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“La crisi accentua le diseguaglianze di genere” - [IFE Italia]
IFE Italia

“La crisi accentua le diseguaglianze di genere”

di Nicoletta Pirotta
martedì 22 febbraio 2011 par ifeitalia

relazione presentata in

"PER UNA NUOVA COALIZIONE DEL LAVORO IN EUROPA" Giovedì 10 e Venerdi 11 febbraio 2011 ROMA

“IL LAVORO: DUE GIORNATE PROGRAMMATICHE” Sabato 19 e Domenica 20 Febbraio 2011 IMOLA

1.Qualche numero

  • L’occupazione in italia fra il 1970 e il 2009 aumenta di quasi 5 milioni (da 19 milioni ca a 24 milioni ca) (vedi “Aspetti delle trasformazioni del lavoro nel caso italiano” di Elio Montanari e Osvaldo Squassina,una ricerca che sarà presentata prossimamente a Brescia) Il settore dove l’aumento è esponenziale è quello dei servizi (+152,2%);
  • la connotazione dell’aumento non è solo settoriale ma riguarda anche le posizioni professionali sia dipendenti che indipendenti. Le/ i dipendenti sono aumentate/i significativamente (nel 1970 circa 14 milioni , il 71% del totale, nel 2009 circa 19 milioni, il 76,6% del totale)Quindi secondo i dati di Montanari/Squassina l’occupazione negli ultimi 40 anni è aumentata in modo molto significativo e questo aumento ha riguardato soprattutto le lavoratrici e i lavoratori dipendenti in particolare nel settore dei servizi;
  • se si dà un corpo all’astrattezza delle cifre si scopre che l’aumento occupazione ha riguardato soprattutto le donne ( I dati dell’ILO, cioè l’Osservatorio Internazionale sul Lavoro, indicano che il tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro è passato , negli ultimi 30 anni, dal 50,2 al 51,7% (a fronte di quello maschile che è al contrario diminuito passando dal 82 al 77%. Con la conseguenza che il divario di genere nei tassi occupazionali è sceso da 32 a 26 punti percentuali,pur mantenendosi alto;
  • anche in Italia l’occupazione femminile aumenta, nonostante secondo i dati ISTAT di qualche giorno fa una donna su due non lavora e che quindi solo il 46,3% lavora, a fronte del 66% della Germania e del 60% della Francia o del 71,5% dei Paesi Bassi o che secondo l’ultimo rapporto del Worl economic Forum sulla parità di genere nel mondo del lavoro e delle imprese ci pone al 74° dopo Malawi,Ghana e Tanzania per dirne alcuni. Nell’arco di un decennio, citando sempre i dati di Montanari/Squassina l’incremento della partecipazione delle donne alla forza lavoro è di 2,4 milioni di unità pari all’11,8%, doppio in valore assoluto rispetto a quello maschile e triplo in percentuale.

