, la produzione all’uomo la riproduzione sociale alle donne. Quindi pur se in modo contraddittorio, il lavoro salariato ed esterno alla famiglia determina un processo d’emancipazione femminile che favorisce l’ autonomia personale ed economica delle donne consentendo lo svelamento delle gerarchie di potere che agiscono nella relazione uomo-donna, nel corpo sociale e nei rapporti di produzione.

Continuando ad analizzare i dati con uno sguardo di genere si colgono ulteriori e sostanziosi intrecci. Il tasso di occupazione femminile , in Europa, nella fascia 20/49 anni scende dal 75,4% al 61,1% nel caso di donne con figli. Le donne con bambini quindi lavorano meno (-11,5 punti percentuali) di quelle che non ne hanno, mentre gli uomini che sono padri lavorano più di quelli che non lo sono (+6,8 punti). Le donne che svolgono un lavoro part - time hanno figli nel 23% dei casi contro il 15,9% di quelle che non ne hanno. Ai fini del nostro ragionamento è interessante sottolineare il forte incremento di lavoro part-time : nel 1992, il 14,2% dell’intera popolazione attiva dell’UE si è auto definito lavoratore part-time; nel 2002, questa cifra ha raggiunto il 18,1%. Mentre gli uomini occupati a tempo parziale sono appena il 6,6%, la percentuale riferita alle donne è del 33,5% (dati relativi al 2002 )Inoltre, in una dinamica temporale il lavoro part-time è aumentato di più tra le donne dell’UE rispetto agli uomini, con un aumento del 4,7 punti percentuale nei 10 anni rispetto ad un aumento di 2,4 punti percentuale degli uomini. Indagini italiane recenti (CGIL Lombardia. ISTAT,…) dimostrano che solo 1/3 delle donne che lavorano a tempo parziale lo ha scelto per davvero , un altro terzo dichiara che ha dovuto accettarlo non trovando nulla di diverso e un altro terzo ammette di doverlo fare per poter continuare a svolgere quei lavori di cura e di riproduzione sociale che, a causa di una diseguale suddivisione fra generi, pesano ancora quasi esclusivamente sulle spalle delle donne.

Dal lato dell’offerta, quindi la difficoltà di conciliare lavoro e famiglia spinge, spesso, le donne a rinunciare in parte o del tutto al lavoro salariato. (A meno che , se ce lo si può permettere, non si utilizzi il lavoro di altre donne, quasi sempre immigrate, con la conseguenza che l’emancipazione femminile si svuota del suo carattere conflittuale fra generi per trasformarsi in una “faccenda di donne”) Il risultato è che, a causa di un improprio carico di lavoro domestico le donne partecipano in modo più saltuario degli uomini al mercato del lavoro, potendo coltivare poche speranze di carriera e con un futuro previdenziale molto fosco. L’assenza di un’equa possibilità di conciliare vita famigliare e professionali costringe dunque molte donne a uscire dal mondo del lavoro. La relazione tra produzione e “riproduzione sociale” (intendiamo con questo termine tutti quei lavori necessari alla sopravvivenza ed al benessere della specie umana che in quanto necessari non sono surrogabili: il cibo cotto, i vestiti puliti, l’accudimento dei piccoli ) è quindi particolarmente squilibrata per la presenza di forti carichi di lavoro domestico svolti dalle donne, per gli alti tassi di precarizzazione dell’ attività femminili, per una rete di servizi sociali pubblici tuttora inadeguata, per la mancanza di un sistema di ammortizzatori sociali capace di considerare in modo appropriato le numerose situazioni contrattuali e la discontinuità del lavoro femminile.

La crisi economica e finanziaria che ha investito tutta l’Europa interviene significativamente sul quadro sin qui descritto. La disoccupazione ha ormai superato il 10% della forza lavoro producendo un aumento esponenziale delle persone a rischio di povertà. Nel 2007, il tasso di rischio di povertà delle donne (17%) superava quello degli uomini (15%); inoltre, il divario era particolarmente marcato tra le persone anziane (22% delle donne rispetto al 17% degli uomini) e le famiglie monoparentali (34%). È molto probabile che la crisi acuirà tali condizioni di disparità.