2.Il processo di femminilizzazione del lavoro

  • Il modello economico e sociale neoliberista degli ultimi trent’anni , che si è fondato sulla costruzione del “mercato globale” e sulla messa in concorrenza sul piano internazionale della forza lavoro, si è caratterizzato anche per un processo di femminilizzazione del lavoro;
  • tale processo deve essere inteso sia come aumento quantitativo di manodopera femminile sia come generalizzazione delle modalità di accesso e di permanenza al lavoro storicamente prerogativa delle donne (flessibilità, precarietà, part-time,…). Da questo punto di vista il processo di femminilizzazione consente di comprendere quanto intrecciate siano la contraddizione di genere e quella di classe;
  • come tutti i fenomeni complessi il processo di femminilizzazione è fenomeno contraddittorio;
  • sul piano economico, se posso usare questo termine, il processo di femminilizzazione è stato utilizzato (insieme a quello della “clandestinizzazione” della manodopera immigrata) per generalizzare come si diceva prima ,le condizioni di lavoro prerogativa della manodopera femminile. Una sorta di eguaglianza verso il basso, con l’utilizzo di una manodopera costretta a dover fare i conti, spesso in solitudine, con i compiti di riproduzione sociale e quindi più abituata ad accettare flessibilità . La femminilizzazione del lavoro produce fatica, sfruttamento, ricatto, precarizzazione, ulteriore ineguaglianza (permangono infatti le “tradizionali” diseguaglianze di salario e condizioni lavorative) ed anche,paradossalmente, povertà (si veda la crescita della figura delle working’s poors, cioè di una povertà generata dal lavoro stesso);
  • d’altra parte però esso è legato alla diffusione di una migliore “coscienza di genere”, se posso dire così’, ed alla sua positiva ricaduta sull’auto-percezione delle donne. La femminilizzazione ha consentito di rompere, in particolare al sud del mondo, antiche segregazioni, scardinare dipendenze totali, attivizzare sul piano sindacale, sociale e politico moltissime donne e mettere in crisi le strutture più soffocanti del patriarcato (Nel sud est asiatico,in India, in America latina, in molti paesi dell’Africa sono sorte reti e organizzazioni di donne e in particolare di lavoratrici);
  • e’ avvenuto più o meno lo stesso in Occidente ai tempi della rivoluzione industriale quando il considerevole ingresso delle donne nel mondo del lavoro consentì la messa in discussione dei rapporti tradizionali fra i sessi, svelò la natura sessista della nostra società e identificò la struttura di potere del sistema patriarcale. Una struttura che si fonda su uno schema che agisce sia nella vita sociale che in quella privata: le donne hanno meno diritti e meno opportunità degli uomini perché considerate secondo sesso (secondo la brillante definizione di Simone de Beauvoir)

3.Il lato oscuro del lavoro delle donne (1)

  • Se si continua ad analizzare i dati utilizzando lo sguardo di genere e di classe si colgono, ulteriori, sostanziosi intrecci;
  • in Europa, nella fascia 20/49 anni scende dal 75,4% al 61,1% nel caso di donne con figli. Le donne con bambini quindi lavorano meno (-11,5 punti percentuali) di quelle che non ne hanno, mentre gli uomini che sono padri lavorano più di quelli che non lo sono (+6,8 punti). Le donne che svolgono un lavoro part - time hanno figli nel 23% dei casi contro il 15,9% di quelle che non ne hanno.;
  • dati che mettono in luce, se lo si volesse vedere, quello che Picchio chiama “ la faccia oscura del lavoro delle donne” , una faccia che invece viene arbitrariamente rimossa e con essa anche cioè che , per citare sempre Picchio, si può considerare “ “il senso di un’esperienza femminile in materia di sostenibilità del vivere”. Mi riferisco a tutti quei lavori necessari alla sopravvivenza ed al benessere della specie umana che in quanto necessari non sono surrogabili: il cibo cotto, la casa in ordine, i vestiti puliti, l’accudimento delle e dei piccoli, l’assistenza alle persone anziane. Eppure la sostenibilità del vivere che, in ogni parte del mondo, viene garantita, a causa della mancata redistribuzione fra generi dei lavori di cura, quasi esclusivamente dal lavoro gratuito delle donne, diventa elemento di freno e di ostacolo all’ingresso delle donne nel mondo del lavoro retribuito;
  • anche su questo piano, però, si vedono positive contraddizioni che ci parlano di un cambiamento di mentalità rispetto al passato. Due esempi : da un lato come invita a considerare Cirillo nel suo saggio “Lavorare stanca” molte donne giovani aspettano a metter al mondo figli fintanto che non si sia raggiunta una maggior stabilità economica; dall’altro Indagini italiane recenti (CGIL Lombardia. ISTAT,…) evidenziano che solo 1/3 delle donne che lavorano a tempo parziale lo ha scelto per davvero , un altro terzo dichiara che ha dovuto accettarlo non trovando nulla di diverso e un altro terzo ammette di doverlo fare per poter continuare a svolgere i lavori di cura e di riproduzione sociale ancora non socializzati;
  • che cosa potrebbe sostenere e consolidare questo cambiamento di mentalità? La presenza di un sistema pubblico di servizi che si ponga l’obiettivo della socializzazione e della redistribuzione dei lavori di cura e di riproduzione sociale sarebbe un buon inizio.