L’Ilo stima che il tasso globale di disoccupazione femminile è aumentato dal 6% nel 2007 al 7% del 2009, poco più del tasso maschile che ha registrato un aumento dal 5,5 al 6,3%. Nel 2009, il tasso di disoccupazione femminile era più elevato di quello maschile in sette delle nove regioni, e in Medio Oriente e Nord Africa la differenza ha raggiunto anche i 7 punti percentuali. Il Rapporto afferma inoltre che, sebbene l’impatto della crisi in termini di perdita dei posti di lavoro sia stato uguale per i lavoratori e le lavoratrici, le conseguenze in termini di pari opportunità devono ancora manifestarsi. Le precedenti crisi hanno insegnato che le donne che perdono il lavoro hanno più difficoltà a trovarne un altro al momento dell’eventuale ripresa economica.

Le misure anticrisi che stanno per essere prese nei singoli Paesi su indicazione della Commissione Europea agiscono soprattutto sul pareggio del bilancio pubblico e su un applicazione ancor più rigida dei parametri di Maastricht, producendo una stretta fiscale che colpirà i sistemi pubblici di protezione sociale. Sistemi pubblici che, seppur in modo contraddittorio, avevano comunque alluso ad una possibile socializzazione dei lavori di cura, al valore sociale della maternità e dunque ad una concreta “esigibilità” del diritto all’ eguaglianza.

Con molta probabilità assisteremo ad ulteriori e più consistenti tagli ai servizi pubblici (nascosti sotto il richiamo all’attivazione delle risorse delle comunità locali e alla responsabilizzazione di ciascuno di noi), comportando ulteriori difficoltà nella conciliazione e, conseguentemente, un aumento del lavoro di cura e di riproduzione sociale (si veda a questo proposito l’articolo di Vertova/Vincenti “La ricetta anticrisi:tassare rendite e patrimoni, lotta all’evasione per la forza lavoro femminile”). Si verrebbe così a creare una situazione paradossale con poco lavoro pagato a disposizione di tutti e di tutte, e tanto lavoro domestico a carico prevalentemente delle donne. Inoltre, il settore pubblico non è importante solo per l’offerta di servizi ma anche come fonte di occupazione femminile. La stretta fiscale potrebbe significare per le donne una considerevole contrazione di questa possibilità di occupazione. Se non si ha consapevolezza dell’intreccio fra lavoro produttivo e “riproduzione sociale” si rischia di non comprendere appieno la natura della crisi attuale o, peggio, di consentire che venga utilizzata per riaffermare un “ordine gerarchico”, di genere e di classe, sia nei rapporti produttivi che in quelli sociali . Un “ordine gerarchico” che contribuirebbe a svuotare del tutto il principio di eguaglianza (che noi intendiamo come una condizione indispensabile per il riconoscimento delle differenze, nel senso che solo l’intreccio eguaglianza/differenza può evitare sia un’acritica omologazione al modello maschile sia il differenzialismo autoescludente di certe teorie femministe). Le ricadute sull’assetto democratico sono evidenti : la democrazia senza eguaglianza è mortalmente insediata dal privilegio che dispone le persone su una scala : chi sta giù e chi sta su avvelenando i rapporti sociali e generando invidia, disagio, frustrazione, disprezzo. In una democrazia debole, perché non sostanziata dal principio di eguaglianza, rifluisce la partecipazione individuale e collettiva e si spegne inesorabilmente, nella testa delle e dei cittadini la dimensione pubblica. Si enfatizza, ad ogni livello il privato che, svuotato della dimensione conflittuale che seppe assumere negli anni ‘70 grazie al movimento delle donne, non può che generare solitudine, frammentazione, chiusura. I rischi per la libertà, la laicità e il diritto all’autodeterminazione sono, ci pare, fin troppo evidenti. Ciò renderebbe ancora più fertile il terreno per la riproposizione di un ’”ordine simbolico” patriarcale e un conseguente declino di laicità che rinvigorirebbe esponenzialmente (già se ne vedono le premesse) i più “tradizionali” stereotipi femminili. Senza eguaglianza quindi l’unica differenza riconosciuta alle donne è quella imposta dallo stereotipo patriarcale. Di fronte ad un quadro dalle tinte così fosche ma dagli esiti ancora incerti, siamo del parere che sarebbe tempo di un rinnovato protagonismo sociale e politico delle donne. Un protagonismo capace di riportare al centro del dibattito la condizione femminile, materiale e simbolica, e di indicare alternative possibile. Da questo punto di vista noi crediamo che sarebbe interessante produrre analisi ed elaborare proposte su almeno due livelli di ragionamento. 1) Varrebbe la pena riproporre , con ottica di genere, un punto di riflessione importante: il tema del fondamento del valore economico. Scrive efficacemente la giovane economista italiana Cristina Tajani : “Nello scorso secolo due grandi teorie si sono scontrate in proposito: quella di derivazione ricardiano-marxiana che poneva il lavoro come fondamento e misura di ogni valore economico (teoria del valore-lavoro), e quella di derivazione neoclassica che contrapponeva al lavoro l’utilità (nel senso del primato dei desideri del consumatore) facendo coincidere il concetto di valore con quello di prezzo. Quando la seconda impostazione ha vinto sulla prima, il tema del valore economico è stato accantonato dal dibattito, e nemmeno i critici del PIL come misura di benessere collettivo mi sembra che abbiano affrontato il tema da questo punto di vista. Forse varrebbe la pena di "cercare ancora".Noi crediamo che le donne potrebbero avere molto da dire sul significato di “ benessere collettivo” , considerato nelle sue componenti non solo economiche ma sociali e politiche, personali e relazionali e sull’importanza “della qualità del vivere intesa come senso e non solo come possesso di beni o come “capitale umano” “( per dirla con le parole di un’altra economista, Antonella Picchio)

2) Così come sarebbe interessante produrre ulteriori ragionamenti ed avanzare proposte sul significato del lavoro produttivo e sul suo intreccio con il lavoro di riproduzione sociale. Proponiamo due livelli di ragionamento: • Il lavoro, nell’era neoliberista, ha subito formidabili trasformazioni materiali e simboliche. Come abbiamo visto la precarietà è divenuta il fondamento del modello produttivo modificando i rapporti di forza e scomponendo giuridicamente il lavoro stesso. Il riflesso sul piano simbolico è stato che il lavoro ha smesso di saper/poter essere un “organizzatore di soggettività personale e collettiva” fondate sulla comunanza e sulla solidarietà per trasformarsi in luogo precario di competizione individualistica e insicurezza. Una simile trasformazione potrebbe agire sull’immaginario collettivo delle nuove generazioni e in particolare delle giovani donne il cui percorso emancipatorio potrebbe essere fortemente condizionato dall’idea che alla continua ricerca di lavori precari sia alla lunga preferibile un ritorno alle “ mura domestiche”. Forse su queste contraddizioni varrebbe la pena di ricercare o almeno di indagare di più per trovare gli ancoraggi, materiali e simbolici, necessari a tenere insieme condizioni di vita e di lavoro, corpi, aspirazioni, desideri, diritti. • “La dimensione e la struttura del lavoro di riproduzione sociale non pagato, svolto in ambito domestico e sociale sono ora visibili nelle statistiche sull’uso del tempo, raccolte dagli istituti nazionali di statistica in molti paesi. La massa di questo lavoro, di donne e uomini, risulta statisticamente leggermente superiore al totale del lavoro pagato, di uomini e donne. Si tratta, quindi, di uno dei grandi aggregati del sistema economico” scrive efficacemente Picchio. In Italia ( e non solo) negli anni ’70 le lotte di grandi movimenti sociali (in particolare quelle delle donne) hanno consentito di dare sostanza alla democrazia formale attraverso la realizzazione di sistemi pubblici di protezione sociale che hanno alluso (seppure troppo timidamente) ad una possibile socializzazione dei lavori di riproduzione sociali. Il modello neoliberista prima e la crisi economica ora determinano la decostruzione di tali sistemi pubblici. Sistemi pubblici che,come sostiene la sociologa A. Vincenti, si stanno ormai trasformando da “welfare della parità” in “welfare materno”. Un “welfare materno” sostenuto dalla ricostruzione di un “ordine sociale di genere” che riattribuisce ai due sessi ruoli specifici e stereotipati. Un processo di regressione e un contrattacco conservatore che si strutturano su un familismo mai superato e sulla enfatizzazione della “comunità” (assunta come realtà “omogenea” perché si finge di non vedere i rapporti di potere che la governano e le differenze che la attraversano) per eliminare del tutto la natura e la funzione delle istituzioni pubbliche.

Come Ife Italia abbiamo cominciato a ragionare su questi temi. Sarebbe bene che si continui a farlo.


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