4.Il lato oscuro del lavoro delle donne (2 )

  • Il modello neoliberista prima ed ora le misure anticrisi che si stanno applicando nei singoli Paesi su indicazione della Commissione Europea agiscono soprattutto sul pareggio del bilancio pubblico e su un applicazione ancor più rigida dei parametri di Maastricht, producendo una stretta fiscale che ha colpito e colpisce i sistemi pubblici di protezione sociale;
  • con molta probabilità assisteremo ad ulteriori e più consistenti tagli ai servizi pubblici (nascosti sotto il richiamo all’attivazione delle risorse delle comunità locali e alla responsabilizzazione di ciascuno di noi), comportando ulteriori difficoltà nella conciliazione e, conseguentemente, un aumento del lavoro di cura e di riproduzione sociale (si veda a questo proposito l’articolo di Vertova/Vincenti “La ricetta anticrisi: tassare rendite e patrimoni, lotta all’evasione per la forza lavoro femminile”);
  • i sistemi pubblici dei servizi alla persona sono diventati all’interno del modello neoliberista “oggetti di desiderio per il mercato ” data la loro alta profittabilità. La privatizzazione dei servizi insieme alla cosiddetta “internalizzazione del lavoro di pulizia e di assistenza” attraverso l’utilizzo di donne immigrate (figura della badante) hanno prodotto una profonda trasformazione di struttura . Come invita a considerare la sociologa A. Vincenti questi sistemi si stanno trasformando da “welfare della parità” (che in modo imperfetto, a causa di una forte impronta familista, vedi Saraceno, aveva comunque alluso ad una socializzazione dei lavori di riproduzione sociale) in “welfare materno”. Un “welfare materno” sostenuto dalla ricostruzione di un “ordine sociale di genere” che riattribuisce ai due sessi ruoli specifici e stereotipati. Un processo di regressione e un contrattacco conservatore che si strutturano su un familismo esasperato e sulla enfatizzazione della “comunità” (assunta come realtà “omogenea” perché si finge di non vedere i rapporti di potere che la governano e le differenze che la attraversano) per eliminare del tutto la natura e la funzione delle istituzioni pubbliche.

5.Alcune questioni aperte

  • Varrebbe la pena riproporre , con ottica di genere, alcuni spunti di riflessione : il tema del fondamento del valore economico, come propone l’ economista C.Tajani. Il lavoro, infatti, è visto o come fondamento e misura di ogni valore economico (teoria del valore-lavoro) cioè di salari e profitti, o come utilità cioè di produzione di beni aventi un prezzo. Resta in ombra la dimensione del lavoro come misura di benessere collettiva. Le donne potrebbero avere molto da dire sul significato di “ benessere collettivo” ; il tema del senso del lavoro considerato nelle sue componenti non solo economiche ma sociali e politiche, personali e relazionali. Cioè quindi indagare di più non tanto sul “lavoro” in astratto ma sulle donne e sugli uomini che lavorano( vedi interventi di Tronti-Bertinotti al seminario “Per una nuova coalizione del lavoro in Europa" Roma, febbraio 2010). Per le giovani generazioni di donne, penso a mia figlia e alle sue amiche, il lavoro è sostanzialmente precarietà. Il riflesso sul piano simbolico è che il lavoro ha smesso di saper/poter essere un “organizzatore di soggettività personale e collettiva” fondate sulla comunanza e sulla solidarietà per trasformarsi in luogo di competizione solitaria e insicurezza. Una simile trasformazione potrebbe agire sull’immaginario collettivo delle giovani donne per le quali, alla continua ricerca di lavori precari alla lunga potrebbero preferire ruoli più tradizionali nella dorata prigione delle mura domestiche; il tema del significato del lavoro di riproduzione sociale , inteso come bene comune , “pratica dell’agire solidale, recupero della relazione interpersonale nella dimensione collettiva del “prendersi cura” (Picchio). Interessante a questo proposito le riflessioni della filosofa femminista statunitense Nancy Fraser sulla nozione di parità partecipativa, che ha una condizione oggettiva (l’equa distribuzione “economica”) e una intersoggettiva (il riconoscimento delle differenze).

6.Un nodo di fondo, forse due

  • La natura e la funzione del femminismo . l’onda lunga dei movimenti delle donne degli anni settanta ancora agisce, come abbiamo visto. La globalizzazione neo-liberista però ha inglobato “l’emancipazione e la libertà delle donne” nel proprio orizzonte di senso trasformandole banale refrain che non si sostanzia in scelte concrete sul piano dei diritti;
  • il femminismo perciò non deve “accompagnare” i processi in atto ma sovvertirli. Se il femminismo si “accoda” acriticamente alla ripetizione di ritornelli e slogan svuotati del loro carattere conflittuale rischia di non essere più capace di leggere e comprendere la realtà e quindi di non essere più in grado di promuovere un coscienza critica e pratiche conflittuali;
  • per sviluppare un simile processo di soggettivizzazione, e quindi di politicizzazione, sono necessari nuove “strategie” , categorie e paradigmi. La filosofa Genevieve Fraisse propone interessanti riflessioni che provo a illustrare, sinteticamente, per punti. Una politica femminista oggi dovrebbe:       a) saper tenere insieme il soggetto e l’oggetto perché nello stesso momento in cui astrattamente si riconosce alle donne lo status di soggetto i loro corpi vengono fatti oggetto di consumo, di scambio, di battaglia ideologica; b) risignificare il principio di “eguaglianza”. Oggi questo principio viene utilizzato, in modo strumentalmente “pacificato”, per “falsificare la concorrenza” fra i sessi. Questa risignificazione dovrebbe partire dall’idea che il principio di eguaglianza non è una norma ma un vero e proprio processo cioè “un operatore di pensiero” e “un organizzatore di politica” , un processo da riempire di quel carattere conflittuale che gli ha consentito di animare le lotte delle donne in ogni parte del mondo; c) riaffermare l’”universalismo” dei diritti senza abbandonare o dimenticare il nostro sesso. Un universalismo, quindi, capace di contenere le contraddizioni, materiali e simboliche, fra l’eguale ed il diverso, fra l’uno ed il multiplo.
  • La capacità del genere maschile più illuminato di mettere in discussione se stesso e quindi la natura sessista della struttura di potere che governa il mondo.

7.Bibliografia

“Ma noi siamo donne o bambole” Irene Tinagli / articolo su “La stampa” 25 gennaio 2011; “Aspetti delle trasformazioni del lavoro in Italia, in Lombardia e a Brescia” ricerca curata da Elio Montanari e Osvaldo Squassina, gennaio 2011; “Questa crisi sta accentuando le diseguaglianze di genere” Anita Giuriato e Nicoletta Pirotta / in “Alternative per il socialismo” novembre-dicembre 2010; “Genevieve Fraisse, la discordance des sexes” / interview nella rivista “ Regards” dicembre 2010; “Qu’est-ce qu’une politique feministe aujourd’hui” Genevieve Fraisse / relazione in “Le feminisme a l’epreuve des mutations geopolitiques – Congres international feministe , Parigi dicembre 2010; “Differenti ma non diseguali. Lavoro,welfare,eguaglianza,democrazia” Dispensa prodotta da IFE con alcuni interventi presentati a “Differenti ma non diseguali Prima giornata di studio IFE su: lavoro, welfare, uguaglianza” Università di Bergamo,24 aprile 2010; “La ricetta anticrisi:tassare rendite e patrimoni, lotta all’evasione per la forza lavoro femminile” Giovanna Vertova e Alessandra Vincenti / articolo su “Il Manifesto” 7 gennaio 2010; “Le buone occasioni della crisi” Cristina Tajani / 2008 sul sito www.cristinatajani.it ; Rapporto della “Commissione Europea sulla Parità” / 2008; Rapporto sul lavoro dell’”Organizzazione Internazionale sul Lavoro” (ILO) / 2008; “Redistribuzione o riconoscimento?” Nancy Fraser- Axel Honneth / Meltemi 2007; “La sfida del genere: La faccia oscura del lavoro” Antonella Picchio / in “Quale Stato” n. 2/3 2001; “La femme mondialisè” Christa Wichterich / Solin 1999


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